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disegni contro la mafiadi Francesco Bertelli
Mi è capitato pure quest’anno di entrare all’interno di alcune scuole della Maremma (stavolta è toccato alle seconde e terze medie) e fare due chiacchiere con i ragazzi su tematiche concernenti la legalità.
Come membro del Gruppo Peppino Impastato di Grosseto, ho partecipato al “Progetto scuole 2016” per il secondo anno consecutivo.
Il progetto, approvato con entusiasmo lo scorso anno da Salvatore Borsellino, consiste nello scegliere alcune tematiche da proporre ai ragazzi per iniziare un dialogo con loro, cercando di farli addentrare il meglio possibile sulla storia del recente passato del nostro Paese.
Solitamente quel che mi piace di questa attività è osservare il comportamento degli studenti, stare attento alle loro reazioni ed ascoltare i loro interventi.
Il tempo concesso dalle scuole non è molto ma è utilissimo soprattutto per iniziare un percorso che da due anni a questa parte porta dei ragazzi a venire a contatto (forse) per la prima volta con fatti del tutto nuovi, che non si trovano sui libri di scolastici.
Al termine di questo anno scolastico e dopo aver partecipato per il secondo anno consecutivo a questo progetto sono giunto a due conclusioni.
La prima: portare all’interno delle scuole un’attività di questo tipo non è facile. Ci si scontra spesso con dei muri che vanno a braccetto con l’omertà classica o con la scusa dell’obbligatorietà di seguire il programma scolastico.
La svolta si trova grazie alla volontà di alcuni (pochi) docenti vogliosi e integerrimi, fuori dagli schemi ordinari, i quali non si limitano solo a scegliere insieme ai vari dirigenti scolastici le singole date, ma effettuano un’attività di preparazione a monte che funge agli alunni da base di partenza.
La seconda: non dobbiamo aspettarci il classico e troppo spesso dato per scontato luogo comune della passività dei ragazzi. Ognuno di loro parte pressoché ad armi pari, sia che siano delle medie o delle superiori: non conoscono questi argomenti ma se si comincia a parlare con loro vedi quella luce nei loro occhi. Quel vuoto di sapere ha la necessità di essere colmato.
Quest’anno mi è capitato di sentire questa domanda: ma è vera la storia di Attilio Manca?
Ora: noi la sappiamo questa storia (terrificante); sappiamo le premesse che hanno portato alla triste fine del giovane Attilio (vedi il Circolo “Corda Fratres” all’interno di Barcellona Pozzo di Gotto aventi come aderenti dagli ufficiali dell’arma, ai politici e criminali mafiosi). Ma come la realizza un ragazzino di 12-13 anni un “suicidio di Stato” come quello di Attilio Manca?
Ecco che allora ho capito il grosso rischio che stiamo per correre (e che in parte stiamo già vivendo).
Il passato anche se recente è pur sempre passato. Se non se ne parla, se non c’è una presa di coscienza sul fatto che certi argomenti vanno trattati a prescindere dal programma didattico, si finisce per privare questi ragazzi del loro passato. Un passato costellato di stragi, delitti e depistaggi di Stato.
E questo occorre spiegarlo. Perché se una storia come quella di Attilio Manca è sconosciuta tra gli studenti, cosa può significare per loro la strage di Capaci e di Via D’Amelio?
Occorre perciò avvicinarci a questi ragazzi, parlare con loro e spiegare che di Falcone e Borsellino il nostro Paese ne è purtroppo pieno. Loro sono il futuro e loro devono imparare a conoscere il loro passato. Storie che per noi sono vicine e conosciute, per loro (complice anche un’informazione pari a zero) sono del tutto nuove. Vanno spiegate. Ecco perché la scuola è l’unica arma che abbiamo.
Un’occasione da non perdere perché il tempo non gioca a nostro favore.

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