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È una sentenza, quella del processo Rinascita-Scott, che va oltre la pioggia di condanne nei confronti del clan Mancuso, e racconta le difficoltà che quotidianamente si affrontano nel combattere un fenomeno fortemente radicato non soltanto in Calabria, ma anche in altri 50 Paesi del mondo.

La ’Ndrangheta è una patologia del potere, un fenomeno capace di stringere relazioni con uomini delle istituzioni, professionisti, imprenditori e politici. Un’organizzazione sempre più in bilico tra realtà analogica e virtualità digitale, ibrida e appetibile per la sua capacità di foraggiare un sistema finanziario vorace, ingordo, insaziabile. Eppure continua a essere ignorata, sottovalutata. Continua a sfuggire all’attenzione, a non essere presa sul serio. Fa più notizia all’estero che in Italia, anche all’estero viene combattuta di meno, a causa delle tante asimmetrie normative che creano “santuari” dietro ai quali i faccendieri si muovono con sfrontata impunità.

Sono passate inosservate anche altre due indagini sulla ’Ndrangheta, una sempre in Calabria e un’altra in Lombardia. In Calabria, al termine dell’inchiesta “Glicine Acheronte”, si è scoperto che gli ’ndranghetisti non sono scarsamente competenti come li avevamo sempre immaginati. Sono invece in grado di assumere hacker e di farli lavorare nel Crotonese a stretto contatto con i boss di questa organizzazione che si sta infiltrando sempre più nel cuore dell’innovazione tecnologica. Si è scoperto che in Calabria si riesce a minare criptovalute, a investire milioni di euro su piattaforme clandestine di trading e a operare disinvoltamente tra bit e byte.

In un’altra inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale di Milano nei confronti di alcuni esponenti del “locale” di Pioltello, alle porte del capoluogo lombardo, un Gip ha scritto che non c’è più molta differenza tra l’impresa mafiosa e quella legale: entrambe hanno le stesse regole, possono contare sugli stessi professionisti, hanno la medesima padronanza della contabilità, delle linee di business e delle asimmetrie fiscali. E ha aggiunto che in molti casi è la criminalità economica a conformare l’agire mafioso, e non viceversa come si era sempre detto ricorrendo alla metafora del conteggio o della linea della palma che da sud sale verso nord. È in corso un processo osmotico che tende a normalizzare le mafie, soprattutto all’estero, dove l’unico indicatore di pericolosità sociale resta la violenza.

Nonostante tutto, però, la ’Ndrangheta resta nel cuneo d’ombra dell’informazione nazionale, come molte altre mafie che vengono combattute solo e soltanto dalle forze dell’ordine, dalla magistratura, senza la convinzione che oltre alle manette e alle sentenze siano necessarie anche l’educazione, la prevenzione e il rafforzamento delle istituzioni per liberare i territori dalla paura e dal bisogno. La lotta alle mafie non è più al centro dell’agenda politica. Forse non lo è mai stata, se non in parte durante il delirio stragista. Di quella triste pagina di sangue restano ancora molti buchi neri, come l’agenda rossa di Paolo Borsellino che non è stata ancora ritrovata. Si continua a parlare di limitazioni nell’uso delle intercettazioni, quando ormai le mafie usano sofisticati sistemi di messaggistica istantanea per comunicare. E non si fa nulla per correggere l’impostazione che sembra prevalere nell’interpretazione dei giudici di legittimità che danno più peso alla riservatezza della comunicazione piuttosto che alla sicurezza sociale ed economica. Mi riferisco all’impossibilità di considerare documentazione, non corrispondenza privata, i fermo immagine delle chat. Il rischio è che se venisse bucato qualche altro sistema, non essendoci stata un’autorizzazione di un giudice, importanti fonti di prova verrebbero vanificate sull’altare della riservatezza. Dov’è il legislatore? Che cosa fa per comprendere e fronteggiare l’evoluzione di mafie sempre più istituzionalizzate e, pertanto, meno costrette a usare la violenza?

Il processo Rinascita Scott richiede qualche riflessione. Non era la lotta di Nicola Gratteri contro la ’Ndrangheta, ma un’indagine seria condotta da investigatori capaci e coordinata da magistrati seri e preparati che continuano a lottare la ’Ndrangheta, tra l’indifferenza di tanti. Il nemico siamo noi, scriveva William Chambliss nel suo libro On the Take, descrivendo un sistema di corruzione che lega la criminalità organizzata a politici, forze dell’ordine e imprenditori. E, pensando a quel libro, mi è venuto in mente ciò che diceva Robert Blakey, il giurista che ha scritto la legislazione antimafia in America: se politici, uomini delle istituzioni, imprenditori si comportano da criminali, sono criminali. Sarebbe interessante spostare l’attenzione sul danno provocato, piuttosto che discernere tra chi quel danno lo ha diversamente causato. Ma forse è chiedere troppo.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

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