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L’indifferenza del primo ministro israeliano Netanyahu di fronte alle proteste dei parenti degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas è forse dovuta al fatto che gran parte di quelle persone, così come dei familiari che protestano, erano schierate per il dialogo e contro la sua politica volta ad incoraggiare gli insediamenti (illegali secondo il diritto internazionale) in territorio palestinese.

Questo evidente disprezzo verso la vita di cittadini israeliani (magari di orientamento politico diverso) è senz’altro indice del fatto che in questo momento chi governa Israele somiglia più a un dittatore che a un primo ministro espressione democratica del proprio popolo. D’altronde si tratta di quello stesso Netanyahu che ha voluto piegare le leggi dello Stato a proprio vantaggio, nonostante una vasta e lunga contestazione popolare. Oggi però, di fronte a quanto avvenuto il 7 ottobre, anche chi lo contestava sostiene attivamente il suo governo rendendosi pienamente responsabile dei crimini contro l’umanità che l’esercito israeliano sta commettendo a Gaza.

I dirigenti della potenziale opposizione continuano ad affermare che prima occorre portare a termine le operazioni militari e poi si faranno i conti con Netanyahu, perdendo forse l’ultima occasione per dimostrare che realmente Israele è “l’unica vera democrazia del Medio Oriente” e soprattutto che essi sono realmente democratici e degni oppositori di un governo “fascista”. Se tali fossero non si

farebbero trascinare nell’ennesima guerra contro una popolazione già martoriata da oltre mezzo secolo e inorridirebbero di fronte alle migliaia di morti innocenti (oltre 17 mila), donne, vecchi e bambini, alle immagini di decine di prigionieri denudati, bendati e con le mani legate dietro la schiena che ricordano pagine tristi della nostra storia anche recente. Questo sarebbe il momento, se ancora ci fosse tra questi dirigenti un briciolo di intelligenza politica, di mandare Netanyahu davanti ai giudici e di aprire un dialogo con i palestinesi. Un dialogo che, secondo molti, non sarebbe possibile mancando un interlocutore credibile, dato che Mahamud Abbas, attuale leader di Fatah e presidente di un’Autorità Nazionale Palestinese, di autorevolezza e credibilità da parte del suo popolo ne ha ben poca (basti dire che questa dirigenza corrotta ha commemorato la Nakba con una sfilata di moda in un lussuoso albergo di una capitale mediorientale). Ma un leader credibile, se solo volessero, non sarebbe difficile da trovare visto che da vent’anni lo custodiscono nelle loro prigioni e si chiama Marwan Barghouti.

Far sentire la nostra voce per far cessare le ostilità (così come sta facendo con coraggio il segretario generale dell’ONU Guterres) e chiedere la liberazione e il dialogo con Barghouti è il miglior modo per sostenere, con i sinceri democratici e pacifisti israeliani, anche la fragile e incompiuta democrazia di Israele. Forse l’irrealizzabilità dei due stati per due popoli potrebbe aprire la strada a qualcosa di inedito, uno stato laico per due popoli, consentendo finalmente di germogliare a quei semi di socialismo pur presenti alle origini di Israele. Ma forse è proprio questo che molti (i detentori del potere) temono!

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