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di AMDuemila
Già coinvolto nel progetto per uccidere il senatore Lumia

Emergono nuovi dettagli sull’operazione “Terre emerse” che nei giorni scorsi ha disvelato un sistema illecito di gestione di terreni e contributi agricoli da parte di Cosa Nostra nella zona delle Madonie e dei Nebrodi.
Tra gli indagati particolarmente significativo, spiegano gli investigatori, è il ruolo dei fratelli Rodolfo e Domenico Virga di Gangi, legati da vincoli di parentela ad altre storiche famiglie palermitane. Grazie alla loro appartenenza alla mafia e al loro ruolo di spicco nel mandamento di San Mauro Castelverde, “riuscivano a mantenere la gestione di terreni e imprese agricole con fittizie locazioni, in capo sia alla famiglia Di Dio (originaria di Capizzi, in provincia di Messina, ma abitanti nella provincia di Enna) sia a prestanome”, spiegano dalla Guardia di finanza.
In particolare ai Di Dio è stato contestato il concorso esterno in associazione mafiosa con riferimento ai rapporti con numerosi esponenti di famiglia mafiose tra cui, appunto, quelli con i fratelli Virga.
In passato il nome di Domenico Virga era emerso in altre vicende che lo vedevano in collegamento con le famiglie di Cosa nostra agrigentine. Tra le più inquietanti il coinvolgimento nel progetto di morte contro l'ex presidente della Commissione antimafia Giuseppe Lumia. Un progetto che non andò in porto anche grazie alla collaborazione con la giustizia di Maurizio Di Gate, ex capomafia agrigentino, che fornì alle cosche palermitane du kalashnikov e una P38 che dovevano essere utilizzate per compiere l'agguto. La vicenda è stata ricostruita oggi dal quotidiano Grandangolo riportando anche i verbali di interrogatorio di Di Gate.
Il progetto di attentato, deliberato secondo l’accusa agli inizi del 2000 dai vertici di Cosa nostra con in testa Bernardo Provenzano, ha trovato riscontro proprio nelle sue dichiarazioni e in precedenza dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia, Maurizio Di Gati e ancora prima vi erano state quelle del pentito Nino Giuffré.
Di Gati, in un interrogatorio dl 18 gennaio 2007 disse che "Come punto di riferimento per la zona di Palermo noi avevamo a Domenico Virga per svolgersi varie messe a posto delle imprese e altri problemi che nascevano a Palermo e zona di Palermo (...) Nel 2000 venne da solo, chiese appuntamento a me e ci vedemmo nel luogo, in zona vicino di Castrofilippo, zona di Castrofilippo a metà febbraio, sì e mi chiese che aveva bisogno, siccome lui sapeva che avevo a disposizione un fucile chiamato Kalashnikov, mi chiese la disponibilità per questo fucile fosse... se lo davo a lui perché, la prima parola che mi disse, disse che bisognava a Benedetto Spera perché doveva fare un agguato ad uno che camminava con una macchina blindata". Tempo dopo, in un secondo incontro, Di Gati apprese che quelle armi non erano destinate per risolvere un problema di Spera ma dovevano essere utilizzate per eseguire un attentato contro l'allora onorevole Lumia ("I Kalashnikov gli servivano per l'omicidio che si doveva compiere a Palermo e poi noi in quella sede gli dicemmo che se loro avessero fatto l'omicidio del Lumia, le armi dovevano scomparire perché già erano tutti sporchi e si dovevano buttare, le rompevano e le buttavano loro, non c'era bisogno di ritornarli"). Il collaboratore di giustizia disse anche di aver saputo sia da Virga che da Fileccia che quel progetto di morte era stato deciso da Provenzano, Giuffré e Spera.
Con il passare del tempo, Di Gati chiese anche indietro quelle armi ma Virga gli disse che erano ben custodite e che "presto o tardi dovevano ancora servire per il discorso che c'era avanti". Quindi, secondo quanto era a sua conoscenza, l'ordine di eseguire l'attentato nei confronti di Lumia non era venuto meno.
Successivamente anche un altro pentito, Stefano Lo Verso, raccontò ai magistrati di un progetto di morte nei confronti di Lumia e del sostituto procuratore Antonino Di Matteo, indicati come obiettivi nel 2006: "Fu Giuseppe Di Fiore (fedelissimo cassiere di Provenzano, ndr) a rivelarmi il progetto. Ne parlammo durante un'udienza del processo Grande mandamento, nel 2007. Io gli dicevo che il pm in udienza, Michele Prestipino, era davvero cattivo. Lui mi disse che ce n'erano di più cattivi. Mi parlò di Di Matteo e del progetto di eliminarlo quando sarebbe venuto in villeggiatura nella zona di Bagheria. Analoga decisione - disse Lo Verso - avevano preso per Lumia: pure lui aveva un villino nel Bagherese. Poi, però, non arrivò l'autorizzazione a procedere, così spiegò Giuseppe Di Fiore. Perché c'erano i processi in corso".

ANTIMAFIA DUEMILA

Operazione ''Terre emerse'', arresti e sequestri per gli affari della mafia sui parchi dei Nebrodi e delle Madonie

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