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Nessuno conosce il nome del prossimo Presidente della Repubblica. Tutti però conoscono le sei personalità che, per guai giudiziari o per motivi opportunità, nessuna democrazia degna di questo nome accosterebbe mai alla carica istituzionale più importante. Quella che, come afferma l’articolo 87 della nostra Costituzione, “rappresenta l’unità nazionale”.
Il primo di questa lunga lista è senza dubbio Silvio Berlusconi. Ex membro della loggia massonica P2, proprietario del più grande impero televisivo privato del Paese con una travagliata storia giudiziaria alle spalle (ma anche nel suo prossimo futuro). Ha subito 36 processi negli ultimi 26 anni, ottenendo undici assoluzioni, dieci archiviazioni, otto prescrizioni, due amnistie e una condanna per frode fiscale. Oltre all’inchiesta ancora aperta alla Procura di Firenze per concorso nelle stragi del 1993 e ai processi (chiamati Ruby-Ter dalla stampa) per aver forse corrotto le testimoni delle cene eleganti di Arcore. Ad ottobre, il Tribunale di Siena ha assolto il Cavaliere per questa vicenda, ma sono ancora in corso di svolgimento i filoni di Milano e Roma. Innocente fino a prova contraria ma fortemente inopportuno che possa rappresentare “con disciplina e onore” la massima istituzione della Repubblica italiana essendo accusato di fatti così gravi. Inoltre, sarebbe il primo caso nella storia europea di un Capo di Stato pregiudicato.
Se Berlusconi è ritenuto (anche da qualche gola profonda del centrodestra) un nome troppo divisivo, Giuliano Amato potrebbe essere la figura giusta per conciliare i due emicicli del Parlamento. L’attuale vice-presidente della Corte Costituzionale è ancora oggi ricordato per la manovra economica da lacrime e sangue (comprendente anche il prelievo forzoso del sei permille da tutti i conti correnti) varata nel 1992 e per essere stato a lungo il braccio destro di Bettino Craxi, principale responsabile della drammatica situazione economica vissuta dal Paese negli anni Novanta e simbolo della mangiatoia scoperchiata dall’inchiesta Mani Pulite. A prescindere dal giudizio storico, pesano su Giuliano Amato le dichiarazioni fuori posto effettuate nel 2000, quando da Presidente del Consiglio affermò che il Gay Pride non si sarebbe dovuto svolgere perché coincideva con l’anno del Giubileo. Oppure nel 2007 quando il Ministero dell’Interno guidato da Amato emanò una circolare per invitare i sindaci a non trascrivere i matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all’estero. A pochi mesi dall’affossamento del Ddl Zan, l’elezione di un Presidente della Repubblica con questo profilo contribuirebbe a diffondere il messaggio che l’Italia, dal punto di vista della tutela dei diritti sociali, è rimasta all’età della pietra. Un altro nome condiviso sia dalla destra che dalla sinistra è quello di Pier Ferdinando Casini, figura che nonostante i 38 anni in Parlamento non è mai stato toccato da inchieste giudiziarie. Su di lui però gravano diversi errori politici, ad esempio aver difeso a spada tratta Totò Cuffaro, ex Presidente della Regione Sicilia per l’UDC e condannato in via definitiva nel 2011 per favoreggiamento a Cosa Nostra. Nel 2008, quando Cuffaro finì sotto processo, Casini sostenne che si trattava di “una vera e propria persecuzione giudiziaria” e ad Annozero di Michele Santoro affermò di volersi “assumersi la responsabilità politica” in caso di condanna. Un grossolano errore di valutazione che renderebbe chiunque inadatto ad occupare la carica di Presidente della Repubblica, anche se ha il volto pulito e la lunga esperienza politica di Pierferdinando Casini.
Nella rosa dei candidati impresentabili vi sono anche le tre donne che con maggiore insistenza i giornali accostano alla figura del prossimo Capo di Stato. Una di questa è Letizia Moratti, ex Sindaco di Milano già condannata (assieme ad altri ventidue soggetti, tra membri della sua giunta ed ex dirigenti) dalla Corte dei Conti a restituire 591 mila euro al comune meneghino per aver conferito 11 incarichi dirigenziali a soggetti che non ne avevano i requisiti. Le parole usate dai magistrati nella sentenza sono lapidarie rispetto al presunto operato della Moratti, il quale sarebbe stato “improntato ad assoluto disinteresse dell’interesse pubblico alla legalità e all’economicità dell’espletamento della funzione di indirizzo politico-amministrativo spettante all’organo di vertice comunale”. Una descrizione incompatibile con il profilo del prossimo inquilino del colle più alto di Roma. Ragionamento diverso vale per Marta Cartabia, attuale Ministro della Giustizia, la quale in passato ha espresso posizioni abbastanza conservatrici rispetto a diversi temi sociali, come il matrimonio tra persone dello stesso sesso (bollati in un suo articolo del 2011 come una “pretesa di falsi diritti”), l’aborto e l’eutanasia. Il Presidente della Repubblica dev’essere il garante della Costituzione, un testo scritto dai nostri padri fondatori per conferire diritti e non toglierli. Questo principio vale anche per l’attuale Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, la quale in occasione dell’approvazione del dl Cirinnà nel 2016 affermò che “la famiglia non è un concetto estensibile”.
Parafrasando le sue parole si può dire che la Presidenza della Repubblica non è un concetto estensibile o aperto a negoziazioni. Non si accettano pregiudicati, imputati, indagati, chi ha commesso gravi errori di valutazione senza trarne le dovute conseguenze o ha dimostrato di non poter rappresentare tutti i cittadini per via di posizioni politiche da Medioevo.
L’Italia ha bisogno di un Presidente della Repubblica, non di un nuovo monarca.

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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