L’aggressione congiunta di Stati Uniti e Israele alla Repubblica islamica dell’Iran, fuori da ogni minimo straccio di legalità internazionale, ha visto il sostegno in molte piazze di giovani iraniani e non che hanno inneggiato alla restaurazione della monarchia col ritorno sul trono del figlio dell’ultimo scià. A molti giovani che hanno assistito alla feroce repressione attuata negli ultimi anni dal regime degli ayatollah questa è sembrata una richiesta comprensibile e ragionevole, dando per scontato che prima della Rivoluzione islamica vi fosse in Iran una monarchia laica e rispettosa dei diritti umani. Tuttavia le cose non stavano affatto in questo modo e proporre il ritorno sul trono della famiglia Pahlavi significa ignorare che dopo la restaurazione del suo potere, in seguito al colpo di stato orchestrato dalla Cia nel 1953, lo scià istituì la Savak (Organizzazione nazionale per la sicurezza e l’informazione) che “con le sue camere di tortura, sarebbe diventata la più famigerata e la più brutale delle istituzioni mediorientali”, secondo le parole del grande corrispondente di guerra inglese Robert Fisk (Cronache Mediorientali, il Saggiatore 2005). Nei locali di tale organizzazione, che giunse ad impiegare fino a 60 mila agenti, venivano eseguite efferate torture e stupri allo scopo di controllare un Paese per conto dell’Occidente. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si erano, infatti, sbarazzati del primo ministro Mossadeq con l’Operazione ‘Aiace’ al fine di impedire la nazionalizzazione dell’Anglo-Iranian Oil Company, divenuta in seguito British Petroleum. Oltre 700 mila persone vennero ‘arruolate’, come diretti dipendenti o come informatori occasionali pagati o ricattati, nel sistema di controllo sociale istituito dallo scià e che faceva capo alla Savak: diplomatici, funzionari pubblici, mullah, attori, scrittori, dirigenti della compagnia petrolifera, operai, contadini, poveri e disoccupati, “un’intera società corrotta dal potere e dalla paura” (R. Fisk). Quando nel 1977 la Croce rossa internazionale entrò per la prima volta nelle prigioni iraniane, visitando 3.000 ‘detenuti di sicurezza’, appurò che i detenuti venivano regolarmente picchiati, bruciati con sigarette e agenti chimici, torturati con elettrodi, violentati, sodomizzati con bottiglie e uova bollenti, addirittura incontrarono donne alle quali erano stati inseriti cavi elettrici nell’utero durante gli interrogatori. Metodi e luoghi che venivano presi ad esempio anche da altri regimi mediorientali, compreso il democratico stato di Israele, tanto che in visita a questi luoghi si recavano in quegli anni alcuni suoi dirigenti di primo piano quali Ben Gurion, Dayan e Rabin. Sono stati 25 anni di questo regime a portare alla Rivoluzione nel 1979 e all’instaurazione poi del regime teocratico che da allora governa l’Iran, purtroppo spesso ricorrendo ad analoghi metodi repressivi, forse addirittura riutilizzando quegli stessi metodi e magari in quegli stessi luoghi di detenzione e tortura, di certo facendo largo uso delle esecuzioni capitali. Per questo sarebbe opportuno meditare prima di inneggiare al ritorno al potere del rampollo di quella famiglia Pahlavi che per tanti anni ha rappresentato il ‘guardiano’ dell’Occidente in quella regione e, pur comprendendo i motivi di soddisfazione per la possibile fine del regime teocratico, non penso si possa gioire che ciò avvenga a seguito di una criminale aggressione la cui vittima sarà ancora una volta il popolo iraniano.
Foto © Imagoeconomica
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