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La mattina del 4 gennaio, migliaia di persone in tutto il mondo hanno seguito con trepidante attesa la decisione finale della giudice Vanessa Baraitser riguardo l’estradizione del giornalista ed editore Julian Assange negli Stati Uniti. La posta in gioco era altissima: libertà di stampa, verità e giustizia. La tensione generale si mischiava con l’amara consapevolezza che il verdetto fosse già scritto da molto tempo. Tale consapevolezza proveniva dal fatto che il processo si era presentato fin dall’inizio come un teatro tragicomico: la difesa e i testimoni venivano continuamente interrotti e ripresi dalla giudice mentre all’accusa veniva concesso tutto, dalle arringhe ininterrotte di 2 ore al presentare il fascicolo aggiornato con le accuse (500-700 pagine), ai testimoni solo poche ore prima della loro testimonianza. Eppure la sentenza ha spiazzato tutti: Assange non verrà estradato. La motivazione ufficiale è che le gravi condizioni di salute del giornalista sarebbero ulteriormente aggravate dall’estradizione negli Stati Uniti, dove sono note le pessime condizioni carcerarie. Come dice giustamente il giornalista Glenn Greenwald, la sentenza è più un’accusa al sistema carcerario statunitense che una difesa alla libertà di stampa. Le accuse statunitensi non sono state respinte e, dunque, il verdetto ha confermato che il giornalismo è ancora in pericolo di essere etichettato come “spionaggio”. Bisogna però notare che fino a questo momento le condizioni di salute di Assange non sono poi interessate così tanto né ai giudici né alle autorità carcerarie. Nonostante la diagnosi del 2019 che, condotta da Niels Melzer e due medici esperti in vittime di tortura, testimoniava le gravissime condizioni psicologiche di Assange, quest’ultimo è stato tenuto comunque in isolamento in condizioni disumane. Lo stesso vale per il recente focolaio di Covid-19 nel carcere di Belmarsh: nonostante i suoi comprovati problemi polmonari, Assange è stato deliberatamente lasciato in prigione.

A confermare la poco credibile motivazione è la nuova sentenza pronunciata oggi: negata la “libertà” su cauzione (ossia il passaggio da Belmarsh agli arresti domiciliari). Assange rimarrà in carcere. Come dicevamo, la motivazione del rifiuto all’estradizione è stata l’alto rischio di suicidio a cui è esposto il giornalista nelle carceri statunitensi, appare perciò fortemente contradditorio decidere di lasciarlo in un carcere di massima sicurezza inglese. Quale sarebbe la differenza?

Dunque la sentenza del 4 Gennaio sembra più essere un modo per prendere tempo. Il processo era troppo palesemente vergognoso e finto. In questi anni milioni di persone hanno rotto il vetro di silenzio che avvolgeva il caso Assange. Non media o politici, ma cittadini da ogni parte del mondo. Dunque la mia personale opinione è che la decisione è stata in qualche modo influenzata da noi. Sì, noi che non abbiamo mai smesso di difendere quell’uomo giusto; noi che abbiamo perso la voce nel gridare “no extradition” e “free Julian Assange”; noi che abbiamo preso parte alla recente campagna #aChair4Assange del movimento culturale di Our Voice, portandoci sui mezzi la sedia su cui poi avremmo scattato la foto; noi che abbiamo sentito le torture e le pene inflitte a Julian Assange come fossero sulla nostra pelle. Estradarlo in queste condizioni avrebbe significato perdere la credibilità di fronte a tutto il mondo.

D’altronde che l’opinione pubblica sia l’ostacolo principale di chi perseguita Assange è ciò che emerge continuamente in molti documenti segreti pubblicati da Wikileaks: la costante preoccupazione delle agenzie di intelligence di tenerci all’oscuro di ciò che accade realmente nel mondo. Nonostante la complicità mediatica, non ci sono riusciti con il caso Assange.

La nostra battaglia ancora non è conclusa. Lo sarà quando cadranno tutte le pretestuose accuse contro Julian Assange e lui sarà dichiarato non solo innocente ma anche un esempio da seguire per combattere il marcio che ci circonda.

Foto © Imagoeconomica

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