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in memoria don masinodi Sebastiano Gulisano
Ossessionato. Il giornalista Francesco Felice è ossessionato dai soldi di Stefano Bontate, storico boss di Cosa nostra, assassinato a Palermo il 23 aprile del 1981, nel giorno del suo quarantatreesimo compleanno. È ossessionato «dall'enorme patrimonio accumulato col traffico mondiale di eroina. Del quale lui era il centro, il re, da quasi un decennio. […] Un tesoro che non si trova più, un tesoro grande, più di quello di Sinbad il marinaio e di mille e mille pirati dei Caraibi. Ogni tanto ne compare qualche traccia, frammenti, poi il nulla. Ma quei soldi ci sono, pesano. Stanno lì e non sono inerti: producono affari, potere, politica e morte».
È da questa ossessione che prende le mosse In morte di Don Masino (Imprimatur, 2016, pagg. 216, € 17), il romanzo storico di Pietro Orsatti, giornalista, documentarista e scrittore romano cinquantaduenne, uno che il mestiere l'ha sempre fatto consumando suole, nei Balcani negli anni Novanta come nel Brasile di Lula, Frei Betto e i campesinos; nella Roma di «Mafia capitale» come nei paesini siciliani ad alta densità mafiosa, dove i boss controllano anche i respiri delle persone e una faccia nuova, un forestiero non passa certo inosservato. Specie se è un giornalista, un segugio come Orsatti. O come il suo quasi alter ego letterario, Francesco Felice, il protagonista del romanzo, che con l'autore condivide «patologie e ossessioni, tabagismo e noia. Ma – precisa Orsatti – non è uno specchio e non è me. Anche se ognuno di noi due, forse, avrebbe voluto essere l'altro. Almeno per un giorno».
Un'ossessione, quella per «il tesoro di Bontade» che è dell'autore, prima che del personaggio letterario, perché quel fiume di denaro può inquinare in maniera sostanziale l'economia di uno Stato, se ripulito, lavato e reimmesso nell'economia legale, magari attraverso personaggi che, dal nulla, mettono su enormi imperi economici e finanziari dalle origini ignote, ammantate nel mito costruito a tavolino del self-made man. E, solo a guardare all'Italia contemporanea, di casi del genere se ne trovano più d'uno. Ecco: storie così, difficili, forse impossibili da ricostruire sotto forma d'inchiesta giornalistica meticolosamente documentata, puoi raccontarle sono affidandoti all'invenzione letteraria che va a riempire le lacune documentali con la logica, l'ingegno e l'immaginazione.
Metabolizzata la lezione di James Ellroy, Orsatti ci regala una sorta di Italian tabloid, inoltrandosi in un terreno in cui le cronache, le inchieste giornalistiche, le sentenze giudiziarie e le relazioni delle commissioni parlamentari d'inchiesta lasciano zone d'ombra, non riescono a svelare fatti rimasti ignoti. Ed è qui, in queste lacune che interviene l'estro dello scrittore.
In una vecchia intervista, raccontando la genesi del suo Romanzo criminale, il magistrato-scrittore Giancarlo De Cataldo, spiegava al suo interlocutore: «Il compito del narratore è di tradire la storia piegandola alle esigenze del Mito. Estrarre dai nudi fatti una linea metaforica e mitologica e puntare al cuore di una falsa storia: per ciò stesso più vera, e comunque più convincente, di quella “ufficiale”». E ancora: il Mito prevale sulla cronaca laddove il suo senso è quello di saper raccontare - e non riferire - una pluralità di fatti stranoti, superaccertati, iperrimasticati dal circo mediatico. Mettere i fatti in fila e piegarli alla struttura del racconto, ossia all'esigenza del Mito». Ed è ciò che fa Pietro Orsatti “resuscitando” Tommaso Buscetta, lo storico collaboratore di giustizia che raccontò al giudice Giovanni Falcone i segreti di Cosa nostra.
Don Masino, così, diventa il Virgilio di Francesco Felice e lo guida, fra allusioni, mezze verità, provocazioni e indizi nei meandri dei segreti dell'organizzazione mafiosa siculo-americana, nei suoi rapporti con gli apparati militari e spionistici statunitensi ed italiani, con la politica, l'economia e le professioni, con quel «terzo livello mafioso» che racchiuse i cosiddetti colletti bianchi; accompagnandolo in un viaggio che comincia dalla preparazione dello sbarco Alleato in Sicilia, nel 1943, e continua passando per le esclusive e ovattate sale dell'Hotel delle Palme di Palermo, tentativi di golpe, mattanze mafiose, l'epopea di banchieri come Calvi e Sindona, fino ai nostri giorni. Addentrandosi insieme in un ginepraio di eventi che tiene il lettore col fiato sospeso passo dopo passo di un romanzo noir che riserva sorprese e colpi di scena fino all'ultima pagina.

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