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Stefania Prandi racconta le storie e l’inadeguatezza del sistema giudiziario

“La reazione all’infinito dolore individuale, che da personale diventa politico, fatica a essere riconosciuta a livello istituzionale e mediatico. Eppure sono in molti a non smettere di combattere contro l’invisibilità e il silenzio, nemmeno a distanza di decenni dalla morte delle loro figlie, delle madri, delle sorelle. Il vero amore è questo, non quello degli uomini che le hanno uccise.” (Stefania Prandi)
“Le conseguenze, i femminicidi e lo sguardo di chi resta" è un reportage lungo tre anni che racconta le storie di chi resta, dopo il femminicidio. I racconti di madri, padri, figli e figlie che si trovano da soli ad affrontare i giorni del dopo, i processi giudiziari e mediatici, l’opinione pubblica, una vera e propria lotta per ottenere giustizia.
L’autrice, Stefania Prandi, rinuncia alla tradizionale retorica usata dalla cronaca nera, che si focalizza sulla morbosità dei fatti e sulla spettacolarizzazione della sofferenza, per portare un punto di vista diverso, un racconto diverso.
Durante le sue ricerche incontra un dolore non solo privato e personale, ma anche politico, maturato in una lotta contro la società e le istituzioni che alimentano una cultura di violenza contro la donna.
Il reportage fornisce ai familiari, alle vittime “collaterali” una piattaforma nella quale raccontare l’inadeguatezza del sistema giudiziario e delle forze dell’ordine. L’atteggiamento ancora troppo diffuso di fronte al racconto di una violenza di qualsiasi tipo è l’incredulità, non solo istituzionale, ma anche sociale. Tale inadeguatezza ha grosse conseguenze non solo sulle donne vittime, ma anche sulle persone che restano dopo di loro.
Dal 2000 al 2014 in Italia ci sono stati 1.600 casi di orfani che hanno perso la madre perché uccisa dal padre. Nonostante la legge promulgata in favore di questi ragazzi, detti “orfani speciali”, trovare un modo per accompagnarli e aiutarli rimane un problema grave ed urgente.
Le donne vittime di violenza subiscono una seconda violenza da parte della società, che non crede alla vittima o cerca di attribuirle la responsabilità per ciò che è accaduto. Tutto questo ricade poi sui familiari.
Nelle interviste fatte, l’autrice ha spesso incontrato un senso di colpa da parte delle madri che credevano di non aver fatto abbastanza, di non essere riuscite a proteggere e salvare le figlie. Spesso, però, seguire il protocollo, denunciare, allontanarsi e farsi una nuova vita, non basta.
È un senso di colpa che agisce su vari livelli ed è la dimostrazione dello sviamento continuo a cui è sottoposta la tematica della violenza di genere. La nostra società si concentra molto di più su ciò che può aver fatto la donna per scatenare la violenza, piuttosto che ritenere responsabili gli autori ed ideare delle politiche che prevengano questi crimini.
Anche i procedimenti giudiziari diventano un calvario per i familiari delle vittime. La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio sta analizzando oltre 200 sentenze, per trovare la grande quantità di errori giudiziari che vengono commessi in casi di questo genere. Sono errori che tendono quasi sempre alla riduzione di pena per i colpevoli. I familiari raccontano la fase giudiziaria come un secondo delitto, un secondo omicidio della vittima.
Stefania Prandi racconta un lato meno noto del femminicidio, cercando di umanizzare le vittime e restituendo una voce ai familiari che lottano per dimostrare che un femminicidio non può essere attribuito al caso, ma è un fenomeno con radici culturali e sociali profonde, attecchite su un senso di proprietà e di dominio degli uomini sulle donne ancora molto diffuso.

Foto © Imagoeconomica

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