Negli ultimi anni in Italia si è assistito a una pericolosa escalation di assalti ai furgoni portavalori, con modalità che richiamano scenari da Far West.
Solo nei primi mesi del 2025 si sono registrati almeno quattro episodi clamorosi, dal blitz paramilitare sulla statale Aurelia in Toscana fino ai colpi lungo le strade isolate di Puglia e Sardegna. In questi attacchi, veri e propri commando di banditi pesantemente armati bloccano le carreggiate con auto in fiamme, sparano raffiche di kalashnikov e utilizzano esplosivi o mezzi meccanici per sventrare i blindati e impossessarsi del denaro. I vigilantes di scorta spesso restano impotenti di fronte a banditi organizzati e pronti a tutto, anche se talvolta i dispositivi di sicurezza come le buste macchianti riescono a vanificare il bottino. Emblematico è il caso dell’assalto del 2 gennaio 2025 in Puglia, quando un furgone portavalori è stato bloccato con chiodi a terra e poi aperto a colpi di ruspa sulla statale 89 nel Foggiano, sotto la minaccia di fucili: una scena da film d’azione che ha lasciato le guardie giurate completamente sopraffatte.
Chi c’è dietro questi assalti spettacolari?
Le autorità hanno rilevato la presenza di gruppi criminali altamente specializzati, spesso originari di aree con una lunga storia di banditismo e criminalità organizzata. Il “settore” delle rapine ai portavalori si ipotizza che sia da tempo in mano a bande pugliesi (in particolare foggiane e cerignolane) e gruppi sardi provenienti da zone interne come il Sassarese o l’Ogliastra. Questa rete criminale interregionale esporta tecniche e know-how:
non a caso Cerignola (Puglia) è stata definita una vera “scuola” del crimine, dove veterani delle rapine formano giovani leve dei quartieri più poveri, pronti a colpire furgoni portavalori e Tir ovunque se ne presenti l’occasione.
In ogni caso, il messaggio è chiaro: gli assalti ai portavalori non sono opera di improvvisati, ma di bande organizzate quasi paramilitari, spesso collegate alle mafie tradizionali o quantomeno ben inserite nel loro tessuto socio-criminale.
Le infiltrazioni mafiose nel settore della sicurezza
Oltre agli assalti armati sulle strade, esiste un livello più subdolo di controllo criminale legato ai furgoni blindati: le infiltrazioni mafiose nelle aziende di vigilanza privata e trasporto valori.
Numerose inchieste recenti hanno svelato una realtà inquietante, soprattutto in Campania: clan camorristici capaci di mettere le mani su società di sicurezza teoricamente “per bene”.
Attraverso minacce, corruzione e prestanome, queste organizzazioni ottengono appalti e gestiscono istituti di vigilanza per i propri scopi. I meccanismi di infiltrazione accertati seguono schemi consolidati:
- Acquisizione illecita di contratti: Ditte riconducibili ai clan ottengono appalti pubblici e privati (da ospedali a cantieri, da centri commerciali ad enti pubblici) intimidendo concorrenti o corrompendo funzionari, così da dominare il mercato della sicurezza.
- Personale affiliato o compiacente: Molti vigilantes assunti in queste aziende provengono dagli ambienti criminali stessi. Indossano una divisa, ma di fatto rispondono ai boss, utilizzando il ruolo per intimidire cittadini e imprenditori invece che proteggerli.
- Estorsione mascherata da sicurezza: In alcuni casi i clan impongono ai commercianti locali servizi di vigilanza “obbligatori” offerti dalle proprie società, una sorta di pizzo 2.0 camuffato da attività legale di protezione. Chi non aderisce rischia ritorsioni, chi accetta finanzia inconsapevolmente la cosca di zona.
Le conseguenze di questa infiltrazione sono gravissime: un settore che dovrebbe garantire legalità e protezione viene trasformato in un crocevia di interessi mafiosi, con guardie giurate asservite al potere criminale. Inoltre, le aziende oneste faticano a competere con quelle mafiose, le quali possono permettersi prezzi stracciati grazie a fondi illeciti e personale sottopagato, drogando il mercato e minando la fiducia nelle istituzioni.
Non si tratta di mere ipotesi teoriche. Un’indagine della DIA ha portato alla luce il caso emblematico di infiltrazione camorrista negli istituti di vigilanza: un affiliato di primo piano di un clan era riuscito a prendere il controllo occulto di una società di vigilanza armata, attiva tra Campania e Toscana.
Attraverso prestanome e società a matrioska, l’uomo, cognato di un boss di spicco, dominava di fatto varie agenzie di sicurezza con sedi a Napoli, Roma e perfino Massa Carrara, fino a quando l’inchiesta ha smantellato questa rete nel 2020. Episodi simili indicano che la camorra considera la vigilanza privata un settore strategico: controllarlo significa avere a disposizione una vera e propria infrastruttura paramilitare. Come osservava già anni fa un procuratore milanese, le società di sicurezza sono un “pozzo inesauribile” per la mafia: forniscono armi (pistole, fucili), mezzi blindati, giubbotti antiproiettile, distintivi e sirene, tutte dotazioni che, una volta infiltrate le aziende giuste, finiscono nell’arsenale dei clan.
Non solo: vigilantes infedeli possono passare informazioni preziose ai boss, mappando obiettivi sensibili e sistemi d’allarme della città dall’interno, e persino fungere da “esercito” di riserva per azioni illegali su commissione.
“È un sistema blindato, inattaccabile da qualsiasi magistrato inquirente” si vantava un veterano della Camorra, alludendo proprio alla rete di complicità costruita nei servizi di sicurezza. Questa frase, “blindato e inattaccabile” ben riassume la pericolosità del fenomeno: quando il crimine organizzato si mimetizza dietro guardie giurate e furgoni blindati, diventa molto più difficile da colpire giudiziariamente. Le indagini antimafia devono scardinare una corazza fatta di apparenza di legalità, documenti in regola e connivenze insospettabili. Ecco perché istituzioni e associazioni di categoria (come l’ASSIV – Associazione Italiana Vigilanza Privata) invocano controlli più stringenti, esclusione dagli appalti pubblici per le ditte colluse, e sanzioni severissime per chi tradisce la propria funzione piegandola ai clan.
Solo ripulendo il settore si può sperare di rendere i furgoni blindati strumenti di sicurezza, non armi nelle mani della mafia.
Assalti ai bancomat: la “banda della marmotta”
Parallelamente ai grandi assalti ai portavalori, in tutta Italia proliferano i colpi ai bancomat, spesso compiuti da gruppi organizzati con tecniche esplosive rapide e impressionanti. Sui giornali li chiamano banda del bancomat o più specificamente “banda della marmotta”, dal nome gergale dell’ordigno artigianale usato in questi furti. Il soprannome curioso deriva da un dettaglio tecnico: la carica esplosiva, inserita nella fessura del distributore di banconote, emette un sibilo acuto appena prima di detonare, un fischio prolungato che ricorda proprio il verso di una marmotta. Pochi istanti dopo, boom: lo sportello automatico viene sventrato e i ladri arraffano le cassette con il contante.
Gli assalti ai bancomat avvengono quasi sempre a notte fonda, quando le strade sono deserte. Il modus operandi, affinato in decine di casi da nord a sud, è collaudato: i malviventi spesso introducono una tessera nell’ATM e compiono una piccola transazione per sbloccare lo sportello, poi lo forzano quel tanto che basta a infilarci un contenitore pieno di esplosivo (la marmotta, appunto). Dopo essersi allontanati quel minimo per sicurezza, azionano l’innesco. L’esplosione squarcia il bancomat e i malviventi possono raccogliere rapidamente il denaro, dandosi alla fuga prima che le forze dell’ordine possano intercettarli.
Spesso preparano auto potenti per la fuga e chiodi a tre punte da spargere in strada per rallentare eventuali inseguitori, strategie mutuate proprio dagli assalti ai portavalori.
Questo fenomeno criminale ha colpito duramente anche regioni relativamente tranquille come il Piemonte. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, ad esempio, si è registrata una raffica di esplosioni di sportelli ATM nel Torinese, al punto che i Carabinieri hanno ipotizzato l’azione di un unico gruppo seriale. Uno degli episodi più recenti risale alla notte del 7 gennaio 2026: a Poirino (TO) una banda ha fatto saltare il bancomat di una filiale Unicredit in pieno centro abitato, alle quattro del mattino, distruggendo l’ingresso della banca e volatilizzandosi nel giro di minuti. Pochi giorni prima, il 29 dicembre, un colpo analogo era stato tentato a Bruino, fallendo solo grazie al provvidenziale arrivo di una pattuglia durante l’innesco. Scene simili si sono viste in Lombardia, in Veneto, in Campania e praticamente ovunque. In provincia di Avellino, ad esempio, la banda della marmotta ha colpito due volte nel giro di una settimana a fine 2025: prima a Sant’Angelo dei Lombardi, poi a Calitri, sempre caricando esplosivo nell’erogatore e devastando gli sportelli in pochi secondi. In un assalto in Irpinia nell’estate 2025, i banditi arraffarono circa 30 mila euro in contanti da un Postamat, a riprova che queste tecniche “artigianali” possono fruttare bottini niente affatto trascurabili.
Le autorità temono che dietro molte di queste spaccate ai bancomat vi siano le stesse reti criminali che organizzano gli assalti ai portavalori. D’altronde il know-how necessario, maneggiare esplosivi, neutralizzare sistemi di allarme, scegliere obiettivi poco presidiati, è paragonabile, così come la capacità di muoversi su più regioni. In alcune aree, clan mafiosi locali controllano il territorio al punto da tollerare o proteggere le bande dei bancomat in cambio di una fetta dei proventi o di altri favori. Un mafioso ha confessato che queste “bombe ai bancomat” sono viste dalla malavita organizzata come un utile complemento: “Gli assalti grossi li facciamo ai furgoni portavalori, ma intanto i ragazzi si fanno le ossa coi bancomat, così portano cash e imparano il mestiere”.
Parole che svelano la linea sottile tra criminalità “comune” e criminalità organizzata: gli assalti ai bancomat possono sembrare episodi isolati di micro-criminalità, ma spesso sono l’anticamera di affiliazioni più strutturate, un banco di prova per futuri rapinatori professionisti al soldo delle mafie.
Dai furgoni portavalori mitragliati sulle statali ai bancomat fatti esplodere nelle nostre piazze, il panorama che emerge è quello di un nuovo banditismo aggressivo e tecnologico, che interseca pericolosamente gli interessi delle mafie. Il Piemonte, tradizionalmente considerato lontano dalle dinamiche mafiose, ne è stato toccato con imprese locali interdette per infiltrazioni, ben due aziende al mese bloccate per sospetti legami mafiosi nel 2025 secondo i dati dell’Antimafia e con un’ondata di colpi ai bancomat nel torinese.
Questo a dimostrazione che nessun territorio può dirsi immune.
Le istituzioni stanno cercando di reagire su più livelli: da un lato potenziando le unità investigative sul campo (ad esempio incrociando le informazioni balistiche e forensi per collegare tra loro i vari assalti ai portavalori e ai bancomat), dall’altro emanando norme più severe per tenere le mafie lontane dai “servizi di sicurezza”. La strada è in salita, le organizzazioni criminali affinano continuamente le tattiche, sfruttando anche le falle tecnologiche (come i bancomat non ancora dotati di ink-dye o di protezioni anti-scasso) e le connivenze insospettabili in apparati aziendali. Sfondare un blindato portavalori o far saltare un bancomat non è un gesto eroico, è un attacco alla sicurezza collettiva.
Affinché i furgoni blindati tornino ad essere sinonimo di protezione, cassaforti su ruote al servizio della società, e non bersagli mobili o peggio strumenti nelle mani dei clan, occorre mantenere alta la guardia.
Significa migliorare le dotazioni di difesa (veicoli più blindati, tecnologie anti-intrusione), formare le guardie giurate a protocolli anti-rapina più efficaci e soprattutto spezzare il legame perverso tra criminalità e sicurezza privata attraverso controlli rigorosi e trasparenza negli appalti.
La criminalità organizzata contemporanea non ha bisogno di mostrarsi violenta per essere efficace. Governa flussi, servizi e consuetudini, fino a rendere l’illegalità una componente silenziosa della normalità. È in questa zona grigia, dove il rumore scompare, che si misura la capacità dello Stato di riconoscere il pericolo prima che diventi struttura.
* Ispettore di Polizia Locale Ufficiale di Polizia Giudiziaria
