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Non è facile dare un giudizio sul valore poetico dei versi del libro di Fabio Strinati “Nel bosco e di preghiere”, così come, si presume che non sia stato facile per lui scrivere qualcosa sui 93 personaggi che egli non ha conosciuto, ma ai quali ha voluto lasciare un fiore, pochi versi per tratteggiarne il profilo. Punto di passaggio indispensabile che li tiene assieme è quello di essere stati vittime della violenza mafiosa e di avere lasciato, attraverso il sacrificio della propria vita, idee, valori, principi che è d’obbligo tenere presenti, conservare e trasmettere. Le due note introduttive fanno riferimento esemplificativo all’Antologia di Spoon River, il capolavoro di Edgard Lee Masters, nel senso che le singole poesie sembrano epitaffi che passano in rassegna le vite di alcune persone che hanno caratterizzato la storia del secolo scorso e che adesso “dormono sulla collina”. E’ appena il caso di chiarire che i morti di Spoon River, dei quali Fabrizio De Andrè ha tracciato una rielaborazione altrettanto eccezionale quanto quella di Lee Masters, cui si è ispirato, raccontano vizi, virtù, mestieri, sentimenti degli abitanti di un paese, ognuno dei quali passa in rapida rassegna le proprie debolezze e i suoi momenti di vita più belli. Niente di tutto questo c’è nel lavoro di Strinati: i riferimenti biografici sono pochi e appena accennati, molti dei suoi “personaggi” sono sconosciuti ai più e la platea su cui essi si muovono non è un piccolo paese con i suoi limiti e le sue conoscenze comuni, ma l’intera Italia meridionale con le sue cancrene di mafia, ndrangheta e camorra che soffocano l’economia e la libertà di chi lavora, che pretendono di dettare legge su tutto e su tutti e spesso ci riescono, grazie alle loro ibride connessioni con il potere politico, economico e mediatico. Per questo Strinati ha dovuto spostarsi verso un livello più alto della banale quotidianità, dove le vittime della mafia sembrano ancora muoversi, attraverso il loro sacrificio, nei “Campi Elisi” in cui gli antichi Greci collocavano quelli che Dante poi chiamò “gli spiriti magni”: e in quei campi si muove l’alternarsi delle stagioni, il grano che ondeggia, l’estate con i suoi frutti, l’inverno con i suoi freddi, nel solco della speranza di una società nuova, che mai muore e che in prospettiva produce innumerevoli resurrezioni.

Pochi versi tratteggiano la morte del giudice Gaetano Costa:
“Morire a due passi da casa
solo come un cane,
ucciso da lampi e saette,
morto dissanguato
ai bordi di un grigio marciapiede;
poche, brevi folate di vento
in una giornata di agosto”.

Le 27 pugnalate date ad Emanuele Notarbartolo, una delle prime vittime di mafia, sembrano continuare a trafiggerlo, durante il suo ultimo viaggio:
“Un lungo treno che corre
e una strada serpeggiante,
sui binari bagnati,
corrono le stilettate;
febbraio, mese corto si lascia alle spalle... si sfaldano i coriandoli
in un lago di sangue”.

Anche per ricordare il piccolo Giuseppe Di Matteo niente frasi scontate, ma bastano pochi versi:
“Un angelo, lassú, fra le trame del cielo,
mescolato al nero della notte:
un filo di voce ch’è suono nel mistero”.

Per Antonino Agostino, unitamente a “un fiore a Ida Castelluccio”, cioè alla moglie, sembra di sentire l’eco degli spari che li uccisero, soffocando anche il bimbo di cui Ida era incinta.:
“Una raffica di colpi, sporchi, balordi,
ti colpirono dovunque,
e d’improvviso, un alito di vento
…il suono ondulante della brezza marina,
morire in agosto, col mare calmo,
mese dalla frutta zuccherina”.

Di Rocco Chinnici è colta un’attività fondamentale, alla quale diede egli stesso l’avvio, ovvero incontrare i giovani nelle scuole:
“Tu che parlavi ai giovani,
con voce onesta, giusta,
col tocco esatto
a forma di consiglio,
il tuo sguardo, preciso,
posato sulle cose di valore:
ucciso alla fine di luglio,
squarciato dentro e fuori,
dal tritolo figlio del demonio;
il tuono dilatato,
una macchia d’ombra,
nel fragore, brutale.

Ciò che resta di Teresa Bonocore, una mamma-coraggio, è “una croce piantata in alto,/ sulla cima di una collina in fiore”; ugualmente appena tratteggiato il profilo di Giancarlo Siani, “nato in settembre e spento
durante il raccolto delle uve sulle vigne,
e quel sorriso cosí dolce,
carezzevole e vitale
dietro un paio di occhiali appannati
lucidi, che ancora odorano,
di un continuato pianto”.

La poesia, probabilmente più intensa e più coinvolgente è quella scritta per Peppino Impastato:
“Quando da una lingua giusta
partono parole
che assomigliano alle frecce scagliate
col giusto peso dell’anima,
sensibile nel cuore che si rassomiglia...
partono note, come pallottole
di vita e di storie.
Da Cinisi…. nacque una stella,
che di luce interna, brillava!
Eterni sono come te gli aranci, i vespri
che si tingono di verde quando l’orizzonte
lotta perché alla vita si mostra
forte nella sua compattezza,
fra il cielo e la terra: onestà, è medicinale
che s’insinua elegante
lungo la linea della sfera celeste,
che tutto attraversa quando puro
è il cuore di chi resta a pregar la foto tua,/durante le sere, come l’amore che procrea
il suo seme sempre,
e di tutte le anime eterne,
l’esempio di chi immortale,
ancor si manifesta”.

Al di là del valore poetico, non sempre in linea, a partire dal titolo, con il rigore logico e grammaticale, la raccolta è degna d’interesse per questo breve trascorrere di nomi e immagini, in cui il ciclo delle stagioni e le sue caratteristiche offrono il materiale per tracciare una degna cornice alle vittime di mafia.

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