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di Antonino Di Matteo*
La lotta al metodo mafioso infiltrato nell’esercizio del potere
Ad oggi tanti cittadini dimostrano di nutrire un passione civile ed un’ansia di verità e giustizia che è stata  e continua ad essere un fortissimo stimolo per la magistratura ad andare avanti nonostante tutto, nonostante i ripetuti silenzi istituzionali e nonostante i tanti ostacoli che vengono continuamente frapposti alla ricerca della verità. La solidarietà vera di tanti semplici cittadini non è mai inutile e trasmette veramente la consapevolezza dell’importanza del ruolo che noi magistrati ricopriamo, magari sbagliando a volte, ma con la consapevolezza di rendere un servizio al paese. I magistrati che hanno veramente a cuore la toga che indossano sanno perfettamente che il loro non è un ruolo di esercizio di un potere, ma è un  servizio nei confronti della collettività e soprattutto nei confronti di quei cittadini che vogliono costruirsi un futuro partendo dal rispetto del diritto e non contando sui favori, sulle raccomandazioni, sulle appartenenze politiche, lobbistiche o massoniche che oggi invece condizionano tanto la vita pubblica del nostro paese.

Tutti i cittadini devono pretendere ed esercitare il sacrosanto diritto di conoscere e criticare. Non siate indifferenti al problema. Perché essere indifferenti significa non solo consegnare alle mafie e al metodo mafioso ilpotere di questo paese, ma anche e soprattutto isolare i soggetti che non si rassegnano a questo andazzo. Sforzatevi. Ve lo chiedo come cittadino che crede
nei valori di giustizia. Sforzatevi di conoscere i fatti, i dettagli, i verbali degli interrogatori, il contenuto di intercettazioni e sentenze anche definitive e vi accorgerete che i magistrati non seguono teoremi ma, partendo da fatti che già sono accertati, cercano di ricostruire una responsabilità penale in capo a soggetti individuati. Non dobbiamo inseguire tesi ma dobbiamo partire dal coraggio e dal rispetto della verità. Per tante ragioni ci possono essere dei momenti in cui, soprattutto per un magistrato, potrebbe essere più conveniente e sicuramente più opportuno non denunciare queste cose, non affermare queste verità e tenere un atteggiamento più cauto. Però personalmente non riesco a fare questo calcolo. E tutto questo mi viene dal cuore quando guardo ed ascolto i nostri giovani. Troppo spesso e con troppa facilità si afferma che la lotta la mafia è arrivata verso la svolta finale positiva, autocelebrandosi addirittura del successo di un’ indagine o di un processo. Io faccio il magistrato da 22 anni e mi sono sempre occupato di mafia, prima a Caltanissetta poi a Palermo. Ed ogni tanto mi fermo per fare un bilancio, paragonando il sistema attuale a quello di quando ero un giovane magistrato. E’ vero, molti passi in avanti sono stati fatti: vent’anni fa molti boss erano latitanti grazie anche all’appoggio della società civile e parte delle istituzioni. Oggi questi boss sono tutti, o quasi tutti, dietro le sbarre, condannati all’ergastolo in seguito a regolari processi e detenuti con regime carcerario molto duro, quello del 41 bis. E’ vero, oggi non è più come vent’anni fa. Come quando ad esempio nel 1991 un imprenditore che ebbe avuto il coraggio di denunciare con nomi e cognomi i propri estorsori, Libero Grassi, venne ucciso in seguito anche alla solita azione di isolamento da parte di pronunce di Confindustria e di altre associazioni di commercianti ed imprenditori. Loro lo isolarono e i mafiosi lo uccisero. Oggi la situazione è cambiata: molti commercianti e imprenditori trovano ogni giorno il coraggio di denunciare i propri estorsori che poi molto spesso vengono facilmente arrestati, processati e condannati in seguito alle denunce delle parti offese.
Però sono convinto che la lotta alla mafia è rimasta a metà del guado: essa si è infatti sviluppata positivamente ed efficacemente nei confronti della mafia militare ma ancora non ha sciolto il nodo più importante, quello che rende veramente forte le organizzazioni criminali mafiose, ovvero il suo rapporto con la politica, con le istituzioni, con l’imprenditoria, con il potere in generale. E allora, su questo, rifletto molto amaramente: non sono ottimista perchè vedo che da un punto di vista politico, dall’espressione politica più alta che è la legislazione,  si utilizzano due pesi e due misure. Si forniscono a magistrati ed inquirenti strumenti legislativi importanti, efficaci ed incisivi per reprimere i fenomeni rutinari delle organizzazioni criminali mafiose come estorsioni, traffici di stupefacenti, traffici di armi e si prevedono per questo tipo di mafiosi regimi carcerari rigorosi idonei ad evitare che il mafioso, come prima accadeva, continui a comandare anche durante il periodo di detenzione. Da un punto di vista di quel salto di qualità che consentirebbe a strumenti più incisivi di reprimere finalmente il rapporto mafia e potere però non si è fatto niente e si continua  a non fare nulla. Le varie organizzazioni condizionano pesantemente l’operato della politica e delle pubbliche amministrazioni tutta una serie di condotte che costituiscono reati: come ad esempio l’abuso d’ufficio,  la concussione, la turbativa d’asta o il riciclaggio. Una statistica ministeriale ha rilevato un dato importante: sui circa 65.000 detenuti nelle nostre carceri coloro che stanno scontando una pena per reati di corruzione sono soltanto 8. Questo non solo per la difficoltà oggettiva da parte della magistratura e delle forze dell’ordine di trovare le prove inerenti ad un determinato reato, ma soprattutto perché il nostro sistema penale prevede delle pene, a mio parere, assolutamente inadeguate. E paradossalmente quando non si riescono a trovare le prove si va inevitabilmente incontro alla prescrizione ed alla sostanziale impunità di quel reato. Bisogna considerare  la lotta alla mafia e la lotta alla corruzione come due facce della stessa medaglia e bisogna comprendere che non è possibile combattere la mafia senza prevedere una seria repressione dei reati dei colletti bianchi.


Viviamo in uno stato in cui vari governi si susseguono, ognuno con un proprio programma ma in realtà  non cambia mai nulla: si fanno delle commissioni, si creano delle autority ma sostanzialmente non si fa quello che si deve fare e cioè una legislazione che reprima più seriamente e più efficacemente, anzi finalmente e seriamente, i reati dei colletti bianchi. Io non so quanto questo sia frutto di una volontà, ma a volte avverto la presenza di un pregiudizio culturale di fondo per cui  si ritengono questi reati, che finiscono per affamare la popolazione, come addirittura non gravi. Inoltre è stata fatta, con molti sforzi e dopo molte chiacchiere (anche a vanvera), una legge sul voto di scambio politico-mafioso. Non voglio entrare nel tecnicismo di una legge, a mio parere salutata da tutti come un enorme passo in avanti e  finalmente efficace per la repressione di questo fenomeno. Ma in virtù dell’applicazione della nuova legge la Corte di Cassazione ha annullato uno dei pochi casi in cui un politico siciliano era stato condannato in primo e secondo grado per il famoso articolo 416ter: quindi tecnicamente qualche cosa di sbagliato, come poche voci isolate hanno detto, c’era in  quella legge. Ma tutti l’hanno applaudita.
Tutti. Dalla sinistra alla destra. Il cosiddetto scambio politico mafioso è punito con una pena più lieve rispetto a quella prevista per il 416bis, cioè dell’associazione mafiosa. Allora siamo in un paese in cui le norme vigenti considerano più grave e meritevole di una pena superiore la condotta di un vecchio novantenne del paesino interno della Sicilia che è affiliato alla famiglia mafiosa ma magari da 20 anni materialmente non è operativo con estorsioni, violenze, intimidazioni, omicidi rispetto ad politico che fa consapevolmente un accordo con un mafioso per diventare deputato, onorevole o senatore. Ed anche se scoperto in questa sua condotta consapevole di accordo con la mafia egli sarà colpito con una pena molto più lieve. E’ questo il pregiudizio di fondo più grave e personalmente credo che non sia intento della classe politica nella sua stessa articolazione fare il salto di qualità nella lotta alla mafia. Tutti ricordiamo Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e tanti altri colleghi e servitori dello Stato che hanno portato avanti con fierezza il giuramento che avevano fatto sulla Costituzione Italiana. E lo stesso Paolo Borsellino, venti giorni prima di morire, intervenne in un dibattito in cui a proposito del rapporto tra la mafia e la politica centrò il problema in maniera come al solito non solo chiara e precisa, ma molto coraggiosa: disse che il compito di recidere quei rapporti è stato rimandato solamente alla magistratura. Ma la magistratura può punire un soggetto soltanto quando ha commesso un reato. Cerco di spiegare in termini semplici: se io sono un uomo politico  che ambisco ad essere eletto alla camera dei deputati e in campagna elettorale vado a cercare il capomafia del paese e una domenica mattina me lo metto a braccetto e mi faccio la passeggiata per le vie di quel paese io non ho commesso un reato e non posso essere punito o sanzionato per concorso in associazione mafiosa o voto di scambio ma tutti abbiamo assolutamente chiaro che un comportamento di quel tipo aumenta il prestigio della componente mafiosa in maniera esponenziale, non c’è dubbio.  Il problema è che il compito della recisione del rapporto con la mafia non può essere affidato solamente all’accertamento giudiziario in campo penale ma deve passare attraverso una responsabilità politica che fino ad oggi non c’è stata non c’è stata. Infatti quando alle elezioni del 2008 sono stati candidati nei primi posti delle rispettive liste i senatori Dell’Utri e l’onorevole Cuffaro non è che non si sapessero già quei fatti in maniera certa che poi hanno portato alla condanna definitiva dell’uno e dell’altro per reati collegati alla mafia. I fatti erano già emersi nella loro obiettività. Eppure evidentemente i responsabili dei rispettivi partiti hanno ritenuto di farli rieleggere. Paolo Borsellino oggi sarebbe forse ancora più amareggiato: egli sottolineava infatti come la politica usasse l’alibi ipocrita dell’attesa delle sentenze definitive. Oggi la situazione è peggiorata. Esistono infatti delle sentenze definitive che affermano che un soggetto che è stato definitivamente condannato per concorso in associazione mafiosa, Marcello Dell’Utri, è stato uno, se non il principale promotore e organizzatore di un partito politico perché, questo lo dice la Corte di Cassazione e non i “soliti pubblici ministeri di Palermo”, è stato l’intermediatore principale di un patto di protezione stipulato dall’imprenditore Silvio Berlusconi con i capi delle famiglie mafiose di Cosa Nostra nel 1974 e che ha avuto i suoi effetti almeno fino al 1992  (per 18 anni). Eppure questi soggetti stanno contribuendo a riformare la Costituzione sulla quale Paolo Borsellino aveva giurato.  Io non mi sento un giudice politicizzato però non mi sento nemmeno di potere, rispetto ad una pretesa di verità, di cui tanti cittadini sono quotidianamente portatori e tanti giovani, non sottolineare determinate verità a livello giudiziario. Perché ad esempio, e su questo interverrò sempre in un dibattito pubblico, oggi stanno attuando un programma le cui linee essenziali le troviamo addirittura nel programma di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli: stanno cercando di riformare la magistratura e di ridimensionarne il controllo di legalità. Vi dico che stanno cercando, con riforme apparentemente volte all’efficienza, di creare una gerarchizzazione della magistratura  in cui tutto dipende al Procuratore Capo che ha (secondo non soltanto il nuovo ordinamento giudiziario del 2006, ministro della Giustizia Mastella, ma secondo le interpretazioni che vengono date sempre più spesso) sostanzialmente la possibilità di decidere tutto all’interno di una Procura. Questo è pericoloso. Ma non per i magistrati, per i sostituti procuratori o procuratori aggiunti. E’ pericoloso per i cittadini.
Perché la garanzia per il cittadino è che il potere giudiziario sia diffuso e non sia concentrato nelle poche mani dei capi degli uffici nominati spesso da un Csm che risente troppo dei condizionamenti politici. Quando fanno o dicono di voler fare le riforme per introdurre criteri, non per introdurre la responsabilità civile dei magistrati perché quella già c’è ed è prevista dalla legge, ma per introdurre dei criteri più stringenti da cittadino rifletto su un dato e rifletto utilizzando le parole dette nel momento in cui questa riforma insieme a quella che venne definita “riforma epocale della giustizia” venne presentata alla stampa dall’allora ministro della giustizia, onorevole Alfano.
Il commento che fece nella conferenza stampa della presentazione  l’allora presidente del consiglio  fu questo “Se avessimo introdotto queste norme già prima, comprese quelle della responsabilità civile dei magistrati, non ci sarebbe stata l’inchiesta mani pulite”. E’ vero, è sacrosanto. Ma il problema in Italia sono le indagini come quella di mani pulite o il fenomeno tangentopoli? E’ bene che il cittadino scelga perché se il problema sono le indagini e il controllo di legalità sulla magistratura allora è chiaro che la riforma della giustizia creerà tanti magistrati  burocrati che non oseranno disturbare il potere, spietati con i deboli e timorosi con i potenti. Questa non è la figura di magistrato che può garantire il cittadino, questa non sarebbe più una magistratura degna dell’autonomia e dell’indipendenza riconosciuta dalla Costituzione. E questo non sarebbe più un paese in cui ancora ci si può sforzare di considerare la legge uguale per tutti. Io però non voglio trasmettere un’impressione di pessimismo. Sono certamente pessimista perché non ho colto questi segnali di cambiamento vero nella politica. Anzi, colgo una volontà sempre più diffusa di ridimensionare il controllo di legalità della magistratura ed è una volontà che purtroppo mi pare trasversale nei vari schieramenti politici. Dall’altra parte però, e qua mi rivolgo ai ragazzi, ho visto e ho vissuto anche personalmente sulla mia pelle in questi ultimi anni una solidarietà bellissima ed un cambiamento che parte proprio dalle giovani generazioni. Ragazzi non vi fate impressionare da chi vi dice “ma tanto non serve a niente, non cambierà mai niente,  ma chi te lo fa fare?”. Perché non è vero che le cose non cambiano. Io sono palermitano e sono cresciuto in un territorio dove la mentalità mafiosa era notevolmente diffusa. E quando ero piccolo, di tutto questo non se ne parlava nonostante i morti cadessero a decine attorno a noi. Non si parlava nelle scuole e nelle famiglie. Oggi invece vado nei quartieri di Corleone, Bagheria, Alcamo, nei quartieri più degradati della mia città e trovo ragazzi che hanno una passione civile e una coscienza della negatività della mafia che magari avessero tutti nel nostro paese e nelle nostre istituzioni! Il cambiamento ci sarà e ci potrà essere proprio partendo da questa rivoluzione culturale che deve partire dai giovani. Palermo è una città che da questo punto di vista, e per questo siamo anche orgogliosi di appartenere a questa storia, ha rappresentato e rappresenta il massimo del male: parliamo della criminalità organizzata più potente in quanto solo a Palermo sono stati uccisi magistrati, ufficiali dei carabinieri, dirigenti della squadra mobile, prefetti in carica, presidenti della regione, sacerdoti, giornalisti. E questo non lo possiamo dimenticare fino a quando ci sarà anche il minimo sospetto che un solo responsabile sia ancora in libertà. Palermo ha rappresentato e rappresenta tutto questo. Ma ha rappresentato anche la reazione. E vi dico che nei quartieri popolari di Palermo c’è questa esigenza: mi è capitato di incontrare degli attivisti antimafia seri che sono figli o nipoti di ergastolani.  A Palermo e in Sicilia esistono ormai associazioni che aiutano ad esempio commercianti ed imprenditori a trovare il coraggio di denunciare le estorsioni . Vi dico che c’è speranza, ma questa speranza a va coltivata, va coltivata pretendendo giustizia, indipendenza, impegno vero da parte della magistratura e della forze dell’ordine. Va coltivata pretendendo che la classe politica, come fino ad ora non ha fatto, consideri veramente con i fatti una priorità non solo la lotta alla mafia ma qualcosa se volete di ancora più grave: la lotta al metodo mafioso che purtroppo si  sta infiltrando nell’esercizio del potere, anche ufficiale.

* trascrizione dell'intervento del dott. Di Matteo alla conferenza "Non c'è libertà senza legalità" (Varese 4-10-2014) a cura di Sara Donatelli

Foto © ACFB

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