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La pagina più buia della libertà di stampa in Occidente

Oggi, 10 dicembre, Giornata Mondiale dei Diritti Umani, è stata scritta una delle pagine più buie della libertà di stampa in Occidente. Il giornalista ed editore Julian Assange sarà estradato negli Stati Uniti d’America. È quanto ha stabilito il giudice britannico Ian Burnett che, di fatto, ha ribaltato la sentenza di primo grado emessa il 4 gennaio scorso. Il giudice ha infatti ritenuto credibili le promesse degli Stati Uniti, secondo cui Assange non sarà detenuto nel carcere di massima sicurezza Adx Florence e non sarà sottoposto alle “misure amministrative speciali” (S.A.M.). L’intero processo di appello ha ruotato dunque intorno al trattamento che il giornalista subirà negli Stati Uniti: nemmeno una parola sul tema centrale di questa persecuzione, ossia l’incondizionata libertà dei giornalisti di condurre liberamente le proprie inchieste, soprattutto quando si hanno di fronte crimini di guerra e altre gravissime violazioni dei diritti umani. Ora è tutto nelle mani del Segretario di Stato britannico, Priti Patel, che dovrà dare l’ultima parola in merito. Il team legale del giornalista ha fatto sapere che continuerà la battaglia, facendo appello dove ancora consentito.
Proteste da parte di Amnesty, che ha definito il processo una “parodia di giustizia”, e Reportes Sans Frontieres, che ha condannato la sentenza definendola un “momento desolante per il giornalismo in tutto il mondo”. Una giornata resa effettivamente ancora più buia dalla solita ipocrisia occidentale che è quanto mai necessario sottolineare: mentre a Londra si decideva per l’estradizione di Assange, ad Oslo si consegnava ufficialmente il premio nobel ai giornalisti Novaya Gazeta Dmitry Muratov e Maria Ressa. Una trovata propagandistica che farà dormire sonni tranquilli a chi, più o meno ingenuamente, si accontenta della verità di regime, credendo alla favoletta secondo cui l’Occidente è tutto rosa e fiori.
Riguardo alle promesse degli Stati Uniti sul trattamento riservato ad Assange in caso di estradizione, qualche mese fa, in un’intervista condotta dalla giornalista d’inchiesta Stefania Maurizi per Il Fatto Quotidiano, Julia Hill, esperta di sicurezza nazionale e diritti umani che lavora per Amnesty International e, da circa 20 anni, si occupa dell’impatto delle garanzie diplomatiche che i governi offrono pur di estradare detenuti a rischio maltrattamenti e torture, era stata molto chiara: “Gli Stati Uniti ci hanno reso facile capire perché dobbiamo opporci all’estradizione: con una mano danno e con l’altra tolgono. Dicono: ‘Noi garantiamo che non verrà detenuto in una prigione di massima sicurezza, non sarà soggetto alle misure speciali SAMs e riceverà le cure mediche, ma se Assange farà qualcosa che non ci piace, ci riserviamo il diritto di non garantire tali condizioni’. Queste non sono affatto garanzie. Il giudice (che ha negato l’estradizione in primo grado, ndr) ha stabilito che sarebbe una misura oppressiva mandarlo negli Usa, dove può essere soggetto a condizioni di detenzione che potrebbero portarlo al suicidio. Per le leggi internazionali, il divieto di tortura è assoluto, non può essere condizionato dal comportamento che lui terrà”.
Ma non vogliamo allarmare troppo i nostri lettori: l’importante è che qualche politico oggi farà un tweet sulla Giornata Mondiale dei Diritti Umani, ribadendo quanto sia importante la loro difesa e, magari, aggiungerà perfino qualche complimento ai due giornalisti premiati oggi. I giornali mainstream, da parte loro, su Assange pubblicheranno forse qualche comunicato (ovviamente senza commentarlo: guai ad esporsi o sbilanciarsi troppo), così, già domani, potremo dimenticare questa “storiaccia” e pensare a quanto sia brutta e cattiva la Cina o qualche altro Paese che perseguita i giornalisti. Fortuna che nel democratico Occidente queste cose non succedono.

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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