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catturandi palermo chiude0Il poliziotto-scrittore che firma sotto pseudonimo spiega i difetti dei personaggi della serie tv
di I.M.D.
Io sono un poliziotto. Ho lavorato per molti anni alla Catturandi, sin da giovanissimo. Ho partecipato all’arresto, solo per fare qualche nome, di Totò Riina, Giovanni Brusca, Vito Vitale e Salvatore e Sandro Lo Piccolo. E su questo lavoro ho scritto anche tre libri pubblicati da Dario Flaccovio. Dunque ho immaginato subito che nel periodo di messa in onda su RaiUno della serie “La Catturandi – Nel nome del padre” in tanti mi avrebbero interpellato per un giudizio sulla rappresentazione televisiva del mestiere cui ho dedicato la mia vita.
Comincio col dire che una cosa è la fiction e un’altra è la realtà della sezione della Squadra Mobile dove ho prestato servizio e alla quale ho regalato impegno, fatica, sudore e sacrificio.
Sul versante tecnico-operativo, il film tv – almeno per le puntate trasmesse finora – in generale è verosimile, fatta eccezione per qualche dettaglio. Le procedure sono sostanzialmente attendibili e calibrate. Presumo che dietro ci sia la mano di consulenti validi e informati.
Ho trovato invece molto più distante dal vero, e assai enfatica, la costruzione dei personaggi, sia poliziotti che boss mafiosi, sul piano psicologico. Chi lavora alla Catturandi non ha sempre un passato doloroso o una sorta di riscatto personale incontenibile da portare a compimento. Anzi, quasi mai è così. Di solito siamo persone che scelgono quel lavoro per dedizione, per senso dello Stato, per dare un contributo direttto alla costruzione di una società più pulita, vivibile, non compromessa da soprusi.
Niente “drammoni” alle spalle, come invece accade sul piccolo schermo, ma solo una forte vocazione alla legalità. E, al contrario della fiction, noi non lavoriamo costantemente in uno stato di tensione pressante e febbrile, senza un attimo di tregua o di respiro. Quello accade solo nei momenti in cui scatta l’azione. Per il resto si opera anche rilassati, con momenti liberatori di allegria, di gioco tra noi, di goliardia: ritagli di leggerezza che sono benefici per ricaricarsi o smaltire le giornate più dure o tediose.
Per dirne una, dopo l’arresto di Provenzano, in una pausa di riposo, io e i miei colleghi trovammo nella masseria di Montagna dei Cavalli un bel po’ di ricotta fresca. Beh, va detto che ci fece gola e ne approfittammo. Pur senza avere delle posate a disposizione, tirammo fuori dalle tasche le carte di credito, i bancomat o le tessere del supermercato e le usammo come cucchiai.
Così come mi sento di sottolineare (e l’ho già scritto nei miei libri “Catturandi”, “100% sbirro” e “La Catturandi – La realtà oltre le fiction”) che nessuno di noi è un supereroe: non siamo tutti belli, tutti palestrati, tutti Rambo. Siamo gente normale, alle prese con le difficoltà della vita di ogni giorno: conciliare lavoro e famiglia, pagare le bollette con stipendi bassi che non bastano mai, trovare qualche momento di relax per giocare a calcetto, e così via. Tutte cose che sono assenti nelle fiction, ma da un certo punto di vista è comprensibile: la rappresentazione filmica ha delle esigenze di spettacolarità e drammatizzazione che mal si conciliano con una normalità che troverebbe più spazio magari in un documentario. Purtroppo sembra inevitabile il rischio del cliché.
Sull’altro fronte, quello dei capimafia, nella fiction manca un bel po’ di sottigliezza e di “understatement”, che sono gli atteggiamenti utilizzati dagli uomini di Cosa nostra per insinuarsi nella società, per avviare e oliare i meccanismi della manipolazione, per ottenere appalti, per creare o rinsaldare rapporti con gli uomini della zona grigia delle istituzioni e dell’imprenditoria. Nessun mafioso, come invece si vede spesso in tv, andrebbe direttamente a minacciare un notabile dentro un albergo o in un ristorante, in modo plateale e smaccato, attirando sguardi e ascolti pericolosi. Manderebbe a trattare, piuttosto, un “colletto bianco” o un uomo di fiducia insospettabile. È tutto molto più sottile, subdolo, nascosto e tra le righe, nel linguaggio e nell’approccio mafioso.
A parte quando si spara. E lì, che sia un omicidio o una strage, il male esplode senza remore né cautele.

Tratto da: La Repubblica

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