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Dopo la sentenza che assolve Ribaudo e salva dall’aggravante mafia Bo e Mattei, l’intervista del giornalista a Cusano TV

Si tratta di una sentenza che scontenta tutti anche se, come per il processo Borsellino quater, sono emersi elementi importanti”. Con queste parole, a trent'anni dalle stragi di mafia che hanno segnato con il sangue e con quello che possiamo definire il caso più grande e grave di depistaggio nella storia della Repubblica, Aaron Pettinari, caporedattore di ANTIMAFIADuemila, ha commentato nella trasmissione Giallo d’estate su Cusano Italia TV la sentenza del tribunale di Caltanissetta nel processo sul depistaggio delle indagini della strage che uccise il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta.

Infatti, la sentenza emessa dopo ben 10 ore di camera di consiglio nei pochissimi giorni che precedevano il trentennale della strage di via d’Amelio ha destato non poco scalpore. I reati contestati ai tre ex poliziotti del pool stragi che facevano riferimento al prefetto Arnaldo La Barbera: Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata, avendo favorito Cosa nostra attraverso la gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino, il cui ruolo sarebbe stato costruito anche con la violenza nel tentativo di depistare le indagini su via d’Amelio, sono stati prescritti; unica eccezione riguarda Ribaudo, assolto perché “il fatto non costituisce reato”.

Una sentenza che, oltre a respingere la tesi mossa dalla procura di Caltanissetta, la quale aveva chiesto pene elevatissime per aver “coperto alleanze mafiose di alto livello”, indirettamente, respinge anche quella dei familiari delle vittime che chiedono verità e giustizia sui fatti di sangue avvenuti in via d’Amelio quel 19 luglio del 1992.

Ovviamente, come suggerito da Aaron Pettinari, “bisogna attendere le motivazioni della sentenza per capire perché è caduta l’aggravante mafiosa, motivo per cui è arrivata la prescrizione - ha continuato - il depistaggio di Via D’Amelio è molto più complesso di quello che nella ‘vulgata comune’  viene fatto credere. - ha spiegato il giornalista - Non è solamente aver convinto un ‘picciotto della Guadagna’ ad accusare ed autoaccusarsi di qualcosa che non aveva fatto; nel mezzo di quel turbine di falsità vi erano anche verità che combaciavano con quanto riferito da Gaspare Spatuzza, vero collaboratore di giustizia di via d'Amelio”.

L’Agenda rossa è la chiave di tutto
Ho quasi 80 anni - aveva dichiarato Salvatore Borsellino ai microfoni di Adnkronos per il trentennale di Via D'Amelio - e la speranza di conoscere la verità, di avere risposte dalla procura di Caltanissetta su chi davvero ha deciso l’uccisione di mio fratello, ormai è quasi svanita. - aveva aggiunto Borsellino - Purtroppo la scoperta della verità per dare giustizia ai familiari e alle vittime, anche quest'anno, sarà solo un appuntamento rimandato. Lo sarà fino a quando non si farà chiarezza sui tanti depistaggi, fino a  quando la politica non farà leggi antimafia dignitose della memoria e dell’operato dei magistrati e degli uomini delle forze dell’ordine che per lo Stato sono stati uccisi”.

Parole, quelle di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo Borsellino ucciso per mano della mafia ma per volontà di altri, che lasciano intuire come il numero di processi svolti in questi anni sia superato solo da quello dei depistaggi perpetrati nell’arco degli stessi.

Come ha sottolineato il caporedattore di ANTIMAFIADuemila Aaron Pettinari, tra i numerosi depistaggi, il più significativo si è consumato “un minuto dopo l’attentato in Via d’Amelio; quando un uomo delle istituzioni fa sparire l’agenda rossa di Paolo Borsellino. E’ in quell’agenda che vengono scritti i segreti di Borsellino. La chiave è quella!”.  

Dopo la morte del collega Giovanni Falcone, punta di diamante nella lotta alla mafia, il 25 Giugno del ‘92 Paolo Borsellino dichiara pubblicamente di essere un testimone della strage di Capaci sulla base di informazioni apprese da Falcone stesso.

Partendo da questo dato, Pettinari sottolinea come, talvolta, ai depistaggi seguono anche le umiliazioni. “Borsellino voleva essere sentito dai magistrati di Caltanissetta ma non verrà mai ascoltato. - ha continuato - Ricordo benissimo l’udienza (riferita al processo Borsellino quater n.d.r.) in cui venne detto che doveva essere chiamato il 20 luglio. - ha sottolineato - Anziché sentirlo ‘un minuto dopo’ in cui lo stesso Borsellino dichiara di essere un testimone, si decide di ascoltarlo giorni dopo la sua morte. Una grandissima presa in giro alla sua memoria e a tutti gli italiani".

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