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ciancimino-vito-massimodi Massimo Ciancimino - 17 gennaio 2015
Ho denunziato alle autorità competenti, Procura di Roma, tutti i dubbi miei e dei miei fratelli sulla tempistica e su tutte le coincidenze temporali ed ombre che hanno caratterizzato la morte di mio padre Vito.

Sparizione dei due badanti, una anomala perquisizione, una autopsia troppo veloce e tante altri segnali che già da giorni mio padre mandava. Non ne parlava, forse aveva capito.

Una cosa è certa voleva parlare con le autorità, il giorno prima era stato condannato in appello per l'omicidio Pecorelli il suo avversario di sempre, Giulio Andreotti, pensava che forse i tempi erano maturi, che ci fosse per la prima volata nel nostro paese potesse avvenire quel cambiamento senza il quale parlare sarebbe stato solo un suicidio per un personaggio come lui che tanto, troppo sapeva.

Io lo avevo convinto a farlo.

Ne avevamo parlato a telefono la sera prima, mi aveva detto per congedarsi dalla conversazione che non amava parlare se non di presenza, " vieni domani a Roma e ne parliamo di presenza ".

Lo aveva promesso al dott. Caselli, è anche riportato in un verbale agli atti del processo.

Conosceva quanto era ramificato il centro di potere della quale anche lui aveva fatto parte, tante volte mi aveva detto “non mi ci farebbero arrivare mai vivo”.

Oggi se ne parla ancora, valuteranno come sempre i giudici competenti, una cosa è certa, la verità non si può cercare quando la stessa mina gli stessi interessi di chi dovrebbe avere il compito di farlo.

Tratto da: articolotre.com

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