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bagarella c letizia battagliadi Franco Di Carlo
Ho letto l’articolo su ANTIMAFIADuemila a firma del direttore Giorgio Bongiovanni in merito alla morte di Totò Riina.
Nell’articolo Bongiovanni auspica che la famiglia Riina si ravveda e collabori con la giustizia.
Egregio direttore, mi permetto di farle osservare che la speranza che lei nutre, civile ed apprezzabile, sicuramente condivisa dai più, è difficilmente realizzabile. Purtroppo, o per fortuna, lei non ha conosciuto a fondo i Riina e i Bagarella.
Lei nutre la speranza che i figli di Totò Riina possano guardare al futuro con una visione diversa e migliore di quella avuta nella loro infanzia e adolescenza: un’esistenza clandestina.
E dopo l’arresto del padre una vita vissuta nell’occhio del ciclone sia giudiziario che mediatico.
Nel pezzo, direttore, lei fa riferimento a Leoluca Bagarella, il cognato prediletto di Totuccio Riina, auspicando anche per lui, dopo la morte del boss, un ravvedimento.
Anche in questo caso, dottor Bongiovanni, lei nutre tale speranza perché non ha mai conosciuto Luchino Bagarella personalmente.
Già sarei curioso di sapere cosa avrà pensato Luchino Bagarella delle parole di sua nipote Concetta che, rivolta hai giornalisti ha minacciato “Io vi denuncio”. Il vocabolo denuncia in quella casa, non è mai stato pronunciato.
Posso solo immaginare la rabbia di Bagarella nei confronti di tutti i nipoti.
Mentre io, avendolo conosciuto molto, ma molto bene, le confesso che anche solo per aver avuto ed esternato questa sua speranza, direttore, cioé che Bagarella possa collaborare con la giustizia, in altri tempi avrebbe firmato la sua condanna a morte.
E direttore, mi creda, non sto esagerando.
Ma non dipende solo dalla famiglia Riina, maturare l’idea di collaborare, ma anche dalla mentalità che pervade quell’ambiente, che lo circonda. Una decisione del genere implica conseguenze e giudizi sprezzanti tanto da preferire quale alternativa la condizione carceraria.
Chi lo ha vissuto, quell’ambiente, sa perfettamente che prima di una collaborazione i familiari del collaboratore sono ossequiati e rispettati, poi non vengono più salutati, solo disprezzo anche dai parenti più vicini, se non a volte qualcosa di peggio.
Immagini se, vivendo in un paese come Corleone, i Riina possano mai pensare ad un’ipotesi del genere.
E mi permetta anche di dire che la colpa è da addebitarsi anche ai media, specialmente quelli che devono rispondere ad un padrone. Quelli che hanno una  linea editoriale sprezzante sia nei confronti dei collaboratori, in particolare quelli che parlano dei colletti bianchi, e scoprono altarini, che nei confronti di quei magistrati che ostinatamente sono alla ricerca della verità e della legalità.
Egregio direttore Bongiovanni, essendo un affezionato lettore di ANTIMAFIADuemila, mi permetta di concludere affermando che, come suol dirsi, la speranza è l’ultima a morire.

Tratto da: articolotre.com

Foto © Letizia Battaglia


Gentile Franco Di Carlo, la ringrazio per le sue parole, la sua testimonianza e per l’apprezzamento rispetto al lavoro svolto da questa testata. Ha ragione, la speranza è davvero l’ultima a morire e con questo spirito torniamo a chiedere un ravvedimento dei familiari di Riina. Anche se, allo stato, appare un’ipotesi impossibile.
Giorgio Bongiovanni

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