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Due grandi nomi della giustizia italiana affrontano, a partire dalla loro esperienza professionale, il tema dell'importanza della legalità, strumento di crescita per ogni comunità, fondamentale per una migliore qualità della vita

Oggi parlare di legalità e giustizia in termini credibili non e facile. Molti, fra i giovani ma non soltanto, sono naturalmente portati a considerare le regole con un certo fastidio: “Uffa, che stress tutte queste imposizioni; e cosi bello fare quel che si vuole con gli amici, senza ‘grilli parlanti’ a spiegarci come dobbiamo vivere la nostra vita...”. Anche perche, purtroppo, gran parte della società subisce l’influenza di modelli negativi che, quanto a rispetto delle regole, predicano bene e razzolano male. Cattivi esempi che si autoassolvono con giustificazioni di comodo - “Cosi fan tutti; cosi va il mondo; tanto non cambia mai niente...” - e si rifanno a “filosofie” ispirate dalla constatazione che, spesso, nel nostro paese chi sbaglia non paga, soprattutto se conta o ha gli “agganci” giusti. A diffondere questo clima di sfiducia, hanno giocato un ruolo-chiave (nel recente passato) i condoni che hanno annullato, per esempio, le pene per evasori fiscali e costruttori abusivi e le leggi mirate su specifici, particolari interessi: insomma, interventi grazie ai quali chi ruba o evade le tasse per milioni di euro sconta lievi condanne e non va in prigione. c’è uno scenario di fondo, in buona sostanza, che tende a far apparire come “sorpassato” e “fuori moda” chi si ostina a parlare di legalità e di rispetto delle regole. C’è un clima che favorisce la rassegnazione e il disimpegno, potenti rampe di lancio per le tante furbizie, illegalità e ingiustizie che infestano il nostro paese. Ad alimentare questa situazione ci sono i messaggi invasivi e spesso persuasivi che tv, canali YouTube o Tik-Tok, influencer e cantanti trap diffondono quotidianamente, condizionando i comportamenti di ciascuno, a partire dai più giovani. Non importa quel che si e, ciò in cui  si crede o di cui si e alla ricerca;  non importa avere dei punti di riferimento (non usiamo la parola “valori” perché temiamo sia in via di estinzione...); interessa solo apparire, e sempre in un certo modo: un apparire vuoto, privo di talento e di sostanza. E pur di riuscirci, si scavalcano gli altri senza troppi riguardi, se necessario sgomitando o scalciando, con la complicità di chi eleva a modello e trasforma in “star” i cattivi esempi. Di qui una “scuola” di arroganza, prepotenza e violenza che e antitetica a ogni cultura della legalità e delle regole.

Gli effetti: Italie diverse. Ecco allora che sul piano privato, non meno che sul versante pubblico, vanno diffondendosi modelli di comportamento che privilegiano la tendenza a essere severi e intolleranti con gli altri, soprattutto se considerati “diversi”, e allo stesso tempo invocano o pretendono per se stessi comprensione e indulgenza. In questo modo gli interessi individuali (egoistici) prevalgono su quelli di carattere generale, e di conseguenza stenta a crescere l’Italia delle regole, di quelli che vorrebbero che la legalità non fosse una parola vuota con cui riempirsi la bocca, ma una prassi effettiva e convinta per tutti. E se questa Italia fatica, si aprono sempre più spazi per l’Italia dei furbi, di coloro che dribblano le regole (a cominciare dal pagamento delle tasse) liquidandole come “un affare per i fessi che ci credono”; per l’Italia degli affaristi, che le considerano un ostacolo al pieno dispiegarsi delle loro attività; o per l’Italia degli impuniti, che le violano sistematicamente e pretendono che nessuno osi chiedere loro conto e ragione.

Attenzione, pero: se l’Italia delle regole soccombe, si innesca una spirale perversa che inesorabilmente porta a lacerazioni profonde che possono fare a brandelli lo stesso senso morale della nostra comuni. E alla fine potremmo ritrovarci tutti sotto un cumulo di macerie. Tutti: le conseguenze nefaste riguarderebbero l’intera comunità, senza risparmiare nessuno. Senza regole non c’è partita. Dunque, legalità e giustizia non attraversano un buon momento, impigliate come sono nelle maglie di una rete fatta di crisi, sofferenza e malessere. E tuttavia, proprio per questi motivi, e necessario continuare a discuterne, senza concedersi il lusso del silenzio. Perché e del tutto evidente che senza legalità e giustizia la qualità della convivenza deperisce. Per usare una metafora sportiva, senza regole non c’è partita o la partita e truccata. E a vincere sono sempre i “soliti”, quelli che hanno tutto da guadagnare se le regole restano inosservate perché possono approfittare delle condizioni di forza, sopraffazione e sfruttamento di cui godono in partenza e continuare indisturbati a prevaricare, con grave ed evidente danno per l’uguaglianza e per i diritti degli altri.

Può capitare a ciascuno di noi di trovarsi in situazioni del genere nel proprio ambiente scolastico, lavorativo o sociale, Allora, guai a pensare che tocchi solo agli altri occuparsene. Quella per la legalità e la giustizia e una battaglia per il bene comune che riguarda direttamente tutti noi. Perciò, no all’indifferenza: occorre partecipare, avere il coraggio di rifiutare i compromessi facendo anche scelte scomode.

Mai voltarsi dall’altra parte se si vede qualcuno in difficolta o un compagno bullizzato. Il miglior orizzonte della vita di ciascuno e imparare a essere liberi con gli altri e per gli altri; solidali con gli altri, non contro. Denunciare (e sostenere chi denuncia) le cose che non vanno, rivolgendosi a chi le puo sistemare, e una prova di responsabilità e coraggio.


Gian Carlo Caselli, nato ad Alessandria nel 1939, è stato giudice istruttore del Tribunale di Torino dai primi anni Settanta, via via sempre più impegnato in indagini sul terrorismo, in particolare sulle Brigate rosse. Dal 1986 al 1990 è stato membro del Consiglio superiore della magistratura. Dal 1993 al 1999 ha diretto la procura di Palermo, dalla cattura di Totò Riina e di numerosi altri boss ai grandi processi su mafia e politica. Ha terminato la sua carriera nel 2013 come procuratore capo di Torino. È autore di un’autobiografia, Nient’altro che la verità (Piemme, 2015).

Guido Lo Forte, nato a Palermo nel 1948, è entrato in magistratura nel 1974. È stato pubblico ministero nella sua città per oltre trent’anni, prima come sostituto e poi come procuratore aggiunto, e poi a Messina, come procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale. Il suo nome è legato alle inchieste sui rapporti tra mafia, politica ed economia e al sequestro dei patrimoni di boss mafiosi di primo piano. Con la Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha curato, tra l’altro, i processi Andreotti, Dell’Utri e Carnevale nella fase delle indagini e del dibattimento di primo grado.

Insieme, i due autori hanno pubblicato La verità sul processo Andreotti (Laterza, 2018) e Lo stato illegale (Laterza, 2020).

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