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Accarezzava la vita, Gianfranco. Serio, inflessibile, quasi maniacale nel suo lavoro di architetto, perché il bello, fosse un’arcata o anche un pavimento, doveva essere bello fino all’ultimo millimetro come lo aveva pensato lui. E tuttavia la vita era per lui qualcosa che assomigliava a un buffetto, un sorriso, un getto di ironia, talora mescolata con la malinconia.

Come avrete capito, Gianfranco non c’è più. Ma non voglio qui parlarvi della sua vita o della sua malattia, che pure potrebbero essere esemplari per tutti noi.

Voglio parlarvi della sua lettera finale, affidata a un’amica un mese prima di andarsene. Perché quelle molte righe parlano di una specifica generazione siciliana, dei suoi drammi e delle sue speranze, più di quanto potranno i trattati di storia, se mai qualcuno penserà di scrivere della materia ripercorrendo con la pila accesa gli anni ottanta e novanta del secolo scorso.

Gianfranco ha ripassato a lungo il senso della sua vita man mano che gli arrivavano i bagliori del traguardo finale. E gli è venuto istintivo fare qualcosa di speciale: scrivere agli amici che aveva avuto intorno, ringraziarli per avere condiviso tanto di lui, del suo percorso.

La Sicilia madre, dove ora riposa, e dove respirò adolescente la cappa di morte dei corleonesi; la Milano che si rivoltò a Tangentopoli; la Roma che gli ha dato il successo e una splendida famiglia. Così scrivendo una lettera piena di gratitudini individuali e collettive (“ritenetelo un ultimo atto di gratitudine ed affetto nei confronti di ognuno di voi”), ha voluto ricordare anche coloro che non ci sono già più da molti anni, assaporando la fantasia di poterli riincontrare, di poterci parlare perfino.

Come Cesare Garboli, intellettuale libero e raffinato, che aveva conosciuto quasi per caso e di cui era diventato amicissimo. Ma anche altri che non aveva mai visto di persona, da Camilleri a Chaplin (“ci pensate quanto sarà bello poter chiedere a Chaplin quanto piacere gli avesse dato poter denigrare Hitler e tutto l’orrore che incarnava?”).

Ma, ecco il passaggio forse più commovente, sognava anche di “avere la possibilità di dire a Giovanni, Paolo e Carlo Alberto della grande rivoluzione che la loro testimonianza civile ha causato nell’animo della gente di Sicilia di cui orgogliosamente ho fatto parte, di ringraziarli per tutte le lacrime che mi hanno fatto versare. Ecco, questo è il mio Dopo….”.

Quando ho letto queste parole sono trasalito.

Vedete, questo 2022 sono trent’anni tondi dal 1992 di “Giovanni” e “Paolo”, sono quarant’anni tondi dal 1982 di “Carlo Alberto”. Chissà cosa verrà detto durate questi anniversari. Chissà come verranno ricordati.

Ecco, io credo che questa sia forse la testimonianza più potente di cui disponiamo su ciò che essi hanno fatto per un giovane siciliano che non sopportava la mafia e la corruzione (e che per questo, ventenne, aderì da Milano alla “Rete” guidata da Leoluca Orlando). Perché ci comunica che la loro fu per lui una “grande rivoluzione”, altro che fare semplicemente “il proprio dovere”.

Pensiamoci: che cosa vi potrebbe essere di più grande del fatto che un giovane siciliano di allora, mentre si avvia a percorrere l’ultimo tratto di vita, li ringrazia felice “per tutte le lacrime che mi hanno fatto versare”? Lacrime di orgoglio, di rivolta, di amore.

Ecco, forse Gianfranco (Mangiarotti) scrivendo la sua lettera a futura memoria, scrutando -non visto- la dolce compagna Francesca, anche lei architetta (“ci trovammo a lavorare in due cantieri accanto”), ha regalato a tutti il senso più grande di che cosa sia stata la lotta alla mafia.

“Felice per le lacrime”. E per una persona seria e profonda come lui, per la quale la vita era comunque un buffetto, un sorriso, uno spruzzo di ironia, non c’era davvero espressione più bella. Detta accarezzando la vita, detta accarezzando la morte.

*Storie Italiane, Il Fatto Quotidiano, 31/01/2022

Tratto da: liberainformazione.org

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