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palermo carlo strage pizzolungoSono passati 32 anni dall’attentato di Pizzolungo al giudice Carlo Palermo
di Monica Mistretta
Il giudice che con la sua inchiesta di Trento aveva scoperto uno dei più grandi traffici di armi e di droga di tutti i tempi. Una connection  transnazionale che aveva dell’incredibile e implicava turchi, siriani, palestinesi, servizi bulgari, informatori della Cia, P2 e mafia italiana. Meticoloso e costante, il giudice con le sue indagini aveva messo le mani su rapporti inconfessabili tra est e ovest. Nell’attentato che subì a Trapani nel 1985, dove si trasferì da Trento, morirono una donna, Barbara Asta  e i suoi due gemellini. Il giudice si salvò per miracolo. Palermo impiega anni a riprendersi fisicamente e psicologicamente da quanto gli era accaduto. Lui, figlio di un ex magistrato, uomo di legge fino al midollo, nell’90, dopo l’attentato, abbandona la magistratura. Ma non smette di indagare. Ironia del destino, si ritrova a cercare una verità che vada oltre i tribunali ma che resti comunque ancorata alle carte giudiziarie: le uniche in cui non ha mai smesso di credere. Riprende il suo lavoro in veste di avvocato in casi celeberrimi che sconvolgono il nostro paese: Ustica, la morte dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni in Libano, la Moby Prince, delitti e stragi di mafia. Lo abbiamo incontrato a Roma: sui tavolini e sui mobili della sua casa romana ci sono le sue amate carte, quelle su cui non ha mai smesso di lavorare. Lui fuma una sigaretta elettronica e risponde lentamente alle domande, con un sorriso, un filo di ironia e di accondiscendenza verso chi, come lui, non si stanca di cercare la verità.

A 32 anni di distanza dall’attentato alla tua vita ci sono stati altri sviluppi giudiziari della tua indagine? Qualcuno ha ripreso la tua inchiesta di Trento?
L’inchiesta di Trento sulla droga ebbe un seguito in quella di Trapani, quando nell’85 fu scoperta la raffineria di Alcamo, nella quale veniva raffinata eroina per centinaia di miliardi di lire all’anno. Parte degli atti era già confluita nelle indagini che dettero luogo al cosiddetto maxiprocesso di Palermo al quale lavorarono Rocco Chinnici e i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Trasmisi loro per competenza una dozzina di imputati assai importanti con la relativa copiosa documentazione. Si trattava di importanti famiglie che facevano da tramite tra i fornitori mediorientali di cui mi occupavo io e la mafia siciliana operante nell’isola: la redistribuzione partiva dai laboratori siciliani e arrivava a Milano, Marsiglia e negli Stati Uniti per gli ulteriori passaggi. Anche per la parte dell’inchiesta che riguardò  i traffici di armi vi furono numerosi seguiti: a Trapani nelle indagini sulla massoneria e sul centro studi Scontrino, in cui erano presenti connessioni  con la mafia, con la politica e con la P2. Poi in quelle sul centro Scorpione, struttura di Gladio. E ancora nelle indagini sulla comunità Saman, in quelle sull’omicidio di Mauro Rostagno e sul ruolo di Francesco Cardella. Personaggi indagati a Trento emersero  molte volte in altre successive indagini, in particolare negli anni 90 a Massa per le mine all’Iraq e ancora a La Spezia, Aosta, Torre Annunziata:  tutte collegate a personaggi e a fatti  che arrivano fino ai nostri giorni. L’inchiesta Mani Pulite confermò, infine, quanto era emerso nella indagine a Trento: il finanziamento illecito del Psi per il quale nel luglio del 1984 denunciai Craxi, De Michelis e altri alla Commissione inquirente, venendo poi bloccato nelle indagini e subendo una sanzione disciplinare, poi annullata.

Anche Falcone interrogò alcuni degli imputati della tua inchiesta. Cosa avevate in comune? E Rocco Chinnici: le sue indagini ebbero punti di contatto con le tue?
Falcone interrogò alcuni miei imputati di origine siriana e turca: per lui furono testi che vennero utilizzati nelle indagini siciliane. Tutti vennero giudicati nel maxiprocesso. Con Falcone nel primo periodo lavorava anche il magistrato Giovanni Barrile.

Che fine hanno fatto le persone su cui hai indagato?
Gli imputati per traffici di droga vennero nella generalità quasi tutti condannati anche con pene assai dure, fino a 29 anni, considerata l’assenza di omicidi. Gli imputati nei traffici di armi vennero tutti assolti in appello come anche quelli di cui, con analoghe imputazioni, in seguito si occuparono i magistrati a Venezia, Milano, Aosta  e altre località. Le motivazioni delle assoluzioni, nel mio caso, furono che le armi non erano transitate per l’Italia. In realtà, ve ne erano state di tali operazioni con transiti nel nostro paese: forse sfuggirono nella massa delle carte processuali (circa 300.000) per carenze istruttorie causate dalla brusca  interruzione della mia indagine di Trento, avvenuta solo pochi mesi dopo il suo inizio. Venne  giudicato “giustificabile” l’errore degli imputati per la poca chiarezza nelle disposizioni di legge italiane sul divieto di svolgere attività di intermediazione non autorizzata in materia di armi ed armamenti da guerra.

A tuo giudizio, oggi è ancora valida la vecchi formula “droga in cambio di armi”?
Certamente, ma non in senso fisico. Le transazioni avvengono utilizzando centri operativi finanziari, gli stessi di allora - naturalmente più raffinati e frazionati - che operano dall’estero mediante  canali di trasferimento dei fondi: banche o altri istituti in aree e paesi difficilmente controllabili. È attraverso questi canali che si operano, estero su estero, gli acquisti di droga o di armamenti. E ormai anche di molto altro, specie nei settori informatici ad uso militare, di cyber security, incluso lo spionaggio in settori di investimento come borse, petrolio e gas.

Tratto da: articolotre.com

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