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Ti scrivo per raccontarti e magari sentire i tuoi commenti su una cosa capitatami a luglio mentre ero in vacanza a Cinisi; una sera parlando con amici di sempre uno di loro (nessuno di famiglia 'ntisa o di strascinaquacina che ancora in parte popolano il paesino), non so come parlando di Peppino disse qualcosa del tipo ´la polvere che ha fatto saltare in aria Peppino era la sua´. L'ho fermato chiedendo spiegazioni, perché sedici anni fa avevo già sentito qualcosa del genere e non pensavo di dover sentire i di nuovo stronzate del genere. L'amico allora (di cui non ti faccio il nome adesso per vergogna - di me per lui - e che sicuramente conosci) mi dice che è conosciuta da tutti in paese la passione di Peppino per gli esplosivi, e in particolare la sua abilità nel pescare con la dinamite. Avevo un'altra volta sentito che addirittura fosse stato lui a far saltare in aria per gioco con della dinamite la parete che adesso si vede crollata della torre Mulinazzo. Insomma la teoria sua e di qualche altro era che non era del tutto impossibile che Peppino si fosse fatto saltare in aria da solo, anzi. A parte lo stupore e la rabbia del momento, a con la distanza e col tempo mi sono ritrovato a pensare tante volte a quell'episodio. Papà mi ha sempre detto che sentita la notizia di Peppino, nessuno a Cinisi poteva aver dubbi su chi avesse ordinato quell'omicidio. Evidentemente non è così. Ancora dopo 40 anni di sentenze e verità giudiziarie, film, documentari e manifestazioni, c'è ancora a Cinisi qualcuno che non ha occhi per vedere. E mi chiedo il motivo della avversione di una parte (onestamente devo dire piccola) della gente in paese per la figura di Peppino. Anticomunismo? Simpatia per una fantastica - nel senso prodotto di fantasia - 'vecchia' mafia?


RISPOSTA

Caro amico,
nessuno stupore per quello che ti è capitato di sentire. A Cinisi circolano ancora di queste notizie. Gente che non ha mai visto né conosciuto Peppino pretende di sapere tutto su di lui e tutto vuol dire che era sporco, che era un fannullone, un bestemmiatore, un pervertito, un attaccabrighe, un malacarne, oltre che un comunista terrorista: insomma, come tu sai all’immaginazione non ci sono limiti. La scena che ti racconto è accaduta sotto i miei occhi: era appena arrivato un autobus pieno di studenti in visita a Casa Memoria e due ragazzotti, su un motore si erano fermati guardandoli scendere. Uno dei due disse all’altro: “Ma guarda un po’! Ci u dicissi io cu era Pippino Mpastato”. La professoressa che accompagnava gli studenti, avendo sentito tutto disse ai due stronzetti: “Aspettate un minuto, visto che siete informati, raccontate voi ai ragazzi chi era Peppino”. I due, colti in fallo si allontanarono in fuga col motore. Ancora oggi, persino nelle scuole superiori frequentate da ragazzi di Cinisi senti dire a loro assurdità di questo genere, sicuramente riferite dai genitori. Inutile dirti che se c’è qualcuno che ha conosciuto Peppino questi sono stati i suoi compagni, tra i quali mi onoro di essere: quelli veri, non tutti quelli che dicono di esserlo stati. Gli altri sono il prodotto marcio di una “borghesia mafiosa”, quella che aveva accettato senza porsi alcun dubbio, la teoria che Peppino era morto andando a mettere la sua bomba suoi binari per fare saltare il treno. Il piano prevedeva infatti che non solo si uccidesse il leader più aggressivo di un gruppo, ma che se ne distruggesse la memoria e che si cancellassero i componenti dell’intero gruppo ai quali non avrebbe più potuto togliersi l’etichetta di essere compagni di un terrorista e quindi anch’essi terroristi. Sicuramente il piano non sarà stato partorito da Gaetano Badalamenti, che era troppo rozzo per usare gli strumenti della strategia politica del momento. E tuttavia Badalamenti era la persona più autorevole di Cinisi, l’autentico padrone della vita e della morte non solo dei suoi paesani, ma di tutti gli abitanti delle province di Trapani e Palermo: era il capo della Cupola e tale fu dal 1970 al 1978, anno in cui fu posato, probabilmente anche per non aver saputo gestire bene la vicenda di Peppino. Siamo stati capaci di saper reagire a questa infamia, di metterci a fare le indagini al posto dei carabinieri e del magistrato e di fornire gli elementi per l’avvio di un processo durato 22 anni. Alla fine, soprattutto grazie a Felicia, la mamma di Peppino, ce l’abbiamo fatta. Tuttavia a Cinisi c’è ancora chi stenta a dare cittadinanza a Peppino, che se ne sta in fondo al corso Umberto, “un nuddu mmiscatu cu nienti”, mentre riconosce come autentica e massima espressione Gaetano Badalamenti, che dall’alto del palazzo dei Benedettini, domina il paese e riesce a spingere lo sguardo persino nel nord e nel sud America. Il giudizio naturalmente non è esteso a tutto il paese. Qualcuno ama ancora aggrapparsi alla prima indicazione di quel lontano 9 maggio 1978, che aveva messo tutti d’accordo: Peppino era un bombarolo, come quello della canzone di Fabrizio De Andrè, che tanto gli piaceva. Il trentenne era lui, le idee quasi niente sbagliate erano quelle della critica alle perversioni della società borghese, il posto era quel lontano e desolato binario:

“Intellettuali d'oggi
Idioti di domani
Ridatemi il cervello
Che basta alle mie mani
Profeti molto acrobati
Della rivoluzione
Oggi farò da me
Senza lezione

Così pensava forte
Un trentenne disperato
Se non del tutto giusto
Quasi niente sbagliato
Cercando il luogo idoneo
Adatto al suo tritolo
Insomma il posto degno
D'un bombarolo”.

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