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Proveniente dall’istituto “Enzo Ferrari” di Susa (TO), la mostra è stata inaugurata il 29 maggio

È mercoledì 31 maggio. L’aula magna del Liceo artistico torinese “Renato Cottini” è aureolata da decine di tele e all’interno di questa cinta pittorica alcune classi dell’istituto ascoltano attente l’autore della mostra “Il pittore dell’antimafia”. Proveniente dall’istituto “Enzo Ferrari” di Susa (TO), la mostra è stata inaugurata il 29 maggio, alla presenza del Dirigente scolastico del Cottini, arch. Antonio Balestra, del Sostituto procuratore di Torino, Dionigi Tibone, del Tenente Colonnello Andrea Corinaldesi – del Comando provinciale di Torino – e di Carmen Duca, responsabile della sezione torinese “Paolo Borsellino” delle Agende rosse, ai quali si sono uniti in streaming Salvatore Borsellino e Gaetano Porcasi, il pittore antimafia, così come è conosciuto. Due giorni dopo, l’autore delle tele è intervenuto dal vivo al Cottini, accolto dai professori Davide Anzalone e Franco Plataroti. Nato a Partinico (PA), laureatosi a pieni voti all’Accademia di Belle Arti di Palermo, Porcasi affianca, tutt’ora, l’attività pittorica a quella di insegnante presso il Liceo scientifico “Santi Savarino” di Partinico, dopo aver formato alla storia dell’arte studenti sardi e di altre realtà siciliane e attraverso una parabola artistica che lo ha portato a collaborare con artisti di fama internazionale e a varcare, in termini di notorietà, i confini nazionali.

È lo stesso ospite del Cottini a raccontarsi ai discenti, con un timbro appassionato, di chi sa comunicare con un pubblico giovane, e diretto, misurato e incisivo al tempo stesso. Ne emerge la biografia di un uomo fin da piccolo dedito a raccontare, a scrivere, come afferma egli stesso, con il pennello e, al contempo, di un pittore in erba già interessato a raccontare la realtà, in particolare quella faccia della realtà locale che è tinta di mafia. E con questa realtà, Porcasi, deve subito imparare a interagire, a scontrarsi, a decodificare il codice, per così dire, mafioso rilasciato da chi, attorno a lui, coglie il valore di denuncia della sua opera. Giungono intimidazioni e minacce alla sua famiglia, la madre lo interroga, gli domanda perché debba proprio occuparsi di mafia. Perché sento che è quello che devo fare, risponde il giovane.

Prende per mano gli studenti, Porcasi, e li conduce gradualmente presso il Museo della Legalità di Corleone. Ci si arriva con Cosmo Di Carlo, il giornalista del “Giornale di Sicilia” scomparso alcuni anni fa, che accompagna il pittore in una casa confiscata alla mafia; non a una mafia qualsiasi, ma a quella corleonese, quella di Bernardo Provenzano, a cui l’edificio apparteneva. Gli offre di contribuire al progetto di un museo, un luogo di riflessione sul potere mafioso, all’interno del quale inserire i suoi quadri, come atto di riappropriazione dello spazio mafioso in chiave di denuncia della criminalità organizzata. Porcasi rileva agli spettatori le sue titubanze iniziali, i timori dinanzi a una scelta che avrebbe gravato ulteriormente su una carriera già graffiata, come si è detto, dalle minacce e dalle pressioni ricevute. Però, decide di accettare, di aiutare la costruzione di un luogo della legalità, inserendo le sue opere, dove racconta la vicenda di vittime e di carnefici.

Il racconto del relatore si apre, quindi, alla questione artistica, peraltro affine al percorso scolastico degli studenti che lo ascoltano. «Il quadro è diretto», afferma, riferendosi alle tele che accompagnano un volume importante, curato dallo storiografo siciliano Giuseppe Carlo Marino, “La Sicilia delle stragi” (2007, Newton Compton). Trentadue tele di Porcasi illustrano l’opera e a queste fa riferimento l’artista quando richiama l’impatto immediato del quadro, la sua voce diretta, incisiva. È in questo passaggio che l’ospite del Cottini sottolinea come l’appellativo di “pittore antimafia” gli stia stretto o, per meglio dire, lo trovi poco adeguato, improprio. Il discorso è chiaro: oggi l’antimafia non è più qualcosa di reale, è facciata, rito, si è smaterializzata, è divenuta una parola vuota o, peggio, utile a quelli che Leonardo Sciascia ha chiamato, decenni fa, professionisti dell’antimafia. Porcasi preferisce parlare di impegno civile e, a tale proposito, precisa che la sua produzione comprende 1800 opere, che narrano di una lunga vicenda, quella unitaria italiana, che affrontano non soltanto la questione mafiosa, pur centrale nella sua vicenda artistica, ma la complessa e a volte tragica serie di lotte sociali, di rivendicazioni soffocate, dai Fasci siciliani a oggi. Opere nelle quali, da un lato, emerge il valore civile dei leader che hanno guidato o promosso quelle battaglie e, dall’altro, risuona netta e inequivocabile la condanna della violenza, in ogni sua forma, del sopruso del potere, della collusione, dell’omertà.

Ecco, indica un quadro alle spalle degli studenti, “Omertà”, appunto. Si apre un sipario e sul palcoscenico si accampano maschere o volti bendati di uomini incravattati, la borghesia mafiosa e complice, dita poggiate sulle labbra a indicare il silenzio. E mentre mostra la tela, Porcasi spiega che il pittore lavora con l’immagine, con un pensiero invisibile che diventa materia, si fa visibile, si fa quadro. Il suo sguardo è quello di ogni artista, solo che, afferma con un senso dell’umorismo marcatamente siciliano, «mi occupo di natura morta. Di natura morta sparata». Olio su tela, precisa, le opere si muovono su questa tecnica, e sono caratterizzate da un linguaggio volutamente popolare, un linguaggio di colori forti e violenti, che richiamano, per affinità, quelli dei carretti siciliani. Ogni quadro porta con sé un numero, una sorta di numero civico, che intende dare un senso di continuità alla sua opera, un filo rosso che unisce l’intera produzione. E spiega ai discenti che il numero civico, che indica l’anno in cui si è verificato l’episodio narrato, è diventato una sigla del suo operare anche a seguito del fatto che le case, in Sicilia, erano colorate con l’azolo, per allontanare i moscerini, e lo sguardo dell’artista è caduto sul numero civico che spiccava su quelle facciate così colorate. Un numero che indica la progressione, la gradualità, e che ci unisce come collettività.

«L’arte ferma il tempo», osserva l’artista, e cita Munch e il suo “urlo”, un urlo straziante, che manifestava un disagio esistenziale e sociale collettivo. E in questa rassegna d’arte trova posto un accenno a un suo quadro su Marcello Dell’Utri, il co-fondatore di Forza Italia, all’epoca della sua fuga in Libano, in attesa della sentenza che lo vedrà a condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il volto del sodale del cavalier Berlusconi compare sulla tela, alla cui base si accampa un cavallo bianco su cui è vergata la scritta “incitatus”, il nome del cavallo dell’imperatore Caligola. In quest’occasione, i giornali scrissero che «si può sfuggire a un mandato di cattura internazionale, ma nulla si può di fronte alle tele di Gaetano Porcasi». Il richiamo alla tela su Dell’Utri è funzionale sia al discorso dell’arte come strumento eternatore, sia a quello dell’arte come impegno civile e scomodo per la sua forza d’urto. Non a caso, immediatamente dopo, l’artista evoca un’altra sua tela presente al Cottini, “La macchina del fango», dai colori cupi, al cui centro un volto allarga la bocca in un grido di dolore straziante, coperto di liquame, quel fango che ha sostituito il piombo come strumento attraverso il quale tacitare chi non s’accorda all’omertà, al silenzio, all’inerzia.

La macchina del fango ha cercato di travolgerlo in più di un’occasione, una sorta di continuità nel suo percorso artistico per la tenacia con la quale Porcasi ha raccontato e racconta il nostro Paese e alcune delle sue vicende meno rassicuranti o gloriose. Quel meccanismo volto a svilire, a umiliare le note discordanti rispetto al silenzio dominante, si è attivato in occasione di un’altra tela, che l’autore invita a guardare: “Il giocattolo dell’antimafia”. Un’opera che anticipa la consapevolezza attuale del valore ambiguo di questa espressione, la sua natura camaleontica, quella che regala verginità a persone sospette e in odore di mafia. Un cavallo a dondolo, giocattolo con cui trastullarsi da parte di spettatori inerti e senza volto sedute dinanzi al palcoscenico, è il simbolo del cavallo di Troia, escamotage con il quale entrare nella fiducia di chi non capisce il meccanismo subdolo e crede, appunto, nei giocattoli. «Bisogna distruggere Porcasi»¸ dice un giornalista intercettato, riferendosi al lavoro del pittore siciliano.

Agli studenti l’artista spiega di aver dato forma e voce alla verità contro le ipocrisie di chi ha voluto nascondere una certa storia d’Italia, di aver disvelato le contraddizioni stesse insite nella lotta alla mafia e, per argomentare visivamente, volge un nuovo invito agli ascoltatori affinché guardino verso un quadro che raffigura Falcone e Borsellino, attorniati da una folla d’uomini d’affari, senza volto. Ma non ci sono solo individui incravattati e anonimi sulla tela, perché a essi si aggiungono, in un chiaro richiamo alle categorie di uomini secondo il Don Mariano de “Il giorno della civetta” – uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà –, corpi di sole gambe e oche starnazzanti e, ancora, camaleonti.

Il viaggio personale di Porcasi continua, una tela dopo l’altra, da quella relativa al piccolo Giuseppe Di Matteo a Emanuela Loi, la cui bara conteneva una scarpa, da Peppino Impastato a Don Puglisi, presentate una per una, unite, come ricorda l’autore, da un medesimo materico impasto, quello del sangue, quello della crudeltà umana. È questa che dipinge l’avventura umana e, con tutti i distinguo del caso, accomuna la crudeltà nazista a quella di una giovane creatura sciolta nell’acido. L’arte deve raccontare questa spietatezza feroce ed è anche per questo, aggiunge l’ospite del liceo, le mie opere non appagano un certo gusto piccolo-borghese, quello che ambisce ad accostare la tela al colore delle tende. Partendo da Partinico, sottolinea ancora, ho dato alla storia locale e nazionale un’eco più ampia, sono arrivato ovunque, dal Palazzo dei Medici fiorentino alla Bocconi di Milano, dal Museo d’arte contemporanea di Napoli a quello di Cosenza, dal Museo storico dell’Arma dei Carabinieri al Parlamento europeo a Bruxelles.

Qui, mentre sta per concludere l’intervento per aprirsi alle domande dei discenti, il pittore e professore fa un appello agli spettatori, alla loro giovane età carica di premesse e di potenzialità. Lo Stato ha una grande forza – afferma – e noi cittadini dobbiamo muoverci, non dobbiamo assistere inerti come gli spettatori de “Il giocattolo dell’antimafia” prima citato. L’Italia è una bomba a orologeria, è un paese complesso, siamo ricchi, ma ignoranti: «noi vogliamo essere ignoranti», precisa, non siamo democraticamente aperti alla lettura, dobbiamo lavorare per collaborare. È un appello alla coscienza civile dei suoi uditori, sul quale ritorna, poco dopo, davanti alle domande che gli giungono da quella platea. «Come ha fatto a trovare il coraggio per andare avanti, nonostante le minacce?», «come nasce una sua opera?», «quanto tempo impiega per dipingere un quadro?». Porcasi risponde alla studentessa che pone questa domanda, dice che l’atto pittorico in sé, spesso, è immediato, è quasi urgente; ma, aggiunge, non è veloce o immediato il lavoro di indagine che lo precede. Ne approfitta, da insegnante oltre che da artista, per demitizzare l’idea del pittore quasi incolto, istintivamente proteso alla creazione. L’arte è cultura, fatica, studio, tanto studio. Non a caso, richiama nuovamente la sua collaborazione con l’accademico Giuseppe Carlo Marino: la storia d’Italia che ha voluto raccontare, anche quella che i libri non amano esplicitare o di cui non fanno menzione, è un sapere nato da un lavoro di ricerca costante e approfondita.

E poco prima di congedarsi dai liceali, l’artista rivolge loro un invito, in quanto mani che possono raccogliere il suo testimone. Un libro, un lavoro comune, nella cui prima parte trovino posto alcune sue opere, come lascito da raccogliere nella seconda parte, dedicata, invece, ai lavori degli studenti. Un progetto futuro, importante per quanto regalerà ai discenti in termini di impegno e di riflessione critica sulla realtà che li circonda, complessa, così come racconta con immediatezza e chiarezza non ermetica l’arte di Porcasi, così come raccontano le tele che contornano il pubblico, che si alza, dopo l’applauso finale, per andare a porgere un saluto personale e un ringraziamento ulteriore all’artista.

Tratto da: girodivite.it

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