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C’è stato un tempo non lontanissimo in cui fin dalla prima serata (in tipografia si chiudeva presto), i giornalisti di Tijuana potevi incontrarli in pizzeria, da Teresita, dietro il Paseo de la Revoluciòn, non lontano da dove recentemente ha aperto Cacho, che il forno per la pizza se lo è fatto venire direttamente da Napoli (ricerca dell’autentico che viene bene al marketing). Stanchi di tacos e passata la moda del sushi, avevano ripreso con la Margherita, mozzarella, pomodoro e un pizzico di chili (un messicano non può rinunciare al piccante). Attorno a cui venivano sfilacciati intrighi e segreti non solo politici, veri del tutto o in buona parte presunti. Ma anche allora bastava una faccia sconosciuta e curiosa ad accendere qualche allarme.

Nei loro discorsi, anni addietro, insieme alla politica, all’economia e all’inevitabile contorno di chiacchiericcio, c’era già qualche morto ammazzato, raramente un collega, per lo più gente di malaffare o di molta sfortuna. Quando non un riciclatore di capitali inconfessabili o un prestanome infedele, sempre indicato per allusioni. La violenza in Messico non spaventa quasi nessuno, comunque non se ne parla mai abbastanza. Da quelle parti più che altrove, solo l’infernale traffico automobilistico urbano e suburbano sovrasta ormai l’eco delle mitiche cavalcate di Pancho Villa e del suo esercito del nord. E la cocaina ha preso il posto della marihuana, con esiti catastrofici.

Tijuana è alla frontiera con la California, specialmente la sera nei locali si sente parlare più inglese che spagnolo. Sono per lo più americani di San Diego, distante solo mezz’ora d’auto: turisti e uomini d’affari, famiglie intere che ci vanno a cenare con la metà dei dollari che spenderebbero nel ristorante sotto casa; ma arrivano anche dall’Arizona e perfino dal Texas. E’una città cosmopolita, di vita intensa, la seconda del Messico per abitanti (oltre due milioni) e tra le prime per reddito pro-capite in un paese tra i più industrializzati del continente. Non è il deserto di Sonora, sebbene a leggere i giornali si riceva l’impressione che vi si nascondano serpenti ancor più velenosi.

Dire che le istituzioni vi fanno visibilmente fatica a esercitare il monopolio della forza in difesa dei diritti di tutti i cittadini è un eufemismo che vale per buona parte del paese. Anche quando riescono ad evitare dirette collusioni con gli interessi forti, non rinunciano facilmente alla discrezionalità e se devono mostrare i denti lo fanno con i più deboli. Nè mancano episodi d’innegabile corruzione e reciproci favori di pezzi dell’amministrazione pubblica, dalla giustizia ai corpi armati, polizia ed esercito, con la grande delinquenza organizzata. Pur se negli ultimi 3 anni contrastati - come mai negli ultimi decenni -, dall’interventismo dell’attuale presidente Andrès Lopez Obrador, la sostanza delle cose non cambia.

I giornalisti ne sono le vittime più frequenti, quasi predestinate dal loro mestiere in un Messico che patisce ma digerisce cento omicidi al giorno: 6 giornalisti assassinati solo nello scorso mese di gennaio, uomini e donne; 171 dall’anno duemila a oggi. Un macabro rosario. Migliaia le denunce dei minacciati, aggrediti, sequestrati; 515 quelli al momento assistiti (in parte con scorta armata) dal Sistema di Protezione per i Difensori dei Diritti Umani e dei Giornalisti: 155 donne e 360 uomini. Un inesauribile, sanguinoso stillicidio, che organismi delle Nazioni Unite e di categoria di vari paesi denunciano come una strage di vite umane senza comparazioni in tutto l’occidente pur niente affatto sereno.

Il narcotraffico costituisce lo sfondo oscuro ma tutt’altro che invisibile del grande crimine che soffoca il Messico e lo scarnifica giorno dopo giorno: le decine di tonnellate di cocaina e altre droghe più o meno pesanti che dai Caraibi vengono vendute ogni anno soprattutto negli Stati Uniti e in misura enorme ancorchè minore in Europa, fruttano un valore aggiunto incomparabile che a sua volta genera fortune finanziarie immense. Grazie alle quali i diversi cartelli possono sostenere un apparato militare capace di blindare i loro punti nevralgici, controllare vasti territori, garantire ulteriori, lucrose attività delittive e una corruzione senza fine che marcisce spezzoni sempre più cospicui della società e dello stato.

Su questo sfondo, prospera inoltre e in taluni momenti incrocia confondendosi con i narcos una malavita più antica e nascosta, a sua volta non meno estesa, anzi articolatissima: quella dei “colletti bianchi” (metafora ormai da portare in tintoria), che da sempre incombe e specula sugli appalti pubblici, prosperando con tangenti in perenne lievitazione. Heber Lopez, 39 anni, una moglie e due figlie, ammazzato in casa pochi giorni fa, era stato ammonito dai guardaspalle del sindaco di un paese limitrofo a smetterla di scrivere del Corridoio Interoceanico dell’Istmo di Tehuantepec, un affare miliardario a cui sono interessate varie e grandi imprese di costruzione.

A Lourdes Maldonado, un’esperta e indomita cronista di Tijuana, hanno sparato in testa mentre a bordo della propria auto tornava dal funerale di un collega assassinato due giorni prima, il fotoreporter Margarito Martinez. Ne aveva denunciato con veemenza la morte a tradimento, lasciando trapelare qualche suo sospetto sui mandanti. Ma era anche in causa per un’aspra vertenza di lavoro con l’ex governatore dello stato, la Baja California (il Messico è uno stato federale), Jaime Bonilla, proprietario e direttore di un’emittente radiotelevisiva locale. L’emozione suscitata da questi due ultimi delitti, ha spinto il capo dello stato a un intervento personale e pubblico. Identificate dalle telecamere fisse presenti in molti punti delle città messicane, due sospetti, entrambi risultati pregiudicati, sono stati arrestati.

Le associazioni dei giornalisti, quelle di difesa dei diritti umani - non da oggi, non soltanto in Messico - chiedono di più: chiedono che lo stato non si limiti ad afferrare qualche killer. Vogliono che indaghi sui mandanti. Ed è qui che lo stato appare zoppicante quando non connivente di fronte alla società ferita nella carne e nell’animo. Diventa più comprensibile perché una categoria di alta professionalità (il 67% ha una formazione universitaria completa o parziale), indebolita dal precariato (sono meno della metà i giornalisti regolarmente contrattualizzati) paghi con le proprie vite le assenze, negligenze, sordità e sordidezze dello stato. Quella dei giornalisti in Messico (e altrove…) è una supplenza di dignità umana e civiltà giuridica.

Questo tema già affiorava davanti alle fumanti pizze napoletane di Teresita, eco di un dibattito più ampio imposto a livello nazionale da protagonisti famosi della cultura contemporanea come Carlos Fuentes, Elena Poniatowska, Alvaro Mutis, Carlos Monsivais dopo il massacro degli studenti a plaza Tlatelolco, autunno 1968. Una strage di stato che ha rinnovato la violenza estrema come una latenza costante della storia nazionale e l’impunità come la sua immediata sub-cultura. Che nell’assenza di una sanzione morale e penale trasmette alla pubblica opinione l’irrilevanza ufficiale del crimine di lesa umanità e ne rende concepibili le repliche periodiche. L’immaginario messicano ne è profondamente intriso in tutti gli strati sociali.

E’ conseguente che interagisca con la politica economica che -semplificando per brevità- ne è la materializzazione sociale. Qui l’aspetto estremo diventa quello della copertura forzata dei deficit di bilancio nei periodi di crisi. Quando l’esaurimento di un ciclo per il concorso di circostanze avverse diventa traumatico, l’aumento del prezzo dei servizi, il taglio dei redditi fissi (salari e pensioni) e degli investimenti, con la conseguente contrazione dei posti di lavoro, inanella a catena tutti gli effetti della recessione. Attraverso diversi passaggi, l’estremo dell’alternativa opposta conduce alla stessa sostanziale e drammatica conclusione attraverso la via dell’inflazione incontrollata. La Repubblica cambia i suoi equilibri socio-economici interni.

E’ andata proprio così negli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso. Per rimediare alla grave crisi, i presidenti Miguel de la Madrid e il successore Carlos Salinas de Gortari (entrambi del PRI, quel Partito Rivoluzionario Istituzionale che nella pretesa di appropriarsi della rivoluzione del 1910, ha trasferito nell’ossimoro della sua stessa auto-denominazione tutta l’irrisolta ambiguità di quel controverso processo storico) realizzarono un radicale piano di ridimensionamento dello stato. Solennemente battezzato “Renovaciòn Moral de la Sociedad y Plan Global de Desarrollo”, il programma di dichiarato stampo neo-liberista si è risolto in un’opaca operazione non di liberalizzazione, bensì di privatizzazioni e privilegi fiscali.

Non è la radice di tutti gli odierni mali del paese, ma ancor meno la loro soluzione. A uno stato ipertrofico ha fatto seguito un mercato carente di regole, mantenendo le rispettive rendite occulte interne che minano trasparenza ed efficienza di entrambi. E -a completare il quadro-, in una intervista rimasta agli annali non esclusivamente nazionali, de la Madrid confessò poi al New York Times che per favorire l’elezione del suo successore (ovvero garantire la prosecuzione della “Renovaciòn Moral, etc.”) il PRI aveva organizzato un fior di imbroglio elettorale. A cui - sia pur con il senno di poi -, va aggiunto che il “Plan Global” di sviluppo, ha sviluppato più che mai l’emigrazione e il narcotraffico, con relative conseguenze.

Tutto è infine precipitato nei 6 anni del presidente Enrique Peña Nieto, anch’egli dell’onnipresente e onnivoro PRI. E l’attuale situazione è l’eredità ricevuta da Lopez Obrador, che tenta con alterni risultati di contenerla e ridurne le metastasi richiamandosi al nazionalismo popolare di Lazaro Cardenas. Una delle glorie del Messico rivoluzionario, a 15 anni seguace e combattente con Emiliano Zapata e a 39, mentre in Europa scoppiava la seconda guerra mondiale, populista di sinistra, generale e capo di stato. Uno dei giornalisti assassinati ne stava riscrivendo la biografia. Se come sostengono numerosi studiosi del fenomeno, il multiforme populismo è frutto delle società frantumate dalla stagnazione economica e in tumulto, il Sudamerica dello sviluppo incompiuto ne costituisce fertile terreno, tuttavia non l’unico. E i giornalisti, prima di sociologi e storici, lo raccontano a rischio della vita.

Tratto da: articolo21.org

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