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unione manidi Edoardo Ferreri
Diciamolo chiaramente, non è un periodo roseo per la legalità, un’ideale che appare sempre più sbiadito e mutilato da rivalità politiche, corruzione, avidità, egoismi. Proprio in questi giorni le nostre orecchie e i nostri occhi subiscono penosamente lo spettacolo vergognoso che è la natura umana, al suo peggio. La mafia è promossa su luride vetrine, diventando parodia di se stessa e parodia di una nazione le cui infezioni non trovano alcuna cura. La nazione che è giovane ma che non è cresciuta mai, così maldestramente immatura, così ingenuamente accomodante, perde sangue e denaro, finito chissà dove, tra le palme di una costa colorata di zaffiro, in attesa che un bel giorno oscuri documenti sorgano alla luce del sole.
Guardiamo in faccia la realtà, non un è momento di gloria: siamo all’indomani della sera che il piccolo Riina è stato ospite di Porta a Porta a farsi promotore di se stesso e di uno stile di vita sbagliato, insegnato da un beato, santo, innocente padre, così incompreso, così odiato. Eppure, con dire beffardo, il delfino commentava con forte cadenza di aver avuto una vita normalissima, anche se non è mai andato a scuola.
Giacché la normalità è così banale, un argomento insulso e piatto, un bel pomeriggio di una piovosa giornata si è deciso di sfidare la sorte e tentare di percorrere una via che l’impegno antimafioso universitario non conosceva: “potrei cercare di prendere contatto con la Catturandi” esclama a un certo punto la collega Rosalinda Liotta. L’idea, non c’erano dubbi, piacque, anche perché ci avrebbe dato l’occasione di guardare a un’antimafia che non poggiava solo sul piano socio-culturale e giuridico, come eravamo abituati noi, destinati forse a quel lato togato e incravattato della giustizia, ma che una volta tanto avrebbe reso a Cesare quel che è di Cesare: qualcuno avrà pur sacrificato la propria esistenza e incolumità ad acciuffare chi di farsi acciuffare non ne voleva proprio sapere.
Seguendo questa linea di pensiero, sono stati portati a compimento tutti preparativi necessari all’organizzazione di un evento che avesse per protagonisti proprio questi individui invisibili e fondamentali: gli agenti della sezione Catturandi della squadra mobile di Palermo.
In un’aula magna gremita, si è così goduto di una testimonianza mai udita prima: il racconto dei pedinamenti, catture e tragedie silenziose.
Quello che colpisce di questi due attori di un palcoscenico che non esiste è che non è avvenuto ciò che accade normalmente quando ci si cala nel fango nel tentativo di cavarne qualcosa di buono: hanno mantenuto la loro umanità intatta. Quando ci si approccia, infatti, al male, c’è il pericolo che il male entri, insidioso, tra le corde e le ossa dell’uomo, avvelenandolo piano piano, eppure, sembra cinico dire che una volta tanto il bene abbia trionfato su più fronti.
In particolare, nel momento in cui I.M.D (agente veterano della Catturandi nonché scrittore di un certo successo) ha raccontato con una verve e una forza comica encomiabili la cattura di principi della mafia quali Brusca e Provenzano, un dato particolare non è sfuggito e anzi ha dipinto sui nostri volti un sorriso amaro: la tremante e benevola fragilità di noi esseri umani è tale che anche quando un sanguinario chiede di poter salutare il figlio prima di una lunga prigionia, il buon cuore di chi dovrebbe averlo più duro e cinico che mai indugia nel consentire che un assassino faccia cenni rassicuranti al suo pargolo.
Allo stesso modo, l’agente T.R. ha lasciato spiazzato il cuore del sottoscritto quando a seguito di un tremore nella voce si è scusato, adducendo il proprio disagio all’emozione. Chi mai resterebbe impassibile di fronte all’immensa delicatezza di chi ha affrontato l’abisso, i peggiori dei peggiori mostri, e ne è uscito forse più umano di prima?
La lezione preziosa da cogliere da un incontro del genere rivela tutta la particolarità della giustizia, eternamente e necessariamente divisa tra la penna che nutre il diritto e la spada che punisce il criminale: introdotti nell’oscuro mondo della latitanza dalla docente di procedura penale Daniela Chinnici, siamo stati poi spinti in un mondo in cui guardarsi le spalle è d’obbligo. Ne siamo risaliti, nuovi e con nuova consapevolezza: non servono le fiere per sconfiggere le belve, il bene è nel cuore e nelle mani delle persone qualsiasi e se non siamo ancora pronti a raccoglierci sotto il suo vessillo, illuminante è la voce di chi, con un lumino, è riuscito a dare alle fiamme i bastioni del male.

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