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di Vincenzo Musacchio
Per velocizzare le fasi dell’appalto, il governo propone che, fino al 31 dicembre 2021, si proceda senza gara ma con l’affidamento diretto per le opere fino a centocinquantamila euro e con la trattativa diretta con almeno cinque operatori per quelle di importo superiore, riservando la gara vera e propria solo a quelle sopra i cinque milioni. La Presidenza del Consiglio potrà individuare opere di rilevanza nazionale per le quali si introdurranno procedure a trattativa ristretta. Nasce il Fondo per la prosecuzione delle opere pubbliche. Lo scopo sarebbe quello di evitare che la mancanza temporanea di risorse pubbliche (in attesa della erogazione di un finanziamento o per altra causa) possa costituire un ostacolo alla realizzazione dell'opera. Beneficiari del Fondo sono quindi le stazioni appaltanti. Si legge a questo proposito nel decreto: “Fino al 31 luglio 2021 si prevede l'obbligatorietà della costituzione del Collegio consultivo tecnico per appalti di valore superiore alle soglie comunitarie o per opere di interesse nazionale. Il collegio, oltre a svolgere alcuni rilevanti compiti in tema di sospensione e modifica delle opere, ha funzione di assistenza per la rapida risoluzione delle controversie o delle dispute tecniche”. A prima vista mi paiono deroghe eccessive e semplificazioni troppo ampie oltre alla questione dei subappalti e delle stazioni appaltanti dove il rischio di infiltrazioni mafiose è alto. Non dimentichiamoci che i subappalti hanno in sé una serie di rischi collegati alle infiltrazioni mafiose e sono rischiosi proprio sul piano della qualità dell’opera. È noto che i subappaltatori operano in regime di ulteriore risparmio: più che al far bene si pensa all’arricchimento individuale. Giovanni Falcone, in primis, ci ha insegnato come gli appalti ad affidamento diretto siano stati e sono la grande mangiatoia di clan mafiosi e faccendieri: una realtà dimostrata da centinaia d’inchieste giudiziarie (ai tempi di Falcone ricordiamo il “Sacco di Palermo”) anche nelle ultime settimane. Indagini che evidenziano come questi lavori spesso siano affidati agli amici degli amici, senza garanzie né di qualità, né di legalità: si tratta del settore preferito dall’area grigia delle cosche mafiose, che in tutta Italia manovrano imprese e ditte e conquistano cantieri, alternando tangenti a intimidazioni. E così, se ci sarà la conferma del Parlamento, nel prossimo anno molto denaro pubblico corre il rischio di essere speso senza controllo per la gioia del mafioso di turno che potrà beneficiarne. Queste nuove regole purtroppo favoriranno le organizzazioni mafiose, da sempre operanti nel mondo delle opere pubbliche. Le infiltrazioni mafiose presenti negli appalti pubblici, ormai sono un dato di fatto inconfutabile. La presenza di numerose stazioni appaltanti, la parcellizzazione dei contratti e il ricorso eccessivo al subappalto, renderanno difficile i controlli da parte della magistratura e delle forze dell’ordine. E’ evidente che questa modifica normativa che regola il sistema degli appalti pubblici ha delle lacune perlomeno molto rischiose. Le organizzazioni mafiose da molti anni hanno deciso di puntare su attività legali e su persone “immacolate” per riciclare gli enormi capitali guadagnati illecitamente. Oltretutto, utilizzando materiali scadenti o depotenziati, la “mafia imprenditrice” continua a mantenere assicurato il lavoro di manutenzione delle opere costruite. Alla luce di questi fatti si può ben comprendere perché questa scelta normativa se approvata potrebbe rivelarsi un boomerang. Molti ancora non comprendono che in tal modo le mafie diventano un’insidia per la libera economia perché riescono a convertire i loro guadagni criminali in soldi puliti in maniera più facile. A tal proposito, occorre tener presente che la “mafia imprenditrice” riesce ad accaparrarsi molti degli appalti, su tutto il territorio nazionale, con il sistema senza gara con le nuove regole il suo lavoro sarà facilitato. In questo modo, creerà un sistema, un consenso nelle regioni di provenienza e un controllo del territorio nelle altre. Molti amministratori sono convinti che in questo modo si facciano risparmiare i cittadini, dimenticandosi però altre questioni importanti. Così facendo si potrebbe rischiare di rafforzare le associazioni mafiose, con conseguenze non indifferenti: gli imprenditori onesti non potranno mai competere con le imprese mafiose, quindi, molti di questi saranno costretti a chiudere; nei cantieri dove lavorano le “imprese infiltrate”, non si rispettano le norme della sicurezza nei luoghi di lavoro e sono utilizzati materiali scadenti e quindi le costruzioni sono a rischio crollo. La presenza abnorme d’imprese, il numero di appalti inferiori a centocinquantamila euro, la parcellizzazione dei contratti e il ricorso eccessivo al subappalto, renderà ancor più difficile e qualche volta quasi impossibile, un controllo efficace negli appalti pubblici da parte delle autorità competenti (es. Anac). E’ necessario tener presente che, come solitamente avviene nel nostro Paese, si correrà ai ripari quando sarà troppo tardi poiché come abbiamo costatato più volte le mafie, hanno messo il loro “zampino” in questi affari da molti anni.

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