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A più di quarant’anni dalla sua diffusione, un documento contro la mafia, può rivelarci ancora nuove possibilità di riflessione e azione sul territorio e per il Bene comune

Era il 15 agosto del 1982, giorno dell’Assunta, quando le parrocchie del cosiddetto «triangolo della morte» diffondono, dietro suggerimento del vicario episcopale don Francesco Michele Stabile, un documento corale, unitario, di contrasto alla mafia. Stanchi e scossi dalla catena di omicidi mafiosi nelle zone di Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, le comunità si organizzano ufficialmente costituendo, un mese dopo, il primo Coordinamento Interparrocchiale popolare dal carattere a-confessionale e a-politico; uno spazio di condivisione aperto a tutti dove lo studio e la riflessione sul “fenomeno mafia” rimane prerogativa fondamentale per una lotta consapevole. In una prima assemblea alla quale partecipano 350 persone le espressioni più ricorrenti, che in un certo modo diventano programmatiche, sono «non dimenticare», «non tacere», «capire» e «lottare». L’attività culturale non si riduceva ad un’opera puramente informativa ma tendeva a formare una coscienza matura, capace di valutare e rifiutare la mafia in tutte le sue manifestazioni. Una porzione di Chiesa, questa, che ha desiderato coinvolgere tutti nel far sentire la propria voce, riconoscente che la missione ricevuta da Cristo, nel suo [essere-esso-stesso] annuncio profetico della salvezza, comporta la denuncia del male. Una denuncia che nella lunga marcia della Chiesa, tra silenzi e parole per approdare a orizzonti nuovi e a un nuovo protagonismo nella liberazione della mafia, è continuata nell’ultimo trentennio del Novecento e continua nel primo ventennio del Duemila fino ad oggi coinvolgendo non solo la Chiesa siciliana ma perfino quella italiana e lo stesso papato. Credo sia da riconoscere che negli sviluppi del contrasto alla mafia una parte non secondaria l’ha svolta la Chiesa anche e soprattutto con il sacrificio dei preti uccisi dalla mafia come, tra questi, padre Ignazio Modica di cui già da qualche tempo mi sto occupando di ricostruirne la trama esistenziale. Il cammino rimane ancora oggi lungo e faticoso, anzitutto perché non tutti i componenti della società civile ed ecclesiale hanno maturato questa consapevolezza della mafia come male strutturale, peccato da estirpare; ci si limita, il più delle volte, alla sola conversione individuale dimenticando quella conversione integrale di popolo che, tra gli altri mali, riesca con coraggio ad eliminare la mafia. L’alternativa profetica è possibile, può esserci ed è auspicabile, ma tarda ancora ad arrivare nonostante alcuni buoni esempi. Si tratta di capire quanti sul territorio - a partire da una prassi concreta di vescovi e sacerdoti - vorranno seriamente interpretare la loro missione pastorale, muovendosi coraggiosamente nel solco di un rinnovamento autentico. Non si può [continuare a] tacere perché il silenzio in questi casi è sempre colpevole o per rifiuto o per connivenza. Tutti si dicono cristiani ma, intanto, prospera la violenza e la logica di morte. Cosa resta, dunque, del primo Coordinamento? Sicuramente la memoria di una realtà non più attiva e la possibilità, a più di quarant’anni, di trarre da esso un nuovo modo di costruire il presente che abitiamo. Le mafie, che sempre più si pongono contro l’uomo, la sua dignità e libertà, continua a bloccare lo sviluppo, a disgregare la società, a strumentalizzare i beni della collettività per interessi privati. Per questo è necessario che la Chiesa, nella sua dimensione comunitaria, e insieme alle altre comunità, si faccia carico di una impegnata scelta pastorale che superi ed elimini la cultura mafiosa. Una Chiesa che abbia «il coraggio di porre attenzione al corpo piagato, di mettere le mani nel covo di serpenti velenosi (cfr. Is 11,8) e di annunciare per questa società e per questi uomini la salvezza». Siamo ancora disposti a ciò?

Foto © Imagoeconomica

 

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