Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Da giovane mi chiedevo spesso, con una certa incomprensione, perché un partito democratico come il PCI non riuscisse mai a trovare alleati per governare l’Italia. Nonostante il suo radicamento popolare, la sua forza elettorale e la coerenza dei suoi programmi, sembrava condannato a restare ai margini del potere. Eppure, negli atti politici e nei discorsi del PCI - soprattutto quelli di Enrico Berlinguer, che con passione e lucidità sapeva parlare al cuore e alla coscienza del Paese - emergeva chiaramente una visione profondamente democratica, fondata su valori di giustizia sociale, libertà e partecipazione. Berlinguer non era un ideologo dogmatico, ma un uomo che cercava un dialogo sincero con la società italiana, proponendo un socialismo riformista, etico, compatibile con le istituzioni repubblicane.
Col tempo si è capito che quella esclusione non era frutto di una normale dinamica politica, ma di un disegno più ampio, imposto dall’esterno. Volere una società più giusta e realmente democratica andava contro gli interessi strategici degli Stati Uniti, che dopo la seconda guerra avevano assunto nei fatti il ruolo di potenza occupante dell'Italia.
L’Italia doveva restare in una condizione di sudditanza, agli interessi degli USA, e ogni apertura verso sinistra veniva vista, tragicamente per noi, come una minaccia da contenere.
L’Italia, in quel disegno, non doveva essere un laboratorio di emancipazione sociale, ma una pedina docile nello scacchiere della Guerra Fredda.
L’ingresso dei comunisti al governo avrebbe significato mettere in discussione la sottomissione incondizionata e soprattutto il controllo ideologico che Washington esercitava attraverso media, cultura e istituzioni. Per questo, ogni tentativo di apertura democratica verso sinistra veniva sistematicamente sabotato, con pressioni esterne e complicità interne.
Troppi politici italiani - più attenti a compiacere l’ambasciata americana che a servire il popolo - hanno accettato questo ruolo subalterno. Hanno rinunciato alla sovranità, hanno tradito le aspirazioni di milioni di cittadini che chiedevano giustizia sociale, lavoro, dignità. E così, invece di costruire una democrazia piena, abbiamo avuto una democrazia condizionata, dove certi partiti erano “tollerati” solo se non mettevano in discussione l’ordine imposto.
A rafforzare questa condizione di controllo e paura, si è aggiunta la politica della tensione: una strategia stragista, voluta e diretta da apparati legati agli interessi americani, che ha insanguinato il Paese con attentati e massacri, colpendo civili innocenti per alimentare il caos e giustificare la repressione. In questo disegno, anche la mafia ha avuto un ruolo tollerato - se non favorito - per svolgere i lavori sporchi contro uomini e movimenti che volevano un’Italia diversa, libera dalle logiche di potere imposte dall’alto.
La storia del PCI, con tutte le sue contraddizioni, è anche la storia di un’Italia che avrebbe potuto essere diversa: più libera, più giusta, più coraggiosa. Ma quel sogno è stato soffocato non dalla paura del comunismo che in Italia non c'è mai stato, ma dalla volontà precisa di mantenere il Paese in uno stato di dipendenza, economica e culturale. E oggi, guardando indietro, è impossibile non vedere quanto quella esclusione abbia pesato sul nostro sviluppo democratico.
Che amarezza! 

Foto © Imagoeconomica 

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy

Stock Photos provided by our partner Depositphotos