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serio francescadi Luciano Armeli Iapichino
1963. In un’aula di tribunale a Napoli lo Stato umilia una contadina e uccide il figlio di questa per la seconda volta. La primavera di quell’anno si apre, pertanto, con un’inaccettabile quanto manifesta ingiustizia sociale tutta nostrana. È il presagio di prepotenze istituzionali ancor più nefaste che si abbatteranno come onde assassine sull’Italia contadina e montanara.
In effetti, l’onda assassina ci fu. A ottobre di quell’anno viene giù il Toc, nel Vajont, e l’invaso della SADE affoga duemila anime a Longarone e dintorni. Ma questa è un’altra storia. Che alla prima, però, è legata da un unico filo conduttore: il sistema-Paese del secondo dopo guerra già inquinato dalle logiche dell’interesse di certi poteri e dalla malagiustizia.
Le vittime? I ceti più umili dal nord al sud della penisola.
I protagonisti dell’arroganza del potere? Gli stessi.
Procediamo con ordine.
La madre di Napoli in realtà è siciliana e si chiama Francesca Serio. Nella città che fu di Giovanni Leone, Presidente della Repubblica, quella contadina ascolta impassibile la sentenza definitiva emessa dalla suprema Corte che assolve tutti gli imputati, già condannati tra l’altro in primo grado, accusati dell’omicidio del giovane figlio Salvatore Carnevale, ucciso lungo una mulattiera a Sciara di Termini nel palermitano il 16 maggio 1955. I processi di mafia, negli anni Cinquanta, si svolgevano in Campania (Primo grado a Santa Maria Capua Vetere, Appello e Cassazione a Napoli) per la cosiddetta legittima suspicione.
Turiddu era un sindacalista che nella Sicilia del latifondo alzava la voce per nome e per conto dei suoi compagni braccianti che lo Stato post-unitario, dopo quasi un secolo, continuava a relegare in una sorta di limbo dantesco: sfruttamento da parte dei signorotti locali, miseria, analfabetismo e arsura. L’urlo disperato di mamma Francesca, in quella straziante mattina di maggio, fu accolto dalla sensibilità di un intellettuale, voce dei miserabili meridionali, Carlo Levi, che lo immortalò in quel volume dal titolo al vetriolo: Le parole sono pietre. Non solo!
Un avvocato di tutto rispetto, nella storia della nostra Repubblica, si unì alla solidarietà dell’intellettuale torinese e al collegio difensivo di quella mamma analfabeta siciliana che, costituendosi parte civile contro la mafia, divenne, suo malgrado, una pioniera nel movimento di emancipazione femminile nella lotta a Cosa Nostra. Pioniera purtroppo. Ne seguiranno tantissime altre: Felicia Bartolotta, Augusta Agostino, Angela Manca per fare qualche nome.
Quell’avvocato rispondeva al nome di Sandro Pertini, un autentico rivoluzionario socialista che sposerà la causa degli umili sino alla sua dipartita da Presidente della Repubblica e che in quell’accidentato percorso di verità e giustizia guiderà la rivoluzionaria siciliana la cui abitazione a Sciara, oggi, è il tempio della memoria di una Sicilia umile, carica di riflessione, sepolta dall’indifferenza del disvalore dominante.
Torniamo un attimo alla tragedia del Vajont. Il 9 ottobre del 1963 lo Stato-SADE aveva ridisegnato la carta geografica del bellunese cancellando con una colata di fango, sgorgata da una chimerica Banca dell’Acqua, alcuni centri e con essi i loro abitanti. Dopo qualche giorno, il Presidente del Consiglio, Giovanni Leone, giunto nel luogo del genocidio, dinanzi alle quattro anime sopravvissute e lacerate, e immortalato dai giornalisti con un viso apparentemente mesto, assicurava un rapido accertamento della verità e il trionfo della giustizia.
Il processo per la tragedia del Vajont si svolse, anch’esso per legittima suspicione, qualche anno dopo a l’Aquila. A tal proposito scrisse la giornalista Tina Merlin nel suo saggio tristemente famoso Sulla pelle viva:
L’ex sindaco socialista Arduini […] cita come responsabile civile del disastro la SADE, nella persona di Giorgio Valerio, attuale presidente della Montecatini-Edison. Questi presenta una memoria difensiva che sostiene l’imprevedibilità della catastrofe, firmata dall’avvocato Giovanni Leone. Sì, proprio lui, il presidente del Consiglio dei ministri che poco più di tre anni prima ha mormorato di fronte ai superstiti del Vajont e ai giornalisti, sulla spianata della Longarone distrutta, che giustizia sarebbe stata fatta.
Ogni altro commento su questo potentissimo principe del foro napoletano e influentissimo uomo delle Istituzioni apparirebbe superfluo e poco icastico. Solo una postilla: la povera Francesca Serio, nel collegio difensivo che scagionò per l’omicidio del figlio, a oggi impunito, la mafia siciliana a Napoli si trovò dinanzi l’Avv. Giovanni Leone.
Ogni anno nel piccolo comune del messinese, Galati Mamertino, terra natia di Francesca e Turiddu, si svolge il premio “Francesca Serio” patrocinato dal Circolo Socialista Nebroideo “Italo Carcione”, giunto alla Terza Edizione. Dopo l’attribuzione ad Angela Manca, mamma dell’urologo barcellonese trucidato a Viterbo, Dott. Attilio Manca, premiata da Cettina Parmaliana e a Sonia Alfano, figlia del giornalista Beppe, premiata dalla testimone di giustizia Valeria Grasso, per l’annualità corrente il premio, co-patrocinato dall’ANPI – Messina, sarà assegnato (il prossimo 15 ottobre) a Margherita Asta, sorella di Salvatore e Giuseppe, e figlia di Barbara Rizzo, dilaniati da una bomba a Pizzolungo (Tp), il 2 aprile 1985, in un attentato ordito dalla mafia contro il giudice Carlo Palermo. Il premio sarà consegnato dal giornalista antimafia Luciano Mirone.
Se in tutte le storie c’è una morale da estrapolare, in questa serpeggia, l’assoluta convinzione che l’amoralità di certe Istituzioni deviate, oggi, appare più radicata di un tempo e che la memoria, umiliata dalle nefandezze perpetrate dalle stesse, spesso, nulla insegna.

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