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Giorno 24.5, il giorno dopo le celebrazioni del trentennale, sono stato invitato dai ragazzi e dai docenti dalla scuola Media  Skanderberg di Piana degli Albanesi a ricordare Peppino Impastato, a portar loro la mia testimonianza e a parlare delle mie personali esperienze portate avanti nella lotta contro la mafia. E’ stata una mattinata intensa: accanto alle classi presenti nella piccola aula magna, altre classi hanno ascoltato in rete l’intervento e diversi alunni sono intervenuti con  interessanti domande che rivelavano  il buon lavoro preparatorio portato avanti dagli insegnanti, in particolare dalla prof.ssa Termini. Una ragazza ha letto questo intervento: “Oggi vi parlerò di un ragazzo che poteva essere un papà, un marito …ma non lo è mai diventato. Vi farò conoscere la storia di Peppino lmpastato. Ad essere sincera non mi piace più solo ascoltare delle storie, vorrei iniziare a vedere anche i fatti ma mi accorgo che ancora ad oggi non tutti conoscono, non tutti leggono o semplicemente non si interessano. Ci sono miei coetanei che non sanno chi sono le vittime della mafia: Don Pino Puglisi, Antonio Chinnici, Carlo Alberto dalla Chiesa, Mario Francese, Cesare Terranova e il maresciallo Lenin Mancuso, Mauro de Mauro, che non sanno chi sia Emanuela Loi e potrei continuare l’elenco infinito. Mi domando del perché molti ragazzi della mia età o anche più grandi non si informano, forse perché le vittime non sono degli lnfluenzer?


vitale salvo scuole


Ma voglio dire a tutti che persone come Peppino lmpastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino… sono i più grandi Influenzer di tutti i tempi, si perché quello che hanno fatto è presente e sarà futuro perché li ricorderemo sempre. Dobbiamo essere noi giovani, a mantenere il ricordo e a lottare per cambiare. Come si può cambiare? Con le armi più potenti che abbiamo: la legalità, l’amore e la cultura. Un piccolo passo lo faremo oggi e io vi parlerò di un solo uomo che ha fatto paura a tanti uomini. Peppino impastato era un ragazzo di soli 30 anni, che ha sacrificato la sua vita per far conoscere attraverso la radio, radio AUT, ciò che accadeva nel suo paese, Cinisi. In questo paese gli omicidi, le minacce, erano diventate quotidianità. 100 passi dividevano la casa di Peppino da quella di Gaetano Badalamenti, il boss di Cinisi o di Mafiopoli, come Peppino era solito chiamarlo. Con Giovanni, suo fratello, contarono quei passi,1, 2, 3…98, 99, 100 per urlare, urlare contro la mafia, contro il loro stesso padre, anche lui mafioso, perché loro dovevano ribellarsi prima che fosse troppo tardi, prima che tutti gli abitanti si abituassero a quella quotidianità e che tutto diventasse normalità. La loro era una trasmissione satiro-politica sui problemi locali. Andava in onda tutti i venerdì sera. Quella trasmissione rappresentava il momento più diretto e il più vicino ai problemi della realtà locale, ma si parlava con sincerità accusando chi quella realtà la voleva sporcare. Per combattere questa organizzazione bisogna ricordare chi l’ha combattuta denunciare senza aver paura. Peppino sapeva a cosa andavo incontro, sapeva che quel giorno forse qualcosa gli sarebbe accaduto. Allora decise di parlare, occupando simbolicamente radio AUT, voleva richiamare l’attenzione di tutti sensibilizzare ed informare, voleva dire la verità! E per questa verità che Peppino non c’è più, quella verità ha fatto paura e quella voce alla radio ha disturbato tante persone. Ed è quella verità che hanno chiesto gli amici di Peppino, Giampiero, Salvo, Fanny, Faro, Gino dopo la sua morte, non si sono fermati e non hanno avuto paura ma hanno lottato perché la verità sulla morte di Peppino, del loro amico non venisse coperta dal silenzio".

Adriana Cuccia, Classe 3 A Istituto comprensivo Skanderberg, Piana degli Albanesi (PA)

Tratto da: ilcompagno.it

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