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Si tratta di Dairo Antonio Usuga, noto anche con il soprannome di “Otoniel”, capo indiscusso degli “Urabeños” e primo esportatore di cocaina nel mondo. È senza dubbio un durissimo colpo al narcotraffico internazionale. Non esulterei, tuttavia, tanto, poiché dall’arresto di “El Chapo”, al secolo Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, la criminalità organizzata colombiana si è schermata attuando il passaggio da una struttura di vertice e unitaria a un’altra sempre di vertice ma disarticolata. La scissione del crimine organizzato colombiano in piccoli clan autosufficienti rende molto più difficile l’azione di contrasto da parte dello Stato. Pur indebolendo la struttura di vertice i piccoli clan, riescono sempre a ricomporsi rapidamente e con i clan satelliti occupano immediatamente la posizione liberata e riprendono le attività criminali continuando i traffici illeciti del precedente gruppo. Il crimine organizzato colombiano negli ultimi anni si è dimostrato non solo resistente, ma molto veloce nell’adattarsi alle mutevoli condizioni politiche, economiche e sociali, sfruttando le nuove opportunità con rapidità eccezionale, mentre, la magistratura e le forze dell’ordine nazionali e internazionali perdono inesorabilmente terreno. È molto probabile che il crimine organizzato colombiano continui la diversificazione del suo portafoglio criminale rafforzandosi anche fuori dai confini nazionali. L’arresto di “Otoniel” è sicuramente un buon segnale di affermazione dello Stato colombiano nella lotta al narcotraffico, ma la nuova generazione di criminali, molto più esperta, ben finanziata e ben collegata rispetto ai loro predecessori, pur non sembrando, è molto più pericolosa della precedente. Sono questi nuovi clan che oggi gestiscono gran parte della cocaina della Colombia con nuovi modelli di azione che ripudiano la violenza. Raramente si sporcano le mani e proprio per questa nuova metamorfosi sono molto difficili da individuare e catturare. I nuovi trafficanti internazionali di droga provenienti da Medellin, ad esempio, spesso indicati come “narco-juniors” sono i figli, se non addirittura i nipoti, dei trafficanti che un tempo lavoravano con Pablo Escobar. Hanno però un quid pluris rispetto ai loro antenati. Hanno frequentato le migliori scuole della Colombia e ora gestiscono i propri clan come vere e proprie imprese inserite nei mercati economici e finanziari internazionali. Negli anni passati gli strumenti più in voga nei clan erano le armi. Oggi, invece, sono gli smartphone e i computer con programmi di crittografia e cifratura internazionali. I nuovi narcotrafficanti sono ben istruiti ed esperti al punto da riuscire ad amalgamare denaro pulito e sporco in un mix spesso irrintracciabile perché ritenuto lecito. Nella lotta al narcotraffico internazionale si dovranno fare i conti con questo nuovo tipo di criminalità organizzata molto più pericolosa, astuta e difficile da combattere con la legislazione antimafia attualmente esistente a livello europeo e internazionale.

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