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Io invito soprattutto i giovani a esserci e i giovani hanno coraggio. Anche noi che abbiamo fatto la Resistenza eravamo giovani. Voi ci vedete oggi, siamo vecchi, ma guardateci oltre le nostre rughe.

La cosa più giusta che noi tutti adulti possiamo fare è dare fiducia alla saggezza dei ragazzi e delle ragazze e non togliere loro, con la nostra presenza ingombrante, lo spazio per vivere e per maturare. La cosa più giusta che possiamo fare è testimoniare, è ricordare loro che la democrazia è un regime difficile da vivere ma è l’unico in grado di garantire la libertà e la dignità di ciascuno di noi.

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E la democrazia non è un sistema politico in cui ci si adagia: dobbiamo sceglierla ogni giorno.

Il rischio non è tanto non volere scegliere, quanto non sentire l’esigenza di dover scegliere. Questo spesso avviene quando non avvertiamo che i valori nei quali crediamo sono messi in pericolo. Allora ci si può accontentare che le cose vadano avanti con tranquillità e il confronto con la complessità dell’esistenza viene accantonato. Ma poi, quando qualcosa provoca un momento di rottura, si scopre che la realtà è differente da quella che si conosceva. Tragicamente differente. E da qui la meraviglia: come, da noi? Tutto sembrava andare per il meglio… Si scopre che perfino nei nostri paesi la democrazia può essere messa in discussione. C’è solo il rischio che questa consapevolezza giunga troppo tardi.

La democrazia, lo ripeto, è molto esigente anche con chi non partecipa direttamente alla vita politica: anche a loro chiede una assunzione di responsabilità personale e non ha bisogno di cittadini disimpegnati – la marginalità è pericolosa, quella dei giovani è pericolosissima – che dicono: «Perché devo fare qualcosa? Ci pensino gli altri».

Chi sono gli altri? Quando la domanda è sbagliata non ci sono risposte possibili. Come quando mi chiedevano: ma cosa vuole questa Tina con la P2? Perché nessuno si chiedeva: cosa voglio io dalla P2 che mi spinge a ignorare il problema, a minimizzarlo?

Che cosa voglio io? Che cosa faccio io per lo Stato? Per la democrazia? Domande scomode, che esigono una risposta. Sarebbe comodo, a volte, evaderle. Ma non serve, perché certe domande restano dentro di noi, e prima o poi emergono. E in politica sbagliare i tempi è gravissimo.

Credo che il paese godrebbe di una migliore salute se i politici italiani si facessero queste domande, invece di stare sempre a chiedersi che cosa vogliono gli altri, ad analizzare e a stigmatizzare il comportamento altrui. Se si impegnassero a farle nascere nei cittadini. E se, mettendo in piazza le loro piccole o grandi vanità, le loro lotte per la spartizione del potere, non deludessero i cittadini, quando questi con i loro comportamenti dimostrano di essersi interrogati e di essersi risposti: vogliono partecipare, sanno come partecipare. E aggiungo che i politici, i partiti da soli non bastano. Il mio rifiuto, ancora oggi, dell’evasione, la mia voglia di esserci, di partecipare mi vengono imposti non solo dalla mia coscienza,  ma dalla consapevolezza che noi che siamo stati i testimoni – i pochi ancora in vita tra noi – dobbiamo raccontare ciò che abbiamo vissuto. Se non lo facessimo, se considerassimo del tutto superate quelle espressioni politiche, quelle posizioni culturali contro le quali ci siamo battuti, compiremmo un grave errore. Il nostro sarebbe un arbitrio. Dobbiamo testimoniare per creare la condizione politica perché il passato non risorga nei suoi errori, nei suoi orrori.

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A tutti coloro che si affannano nell’opera di revisionismo storico vorrei dire che c’è un modo giusto di pretendere il rispetto di tutti i morti, senza distinzione di fede politica (e senza per questo tralasciare il giudizio di condanna della Storia per coloro che hanno creduto nella mostruosità del nazifascismo e hanno sperato nella sua vittoria): quello di rispettare la Costituzione nata dalle ceneri della guerra e della lotta partigiana, da quei giorni di dolore, di sacrificio, di lutto degli italiani. La nostra Costituzione, l’ultimo atto – avremmo sperato – di un lungo, sofferto, eroico processo di unità nazionale, nato dal nostro Risorgimento, interrotto dal fascismo, che proprio nella rottura della democrazia parlamentare, e nell’assassinio di Giacomo Matteotti vedeva l’inizio di una nuova era.

In questo ultimo articolo riservato a Tina Anselmi, testimone del Progetto Policoro per il 2021, un GRAZIE DI CUORE lo rivolgiamo alla scrittrice Anna Vinci, che in questo anno attraverso i suoi articoli ci ha permesso di conoscere e approfondire meglio la figura di Tina.

“Grazie” è una parola che ci troviamo a ripetere spesso durante la giornata, ma quando si tratta di una gratitudine sincera e grande, un semplice grazie non sembra bastare.

È difficile in questi casi trovare le parole giuste per dimostrare quanto ne abbiamo apprezzato l’aiuto, i gesti e per la professionalità con cui ha agito.

Con stima e affetto l’augurio di una carriera sempre più proficua,

La Segreteria nazionale del Progetto Policoro

Tratto da: progettopolicoro.it

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