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Matteo Salvini che parla di mafia e ponte sullo Stretto di Messina, sembra Maurizio Crozza che imita Salvini. Ma non c’è niente da ridere.

Ho dovuto ascoltare più volte il brano dell’intervento di Salvini in cui il ministro sostiene che la realizzazione del “ponte” sarà immune da assalti mafiosi e anzi costituirà di per se’ un’arma contro il potere mafioso, ma confesso di aver gettato la spugna. Salvini colleziona una serie di frasi fatte, mettendole una accanto all’altra senza nemmeno avere la pretesa di salvaguardare un minimo di coerenza logica tra un concetto e l’altro.

L’effetto che produce è simile a quello che produce chi pratica il così detto “italian sounding” nel campo dell’eno gastronomia: prodotti che evocano il made in italy, capaci di illudere il consumatore che vorrebbe mangiare e bere la qualità italiana e che invece va a sbattere contro una realtà tutta diversa, deludente, quando non pericolosa. Ecco, le parole di Salvini “suonano” come parole anti mafiose, generano l’illusione di trovarsi di fronte ad una consapevole e ferma volontà di riscatto, ed invece è soltanto “Parmesan”, niente a che fare col “Parmigiano”. Provare per credere.

Salvini dice: “le mafie prosperano dove non c’è lavoro” e subito dopo “le mafie oggi sono a Milano ed a Berlino, non c’è una esclusiva di territorialità (NdA: intendendo Sicilia a Calabria)”. Infatti come è noto Milano e Berlino sono due piazze povere, dove le persone campano a stento, facendo lavoretti di assemblaggio pezzi per conto terzi. Ciò nondimeno il pubblico applaude convinto.

Salvini incalza: “C’è qualcuno che ancora dice: quando c’erano i boss i ragazzi lavoravano” e prosegue: “Se creo lavoro (NdA: intende lo Stato, che il Ministro evidentemente incarna), se apro i cantieri a Taormina, a Villa San Giovanni, piuttosto che a Messina, tu vedi che tolgo un po’ di terreno fertile per la malavita organizzata”. Dimenticando che storicamente il “lavoro” trovato dai boss per i giovani ha avuto sistematicamente a che fare con la capacità di accaparrarsi proprio gli appalti pubblici nella costruzione delle infrastrutture, degli ospedali, nel campo dell’urbanistica. In un battere di ciglia annichiliti il “tavolino” di Angelo Siino, il sacco di Palermo, l’inchiesta mafia e appalti.

Eppure il pezzo di Salvini dedicato a mafia e “ponte” si era aperto, tra applausi scroscianti, con la roboante affermazione: “Dicono che non dobbiamo fare il ponte perché c’è la mafia. Ma questa è la resa morale, economica e sociale. Noi la mafia la dobbiamo combattere”. Un pezzo di bravura, da prestigiatore consumato, che abbaglia e stordisce, in modo che il pubblico non si accorga del trucco, che c’è e, con un po’ di attenzione, si vede benissimo.

Qual è il trucco? Non dire una sola parola su cosa si intenda fare per impedire che le mafie possano approfittare della costruzione del “ponte”. Perché occorrerebbe dire cose del tipo: rafforzeremo i presidi di legalità previsti dal nuovo Codice degli Appalti, rafforzeremo la capacità delle prefetture di adoperare le interdittive di prevenzione, rafforzeremo la capacità dell’Anac di vigilare sui contratti, potenzieremo gli strumenti a tutela di coloro che intendono denunciare tentativi di corruzione o di estorsione, perché i cittadini onesti abbiano la certezza che lo Stato è al loro fianco… etc. Cose di questo tipo, cose che si possono dire tutte d’un fiato in un minuto e che avrebbero dato un messaggio chiaro. Invece no, nemmeno l’ombra e si sa, come insegnano proprio quei boss: A meglia parola è chella ca nun se dice.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

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