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di Luciano Armeli Iapichino
Non ce ne faccia un torto Rosario Crocetta per averlo posizionato dopo Ponzio Pilato. Ma Nello Musumeci, governatore di Sicilia, ha agito come il pessimo governatore della Giudea: ha messo le mani sul tesoro del Tempio, la sacralità dell’identità. Che non si tocca.
Non solo. Ha fatto peggio di Rosario nella gestione della cultura prima e dopo il triste epilogo dell’affaire Battiato: e non era facile.
Sia chiaro, il nome è una questione forse secondaria: del Samonà, se ispirato a ordinovisti e massoni, per i siciliani che hanno respirato di tutto, forse (dico forse) non è l’oggetto del contendere. Diventa lana caprina, di contro, se il neo Federico II ha una carta d’identità politica legata al Giussano, all’insulto, all’enigma dei 49 milioni, all’ampolla: in poche parole, se l’amico è salito non sul carro dei vincitori, ma sul carroccio della cultura del disprezzo della dignità meridionale.
Musumeci per aver compiuto la scelta politica più infima della sua navigata parabola politica sarà stato con le pezze al c... È questo il tam-tam che circola. E lo sa pure il governatore. Sa che ha dovuto pugnalare i siciliani alle spalle per nuovi assetti. È storia antica. E sa di aver deluso. In tanti. Anzi, in tantissimi.
E adesso mi rivolgo a Lei, On. Governatore.
Caro Presidente, con questa mossa apriti-cielo Lei ha lacerato un popolo: Lei ha diviso!
La Sicilia, che secondo la Sua subdola convinzione dai toni spegni-fuoco e ammazza-polemica addolcita dalle sembianze di una abnegazione operativa per una terra che ancora normale (non bellissima) non è, e che sarebbe stata muta, in realtà ha urlato. Tanto! Forse anche sopra le righe.
E non solo sui social, regno dei “poveracci”.
Ha litigato nei gruppi dei Cavalieri; nei “corridoi” accademici; nelle piattaforme scolastiche. Nell’anima variegata della destra a Lei tanto cara. Minchia Signor Presidente, ha creato scompiglio pure tra certi suoi fedelissimi, storditi dall’imbarazzo e dalla rabbia. Tutti logorroici con la stessa parola: delusione. E a proposito degli accademici: se la buona parte è rimasta in silenzio ma attonita, elegantemente fuori dal coro ma sconcertata, ormai disillusa e indifferente, qualche eccezione ha dato sfogo al più colorito dei dissensi. Mi creda!
Sono saltati gli equilibri. Per tutti.
Pure a sinistra. Ma è stata colpa del Covid e del lockdown. E dei frustrati squattrinati.
Adesso Le faccio una confessione. Quando “crocifiggeva” a ragione Rosario Crocetta, assurto spesso ad anima cristologica martirizzata nella storica aula dell’Inquisizione, fustigato dalle sue ornamentali, concrete e invidiate performance oratorie, anche a sinistra gli onesti intellettualmente Le riconoscevano la statura dell’homo politico, lo stile, lo statista che la volontà divina avrebbe collocato, come meritata ricompensa alla sua onorata carriera, sullo scranno costruito dalla quercia delle civiltà: quello di Presidente della Regione Sicilia.
Civiltà, Presidente!!! Non Noi ce l’abbiamo duro!!!!
Un nobil uomo come Padre di tutti i siciliani a prescindere dall’appartenenza.
Il saggio. Il moderato. L’onesto! Si appunto, mai odor di peculato.
Divenuto poi, per ragion di stato di sopravvivenza politica, il boia della dignità di quanti, tanti, tutti, hanno visto consegnare le tavole dell’identità sicula al re dello stato libero di Papete: Matteo Salvini.

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Rosario Crocetta


Lei lo sa, è uomo troppo ‘spertu, che il vessillo di questa cultura, piantato dai nostri conterranei illustri sino alle vette del Nobel, non andava sporcato. E lo immaginiamo quanto Le sarà costato pensando che, con la sua retorica, avrebbe spento poi (almeno tentato di farlo) i toni e ‘nfinucchiatu tutti. Ma la notte Lei rimugina. Sul senso della cosa, sui bilanci della sua vita, sul senso della politica, su questo fratricidio doloroso, perché di dolore si tratta, che lo sta tormentando. L’immagine è quella dei siciliani che Lei osserva, mentre incatenati e umiliati, sono costretti a seguire una “civiltà” diversa dalla loro.
Lei sa anche, è “vecchio” lupo, che per piantare il vessillo della legalità nella terra dei Guttuso, dei De Roberto, di Ciaula e di Nedda, c’è stata gente che è stata raccolta a brandelli nell’asfalto arroventato e nei primi piani dei palazzi. E che fa, la consegna ai discendenti di Bossi e Borghezio?
Guardi che la gente si è incazzata davvero, perché da Lei, dal saggio Musumeci che aveva fatto bene nella splendida Catania e che L’Etna ha sempre risparmiato nonostante l’aruspicina padana, nessuno se l’aspettava.
E poi, per carità, La finisca di presentarsi dinanzi alle telecamere con quell’oratoria da avvocati anni quaranta: quel periodare lento e pungente, etereo e concreto, metaforico e commediante: Lei è Nello, il governatore. Il grande, ineguagliabile, Tuccio Musumeci non Le si addice.
Presidente, ci creda, (sto abbassando i toni perché Lei è persona garbata che probabilmente ha smarrito il senno): all’isola ribolle il sangue nelle vene. Vorremmo che fosse consegnto alla storia come il Musumeci di altri tempi, quello stimato trasversalmente. A prescindere dalla poco esaltante legislatura.
E non quello che ha scarnificato con i cocci della convenienza la dignità del suo popolo.
Di Verre ce n’è stato già uno. Quanto al Suo Virgilio speriamo vivamente che non venga influenzato nell’agire dal suo credo nostalgico e che gli Stati generali culturali dell’isola possano accogliere la sua chiamata alle armi. Nutriamo seri dubbi per entrambe le opzioni.
E poi, al popolo siciliano, dei numeri europei della Lega in Sicilia, dell’imbarazzante turnover del PD nella passata giunta o dei pentastellati alleati con Salvini nel primo governo Conte, interessa poco. Si ricordi che il primo partito dei siciliani è l’astensionismo.
Così come la politica dei beni culturali: spesso milioni a pioggia sciorinati a destra e a manca in contenitori spesso scaduti a dependance da sottogoverno e in tempi di perenne crisi artistica; progetti presentati da valide associazioni culturali e stroncati da certe logiche; artisti mortificati che hanno svenduto il loro talento per la sopravvivenza o che lo hanno, ancora peggio, abbandonato per sfamarsi …
Caro Presidente, la cultura nell’isola annaspa.
Ci scusi per questa ennesima protesta ingenerosa; né, conoscendola appunto, auspichiamo che Lei possa cambiare idea: tanto la minchiata l’ha fatta. Ritirarla sarebbe un’offesa alla sua natura caratteriale, inconveniente e, di certo, nella sua visione, non una concessione al suo popolo. E per i siciliani questa è più importante della costituzione borbonica.
Per carità … né speriamo di averla offesa.
Lo ricordiamo benissimo: diamo alla democrazia quello che è della democrazia, al dissenso la voce del dissenso.
Però se qualcuno Le ha consigliato di fare la diretta su questo infuocato affaire, avrà compreso che la temperatura dell’isola è salita. E non poco. E l’inquadratura della bandiera con il simbolo della Trinacria del suo ufficio bruciava ancora di più, amplificava la quaestio. Strategia inopportuna. Era necessario apparire pacatamente come il buon padre di famiglia per anestetizzare l’ondata.
Del resto come si dice: caliti juncu chi passa la china.
Una cosa è certa. Può dire e fare ciò che vuole. Anche l’isola d’oro. Ma sarà ricordato come l’onesto Presidente che ci ha svenduto a Matteo Salvini, il ceo del mutualismo verso il Sud o il folgorato sulla via della conversione? Ci vuole fare credere questo? E allora lo crediamo. Come crediamo pure che questa sia la pagina più buia della destra e dell’identità isolana. A firma di Nello Musumeci.

Foto © Imagoeconomica

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