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Dichiarazione di Vallombrosa

FONDAZIONE CAPONNETTO

VERTICE ANTIMAFIA

Vallombrosa, sabato 4 dicembre 2021


ERGASTOLO OSTATIVO

R
iformare in coerenza con il criterio guida del “doppio binario”

L’ergastolo ostativo rimane una priorità. È tutt’oggi un pilastro fondamentale della lotta alle mafie. Tornare indietro compromette il cammino, i successi e gli impegni di cui ancora necessitano il nostro Paese e la stessa Europa nel contrasto alle varie forme in cui si articola la criminalità organizzata. Il contesto globale privo di governance ha accelerato la capacità pervasiva di tutte le mafie, sia nelle loro attività illegali, come il traffico di droghe, sia nelle loro attività di riciclaggio, sia nelle loro attività collusive con l’economia legale e la vita delle Istituzioni pubbliche.

La Fondazione Caponnetto ritiene che la misura del “doppio binario” sia stata la migliore intuizione della lotta alle mafie e sia una grande risorsa per liberare il Paese e per indicare una strada comune a tutta la normativa europea, in grado di coniugare rigore e diritti, domanda di sicurezza ed esigenze di garanzie, legalità costituzionale e sviluppo sostenibile.

Il “doppio binario” non può essere pertanto messo da parte, non può essere sbriciolato per via giurisprudenziale o normativa perché si ritiene che l’impegno contro le mafie non sia più una priorità. Un errore di questo genere rischia di compromettere la crescita del Paese e della stessa Europa in questa travagliata fase della gestione della pandemia e rischia di mettere nelle mani delle organizzazioni mafiose una parte consistente delle risorse e degli investimenti che sono decisivi per il rilancio economico-sociale innovativo e sostenibile. Nel nostro Paese, nonostante gli innegabili risultati, c’è ancora una pervasiva azione mafiosa in quasi tutti i territori che rischia di compromettere gli investimenti locali e nazionali come quelli legati all’importantissimo “Recovery Fund”.

Il “doppio binario” costituisce il cuore della lotta alle mafie. I suoi primi pilastri fondamentali sono stati il 416-bis e l’aggressione ai patrimoni, a cui sin da allora si rimproverava un eccesso di rigore, mentre si sono rivelati strategici e decisivi e hanno consentito di ottenere risultati inediti, a fronte dei quali il nostro Paese ha pagato un prezzo altissimo, a cominciare dall’uccisione di Pio La Torre.

Il “doppio binario” è maturato ulteriormente nell’idea del Pool Antimafia guidato da Antonino Caponnetto, con quella modalità collegiale di organizzare il lavoro della Procura. Anche questa scelta fu inizialmente contrastata, mentre si è rivelata un’altra tappa decisiva nella lotta alle mafie.

Il “doppio binario” ha avuto una sua prima sistematizzazione proprio con Giovanni Falcone, attraverso la nascita della DIA, pensata come una sorta di moderna FBI specializzata nella lotta alla mafia; così pure in questo senso è stata concepita la DNA, voluta per aggredire al meglio il carattere unitario nazionale e transnazionale delle organizzazioni mafiose.

Un approccio analogo portò al 41-bis, grazie al quale si è cercato di interrompere i legami devastanti tra i boss detenuti nelle carceri e l’attività mafiosa esterna. Anche nel 1992 si alzarono molte resistenze avverso questo impianto, che invece si è rivelato un’altra tappa feconda del contrasto alle mafie.

L’ergastolo ostativo nasce sempre da questa intuizione di Giovanni Falcone, maturata e condivisa all’interno dell’esperienza giudiziaria costruita nel Pool Antimafia.

Nel 2011 e, soprattutto più di recente, nel 2017, il “doppio binario” ha ricevuto una incisiva e completa sistematizzazione con il Codice antimafia, sia sul versante del contrasto amministrativo sia su quello penale, civile e ordinamentale. Basti pensare al miglioramento del 416-bis, del 416-ter, al rafforzamento delle misure di prevenzione, delle interdittive antimafia e della gestione dei beni confiscati, al recepimento del Protocollo Antoci, solo per citare alcuni dei suoi pilastri fondamentali.

Dove sta il motivo fondamentale della scelta di ricorrere al “doppio binario”? Sta nella strategia in grado di colpire il punto di forza della mafia, cioè il vincolo associativo, che ne fa un unicum nel panorama criminale della storia delle democrazie e oggi, purtroppo, di tanti altri sistemi sociali e politici.

Il vincolo associativo nelle organizzazioni mafiose è totalizzante. È noto che si può uscire da questa appartenenza solo in caso di morte del boss, oppure attraverso una sua destituzione o, ancora, attraverso la scelta di collaborare con lo Stato, che rimane un tormento e un punto di debolezza del pensare e dell’agire mafioso. Insomma, gli associati mafiosi non possono liberamente rompere il vincolo mafioso, neanche quando trascorrono lunghe detenzioni, compreso l’ergastolo.

L’ergastolo ostativo ha la sua ragion d’essere in questo fattuale presupposto. Ecco perché Falcone l’ha voluto come parte integrante del “doppio binario”. Il giusto principio costituzionale del fine rieducativo della pena può trovare piena applicazione solo se il boss rompe con la sua appartenenza mafiosa. Diversamente, questo nobile fine rischia di diventare un’occasione preziosa per i boss per continuare dall’interno delle carceri l’esercizio della propria funzione criminale. Basti pensare a quando il boss si incontra in carcere con i propri familiari: la sua priorità ossessiva è trasmettere ordini all’esterno strumentalizzando perfino l’incontro con i propri figli. L’appartenenza alla mafia garantisce inoltre al boss una forza di intimidazione che egli fa valere negli istituti di pena, nei rapporti quotidiani con gli altri detenuti e con gli stessi rappresentanti dello Stato chiamati a gestire la sicurezza. Ecco perché sono stati pensati circuiti penitenziari differenziati e l’affidamento dei boss reclusi a personale specializzato.

La stessa dissociazione, molto importante per mettere in crisi l’appartenenza alle organizzazioni terroristiche, non vale per le organizzazioni mafiose. Nelle prime, l’appartenenza manifesta è considerata decisiva, tanto da essere proclamata non appena si viene messi in stato di arresto e vantata durante la fase processuale, per cui la dissociazione è una reale e possibile rottura dell’appartenenza alla organizzazione terroristica. Nelle mafie, invece, vale un altro modello, totalmente opposto: l’appartenenza, all’esterno, viene del tutto negata, senza pudore, secondo il principio che la mafia non esiste. Al boss è consentito il ricorso alla menzogna, mentre viene riservato il dovere della verità solo al proprio interno, quando è certo di trovarsi al cospetto dei propri sodali. Ecco perché la dissociazione ai mafiosi non costa niente, per loro è soltanto una via per sottrarsi ai rigori del 41-bis e in particolare dell’ergastolo ostativo.

È stato un limite non avere fatto leva nelle memorie presentate dallo Stato sul carattere così totalizzante del vincolo mafioso, in modo che la Corte di Strasburgo e la stessa nostra Corte costituzionale potessero valutare meglio i profili dell’ergastolo ostativo, proprio in funzione di garantire un vero percorso rieducativo della pena.

Adesso il compito a cui si è chiamati è quello di predisporre comunque una riforma capace di mantenere ferma la scelta di fondo del “doppio binario” ed evitare che si possa tornare indietro, a periodi bui della presenza delle mafie nei territori, nell’economia, nelle istituzioni.

Il Parlamento, ad avviso della Fondazione, deve realmente dare una risposta coerente con la disciplina e le finalità del “doppio binario”. Non sarà semplice, ma l’unità e la convergenza di tutte le forze sane della società deve servire a stimolare una riforma condivisa ed efficace nel chiudere qualunque spazio alla mafia nel segnare un successo a proprio favore.

L’aspetto fondamentale della riforma da predisporre è quello di escludere il possibile venir meno dell’ergastolo ostativo attraverso due condizioni solo apparentemente riscontrabili nel comportamento dei mafiosi in carcere: la dissociazione, appunto, e la cosiddetta buona condotta. Non sono due fattispecie in grado di determinare i presupposti per poter accedere al novero degli istituti premiali perché non incidono sul venir meno del vincolo associativo.

La riforma dell’ergastolo ostativo deve ruotare intorno ad una scelta già ben presente nel sistema del “doppio binario”: l’inversione dell’onere della prova, in questo caso del vincolo dell’appartenenza all’organizzazione mafiosa. Spetta ai boss, infatti, dimostrare nella fattualità il venir meno di questo vincolo. Gli indici di questa rottura devono essere ben individuati dal legislatore per poter escludere con certezza l’attualità dei collegamenti, nonché il pericolo di ripristino dei legami diretti o indiretti con la propria organizzazione di appartenenza. Nello stesso tempo, deve essere certa e verificabile la non disponibilità dell’accesso al patrimonio accumulato attraverso le attività criminali.

Per quanto riguarda la procedura relativa ai pareri da fornire al giudice della sorveglianza, è importante che siano coinvolti sia la Procura antimafia del tribunale del capoluogo del distretto dove si è esercitata l’azione penale, sia il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, garantendo anche tempi ragionevoli in virtù della complessità degli accertamenti.

Deve essere altrettanto definito il percorso di monitoraggio e controllo durante gli eventuali accessi alle misure premiali, in modo che si possano revocare prima che si consumino reati e si riprendano le funzioni precedenti nella vita dell’organizzazione mafiosa.

La Fondazione Caponnetto vigilerà insieme alle altre realtà dell’antimafia sociale sull’iter legislativo e chiede che si eserciti la delicata funzione di riforma avendo nel cuore e nella mente la necessità di mantenere in vita la priorità della lotta antimafia attraverso l’applicazione decisa e costante del Codice antimafia, dove il “doppio binario” ha una sua piena legittimazione.

Tratto da: antoninocaponnetto.blogspot.com

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