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Così come la stampa nazionale ha quasi ignorato il suo gesto, anche ieri sera a Lavis nessun giornalista locale ha chiesto un’intervista a Raffaele Oriani, il giornalista dimessosi dalla redazione del Venerdì di Repubblica all’inizio di gennaio a causa “dell’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa Repubblica...” rispetto a quanto sta avvenendo a Gaza.

Oriani era ospite, la sera di sabato 24, del Collettivo Bristol di Lavis, presso l’auditorium delle scuole medie, proprio per parlare sul tema della “narrazione della stampa italiana” rispetto a quello che dall’8 ottobre succede in Palestina. Una sala strapiena di persone (oltre 300), di tutte le età, ha ascoltato attenta e commossa le parole di uno dei pochi professionisti della cosiddetta “grande stampa” che, con grande lucidità ha svelato i meccanismi che presiedono al confezionamento delle notizie. Un giornalista che coraggiosamente, prendendo atto di non avere “alcuna possibilità di cambiare le cose” è sceso dal carro mediatico affermando: “Con colpevole ritardo mi chiamo fuori”.

La sala stracolma era però dimostrazione vivente che anche una scelta dettata dall’apparente impossibilità di cambiare le cose può mettere in moto coscienze e volontà, laddove incontra un gruppo di giovani altrettanto intelligenti e coraggiosi come quelli che compongono il Collettivo Bristol di Lavis. La grande affluenza e i numerosi interventi sono la dimostrazione che, come ha affermato proprio Oriani, vi è una divaricazione notevole tra la società italiana e la grande stampa nazionale, ingaggiata come “scorta mediatica” del “genocidio” in corso a Gaza. “Le bombe sulle case che distruggono in un sol colpo intere famiglie, oltre 12 mila bambini ammazzati, 19 mila resi orfani, l’eliminazione sistematica dell’intellighenzia palestinese: medici, professori, dirigenti politici, un bilancio di 30 mila morti che cresce di giorno in giorno” è a peno titolo, secondo Oriani, “un genocidio”. Ed “essendo Israele un pezzo di Occidente, di Europa, senza il cui supporto tutto ciò a Israele non sarebbe possibile, in questo momento - egli ha sottolineato - anche l’Europa e l’Italia ne sono responsabili”. La sua gravità consiste però nel fatto che esso “non viene occultato, come succedeva in Iraq, Afghanistan e Siria, o in Cecenia”, quando c’era bisogno “del prezioso lavoro fatto da Julian Assange, che per averci consentito di conoscere gli orrori di quelle guerre ora rischia l’estradizione negli Stati Uniti e centosettantacinque anni di carcere”. In questo caso il genocidio, “chiamato impropriamente guerra, ma una guerra implica lo scontro tra due eserciti non il massacro di una popolazione civile da parte di un esercito dotato di mezzi tecnologici d’avanguardia – ha continuato Oriani – ci viene mostrato tutti i giorni, addirittura da chi lo compie, che evidentemente conta sulla totale impunità” e tuttavia “la narrazione che ne fa la stampa europea ed italiana è tale da suscitare non indignazione, bensì indifferenza”. Su questo punto egli si è soffermato con una riflessione che dovrebbe interrogare seriamente, in primo luogo proprio coloro che per mestiere si occupano di informazione, evidenziando come “se non si prende sul serio quello che oggi succede a Gaza”, continuando, da una parte a giustificare il tutto con “l’atto terroristico, decontestualizzato, del 7 ottobre” e dall’altra con una narrazione anestetizzante, “adeguata a non suscitare indignazione ma indifferenza, quando domani affronteremo qualunque problema serio ma certo meno urgente e grave di un genocidio, le parole ci rideranno in faccia!
E forse non solo le parole.

Foto © Imagoeconomica
  

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