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our voice logoPubblichiamo una riflessione di un componente del movimento Our Voice scaturita dopo aver partecipato a luglio alle commemorazioni per i venticinque anni dalla strage di via d’Amelio dove morirono il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.


A Palermo per capire cosa successe il 19 luglio di 25 anni fa

Quando un viaggio vale più di tante parole
di Lorenzo Capretta
Quello che succede a Palermo è palese, si può respirare e malgrado ciò, succede in molte, troppe, parti del mondo. 'Se siamo allenati a osservare e riconoscere i fatti, tutto quello che è accaduto in questi giorni in questa città deve essere esteso sempre e in ogni luogo, perché le ingiustizie sono di questo mondo e non solo della Sicilia'. Questo è stato un pensiero che ho maturato durante il viaggio a Palermo per le commemorazioni e gli eventi di luglio in merito alla strage di via d'Amelio avvenuta venticinque anni fa. Condividerlo con i miei compagni di Our Voice e discuterne assieme ci ha reso oggi più grintosi che mai.
Il viaggio è stato per me (essendo la prima volta) ma anche per i miei compagni, molto profondo e intenso. Dico questo perché ci ha permesso di riempire i nostri spiriti di una consapevolezza nata dall'agire nel campo, dalla sperimentazione in maniera concreta di quello che ogni giorno urliamo a squarcia gola, dall'incontro con magistrati e con i giornalisti che danno la vita sia per noi che per la verità.
“Venticinque anni e ogni anno siamo in via d'Amelio per impedire quei funerali di Stato che la nostra famiglia rifiutò fin dal primo momento. Per impedire che degli avvoltoi arrivino in via d'Amelio portando i loro simboli di morte per accertarsi che Paolo sia veramente morto”. Salvatore Borsellino con queste testuali parole ha manifestato tutto il suo disgusto e dissenso nei confronti di uno Stato che non vuole trovare la verità e rendere giustizia a tutte le vittime di mafia.
“Da parte mia, con umiltà ma spero con tenacia e ostinazione, continuerò a impegnarmi per cercare tutta la verità a qualsiasi costo. Solo così continuerà ad avere un senso la speranza che le idee, la passione, il senso profondo dello Stato e l'amore per questa terra di Paolo Borsellino continuino a vivere oggi e in futuro, solo così potremo tutti insieme spezzare questa insopportabile cappa di silenzio, rassegnazione, conformismo e opportunismo che sta intossicando la nostra democrazia e libertà”. Le parole del magistrato Nino Di Matteo nella conferenza del 17 luglio all'Università di Giurisprudenza di Palermo echeggiano nei nostri cuori come un mantra per ricordarci che dobbiamo prendere esempio da uomini giusti come lui.
Come il padre di Claudio Domino, Antonio, un uomo che ha colto il vero significato di rivoluzione, che ha deposto la rabbia fine a se stessa per trasformarla in un grido di battaglia dalla tenacia e determinazione ineguagliabili e ci ha permesso di gridare al suo fianco in via d'Amelio il 19 luglio. Queste sono le sue parole: “Se lo Stato italiano con tutto il suo apparato investigativo, di magistratura e tutto ciò che comporta servizi, servizi segreti, servizi deviati, non è riuscito ancora a dare una risposta al popolo italiano per quanto riguarda la verità su due suoi figli che hanno tracciato il percorso della legalità che si chiamano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la mia domanda è: se loro sono vittime di 'serie A' noi che siamo i famigliari delle vittime di 'serie B' che speranze abbiamo di avere giustizia e verità?”. E ancora: “La speranza sono i giovani, i giovani si devono riprendere quello che stanno perdendo. La mia generazione deve chiedere scusa perché non è stata in grado di garantirgli quello che oggi è un presente e un futuro. I giovani non si devono sentire soli, non sono soli, hanno degli angeli davanti a loro che sono Falcone, Borsellino, Montana e tutti quelli che hanno sacrificato la vita per la giustizia e noi che ormai abbiamo raggiunto una certa età dobbiamo sostenerli perché loro devono prendere il posto di questi 2, 3, 4, 5, 100 persone che occupano indegnamente questi ruoli, li devono andare a sostituire e cacciare via, ma non con il mitra e le pistole ma con una rivoluzione culturale, con la cultura, con la penna, con l'organizzazione perché anche il futuro di noi vecchi è nelle loro mani. Dico ai ragazzi: andate avanti, non siete soli, noi stiamo ponendo nelle vostre mani il nostro futuro”.
La nostra rappresentante di Our Voice, Sonia Bongiovanni, accompagnata dalla coordinatrice del nostro gruppo in Friuli Venezia Giulia, Beatrice Boccali, è intervenuta subito dopo confermando le parole di Domino e lanciando il seguente messaggio: “Noi ringraziamo di cuore questo appello, ci sentiamo onorati di essere qui oggi, vicino alla famiglia Domino, vicino a Salvatore Borsellino a tutti i parenti delle vittime di mafia. Sono loro che ci spingono a fare questa lotta. Noi vogliamo mandare un messaggio soprattutto ai giovani, vogliamo spingerli ad iniziare a lottare. Vogliamo ribellarci, vogliamo una rivoluzione culturale che parta dai giovani. Questi esempi che sono per noi fondamentali ci insegnano ogni giorno questi valori, gli stessi che ci hanno lasciato Falcone, Borsellino e tutte le vittime della mafia. Questo è il nostro messaggio, dire che non è impossibile. Possiamo cambiare qualcosa in questa società e dobbiamo iniziare a farlo, muoverci combattendo per i giusti che oggi vengono lasciati soli dalle istituzioni. Non possiamo accettare che la mafia sia ancora all'interno dello Stato, che sia un problema che coinvolga il nostro Paese e tutto il mondo. La voce dei giovani conta, quindi iniziamo!”.
Il movimento Our Voice si sta facendo portavoce di tutte le testimonianze trasmesse in questo viaggio. Ci stiamo rendendo conto che non possiamo rimanere immersi all'interno di “bolle” fatte di parole e pensieri, perché solo i fatti concreti ci permetteranno di informare, coinvolgere e realizzare tutti i nostri obiettivi.

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