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testimoni di giustizia 850di Vincenzo Musacchio*
In pochi ricorderanno Joe Valachi, un mafioso statunitense, membro del temutissimo clan dei Genovese che diverrà noto solo negli anni 60 poiché sarà il primo a parlare pubblicamente della sua stessa organizzazione criminale di fronte alla Commissione Mc Clellan, facendo diventare il nome “Cosa Nostra” un appellativo noto poi a tutti noi. La sua collaborazione con la Giustizia portò addirittura alla creazione di un programma per la protezione dei testimoni negli Stati Uniti, che ancora oggi, con le opportune modifiche, garantisce sicurezza a coloro che decidono di collaborare con le autorità giudiziarie. I cosiddetti “collaboratori”, in America, accettano di raccontare il funzionamento interno della loro organizzazione criminale e di denunciare gli ex associati in cambio di una riduzione della pena. Le autorità giudiziarie garantiscono loro protezione durante tutta la durata del processo e in tutto il periodo di detenzione. Quando escono dall’istituto di reclusione, oppure, nel caso non siano criminali ma semplici cittadini, i testimoni ricevono una nuova identità, un nuovo alloggio, un percorso professionale e una storia di vita reinventata. La legge americana consente loro di scegliere tre luoghi diversi dove poter vivere. Se non si trova un luogo appropriato negli Stati Uniti, vengono trasferiti all'estero in accordo con le autorità dello Stato straniero. I testimoni possono portare con sé alcuni membri della famiglia, come il partner o i figli. Hanno l’obbligo di interrompere ogni contatto con gli altri familiari e amici, per sempre. All'inizio, le autorità garantiscono loro anche un apporto finanziario (dell'ordine di 60.000 dollari l'anno) e li aiutano a trovare un nuovo impiego. In caso di bisogno possono anche chiedere un adeguato sostegno psicologico. Questa che, di fatto, è una “morte sociale” può essere difficile da gestire. Molti testimoni hanno difficoltà a tagliare completamente i ponti con la loro comunità d'origine e a ricominciare da zero, poiché il testimone deve spesso rinunciare ad ogni tipo di ambizione e a tutto ciò che ha costruito nella zona di sua provenienza. Il sistema oggi è molto più vulnerabile che in passato poiché a rendere più fragile il programma di protezione dei testimoni ci ha pensato la rete internet. Ritrovare qualcuno attraverso le reti sociali e le numerose banche dati online, oggi è diventato un gioco da dilettanti. Negli ultimi anni sono stati perfino creati dei siti internet per denunciare le persone che collaborano con la polizia. A dimostrazione della fragilità del sistema è l’uccisione di Marcello Bruzzese, fratello di un pentito di Ndrangheta freddato nei giorni scorsi a Pesaro. Questo omicidio, sembra sia divenuto realizzabile proprio per l’uso di una carta di credito, riapre uno squarcio su un mondo che finisce col far notizia solo quando le cose vanno drammaticamente storte. Uomini, donne e bambini, affidati alle mani dello Stato, non possono essere considerati fantasmi, regalandoli semplicemente ad una nuova identità e la cui colpa, nella maggior parte dei casi, è di possedere un cognome di matrice criminale ovvero di avere il coraggio di schierarsi dalla parte della legalità. Per lo Stato sono una risorsa di primaria importanza nella lotta al crimine organizzato per cui i problemi da affrontare non sono pochi. In primo luogo la necessità di identificare in maniera univoca la figura del testimone di giustizia, dedicandogli una disciplina autonoma. Non di secondaria importanza sarebbe lo stabilire con chiarezza le condizioni di accesso allo status di testimone, individuando criteri oggettivi di valutazione delle tipologie di soggetti. Per ultimo sarebbe importante provvedere al potenziamento del regime di protezione e al suo buon funzionamento con istituti ad hoc sul modello statunitense. I testimoni di giustizia sono un ingranaggio importantissimo della lotta alle mafie per cui a chi ancora oggi ha l’indecisione se denunciare o meno mi sento di dire che la denuncia è un dovere civile, ma che a tale dovere non può non corrispondere un diritto altrettanto civile che consista nella presenza continua e costante dello Stato che dimostri con i fatti che denunciare conviene perché le istituzioni saranno presenti ed efficaci prima, durante e dopo la testimonianza.

* Presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise

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