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di Rino Giacalone
Davanti la Corte di Assise di Appello di Palermo – processo sulla “Trattativa” Stato Mafia – , l’ex premier Berlusconi nega le risposte alle domande della difesa del senatore Dell’Utri

Ci eravamo abituati a presidenti del Consiglio come Andreotti, che rispondevano con i “non ricordo” a raffica, come fu per il processo per la strage di Piazza Fontana, o a presidenti del Consiglio costretti a rispondere con la bava alla bocca, come accadde per Arnaldo Forlani nel processo per la maxi tangente Enimont o ancora a primi ministri, come Craxi, che nello stesso processo Enimont quasi non vedevano l’ora di rispondere una volta saliti sul pretorio.
Per questo avrebbe dovuto coglierci di sorpresa il silenzio di Silvio Berlusconi una volta davanti i giudici di appello del processo sulla trattativa “Stato Mafia”.
Il leader e fondatore di Forza Italia si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti alla Corte di Assise di Appello presieduta da un giudice galantuomo quale è Giuseppe Pellino, negando le risposte intanto alla parte che l’aveva citato, ossia la difesa del senatore Marcello Dell’Utri, rimasto lontano dall’aula, chiuso nella sua casa a Milano dove a dicembre finirà di scontare la condanna per associazione mafiosa. Ma Berlusconi ha scelto il silenzio lasciando senza risposte i magistrati, i pg Fici e Barbiera, dell’accusa che erano pronti a fargli le domande.
Non ci ha sorpreso la scelta di Berlusconi: è indagato a Firenze, assieme all’amico fidato Dell’Utri, per le stragi del ’93 quindi da imputato di reato connesso ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Avrebbe dovuto parlare della stagione del suo primo governo, quello nato dal voto del 1994 che sancì la nascita della Seconda Repubblica. Ha cercato di giustificare il silenzio dando la responsabilità ai suoi legali.
I giudici hanno deciso di far trascrivere il testo di una intervista rilasciata da Berlusconi nell’aprile scorso a Rainews, in quella occasione disse che “il governo Berlusconi, nel 1994 o anche successivamente, non aveva mai ricevuto alcuna minaccia dalla mafia o dai suoi rappresentanti”.
Non è la prima volta che Berlusconi resta in silenzio davanti ai giudici, era già accaduto 17 anni addietro quando sedeva ancora a Palazzo Chigi, avrebbe dovuto dire della frequentazione con lo stalliere mafioso Vittorio Mangano, portato da Dell’Utri ad occuparsi della villa berlusconiana di Arcore. Quel Mangano che per Berlusconi era un eroe per non avere ceduto ai pm per una sua eventuale collaborazione con la giustizia.
“Dell’Utri – scrive Giuseppe Lo Bianco su Il Fatto Quotidiano – si aspettava che Berlusconi smentisse l’assunto su cui si fonda la condanna di primo grado del processo “Trattativa”: di aver ricevuto per il suo tramite le minacce di Cosa nostra quando era presidente del Consiglio, nel 1994. Minacce di nuove stragi, i boss puntavano ad ottenere un alleggerimento del carcere duro e una legislazione più favorevole. La sentenza “Trattativa” dice anche dell’altro: Berlusconi avrebbe continuato a pagare i boss durante quel periodo. Un pagamento iniziato a metà degli anni Settanta – dice l’altra sentenza, quella che ha condannato Dell’Utri per associazione mafiosa – un pagamento per quel “patto di protezione” che l’allora imprenditore Berlusconi avrebbe stipulato con i boss siciliani: prima per proteggere la sua famiglia dai sequestri di persona che terrorizzavano la Milano-bene, poi per proteggere i suoi ripetitori Tv in Sicilia. Ecco perché Berlusconi non ha mai parlato nelle aule di giustizia di Palermo. Perché la storia di Marcello Dell’Utri è strettamente connessa alla sua”.
Sullo sfondo di questi palcoscenici giudiziari si vedono benissimo alcune delle carte dell’accusa sostenuta dai magistrati fiorentini, come quelle dove sono trascritte le intercettazioni in carcere di Giuseppe Graviano, il boss palermitano, arrestato da latitante a Milano nel gennaio del 1994 assieme a suo fratello Filippo; tutti e due i fratelli sono i mandanti del delitto di don Pino Puglisi.
Il capo mafia di Brancaccio è stato sentito parlare di Berlusconi e di Messina Denaro, nomi che sarebbero legati dal segreto sulle stragi del 1993, quelle stragi messe a segno a Roma, Milano e Firenze, decise, come raccontano i pentiti, durante un summit di mafia in Sicilia, a Santa Flavia, dopo la cattura di Totò Riina, preso nel gennaio 1993. Un periodo in cui i Graviano, liberi, secondo i magistrati di Palermo e Firenze, erano gli intermediari tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi.
Le “carte” di quella stagione stragista oggi sono nelle mani sicure del latitante Matteo Messina Denaro, forse sono la sua assicurazione sul proseguimento della latitanza che dura dal 1993. Messina Denaro che fu tra i primi mafiosi a schierarsi dalla parte di Forza Italia, dicendo di votare il partito berlusconiano che nella sua provincia, Trapani, aveva scelto di candidare il banchiere Antonio D’Alì, datore di lavoro dei Messina Denaro e buon amico di Marcello Dell’Utri.
Sono tutti pezzi di un puzzle che poco a poco, lentamente, si va componendo, sotto occhi di tanti che non dovrebbero dirsi sorpresi.
Berlusconi ha mostrato di avere bene imparato la lezione siciliana, il suo silenzio testimonia che ha bene appreso, in Sicilia si usa dire “a megghio parola è chidda chi un si rice”, la miglior parola è quella che non si dice.

Tratto da: liberainformazione.org

Foto © Imagoeconomica

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