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Edito da Solferino, il saggio s'intitola Al di sopra della legge e ha un sottototitolo eloquente: "Così la mafia comanda dal carcere". Sul tema, Ardita è uno dei magistrati più competenti: consigliere del Csm e in passato procuratore aggiunto a Catania e Messina, è stato per dieci anni - dal 2002 al 2011 - direttore dell’Ufficio centrale detenuti e trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria

Perché vennero chiuse le Alcatraz italiane? Per restituire le due isole di Pianosa e dell’Asinara al “ruolo ecologico e turistico di parchi e oasi naturali”, spiegò l’allora governo di centrosinistra. Secondo Sebastiano Ardita, però, potrebbe non essere quello l’unico motivo. E d’altra parte la vicenda delle due supercarceri ha spesso infiammato dibattiti roventi. Ora il magistrato mette in correlazione la norma che di fatto fissò la chisura dei due penitenziari nell’ultimo giorno del 1997, con quella entrata in vigore nel gennaio del 1998: stabiliva che i detenuti mafiosi dovevano partecipare ai processi in videoconferenza, senza più beneficiare di trasferimenti nei penitenziari della Sicilia, dove si celebravano la maggior parte dei procedimenti in cui erano imputati. “È chiaro che non può essersi trattato di una coincidenza“, annota Ardita nel suo ultimo libro. Edito da Solferino, il saggio s’intitola Al di sopra della legge e ha un sottototitolo eloquente: “Così la mafia comanda dal carcere“. Sul tema, Ardita è uno dei magistrati più competenti: consigliere del Csm e in passato procuratore aggiunto a Catania e Messina, è stato per dieci anni – dal 2002 al 2011 – direttore dell’Ufficio centrale detenuti e trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Le supercarceri e il boomerang di Cosa nostra – Un incarico delicato quello ricoperto da Ardita: in passato ben due direttori dell’Ufficio centrale detenuti sono stati assassinati dalle Brigate rosse. Nel suo libro il magistrato racconta la sua esperienza in quello che è uno degli uffici ai vertici del Dap, ma si sofferma anche su quello che è avvenuto dopo: le rivolte in carcere durante l’esplosione del Covid, le scarcerazioni di detenuti mafiosi nelle settimane del lockdown, i pestaggi della polizia penitenziaria. Ma per spiegare i limiti della gestione carceraria, Ardita è spesso costretto ad andare indietro nel tempo fino al 1992, l’anno delle stragi. È dopo l’attentato di Capaci che viene introdotto per la prima volta il 41bis, il carcere duro per detenuti mafiosi, inserito in un decreto legge che rappresentava la risposta dello Stato all’omicidio di Giovanni Falcone. Come tutti i decreti, però, anche quello aveva una data di scadenza: se il Parlamento non lo avesse convertito in legge entro il 7 agosto del ’92, il carcere duro per i mafiosi sarebbe evaporato. A leggere i giornali dell’epoca, dopo i primi giorni di commozione, al Senato e alla Camera stava prevalendo una linea garantista, spinta anche dall’inchiesta su Tangentopoli che stava colpendo duramente la classe politica della Prima Repubblica. Già dopo alcune settimane dalla morte di Falcone l’emergenza mafia era svanita dalle agende parlamentari: secondo numerosi commentatori è altamente probabile che il decreto sul 41 bis non sarebbe stato convertito dalle Camere. Solo che poi, appena due settimane prima della scadenza, Cosa nostra decise di uccidere anche Paolo Borsellino. E il Parlamento rispose convertendo in legge la norma sul carcere duro per i mafiosi. Il governo decide di reagire portando i mafiosi sulle isole di Pianosa e dell’Asinara, dove veniva applicato il 41bis. La strage di via d’Amelio, dunque, è una sorta di boomerang per Cosa nostra: anche per questo motivo l’eliminazione di Borsellino resta ancora oggi una delle più misteriose decisioni prese da Totò Riina.

Le minacce dei familiari dei detenuti – Nei fatti è da quel momento che tra gli obiettivi di Cosa nostra viene inserita la guerra contro il carcere duro. L’abolizione del “decreto legge 41bis”, la “chiusura super carceri” e la “carcerazione vicino le case dei familiari“, sono tre dei dodici punti inseriti da Riina nel famoso “papello” di richieste avanzate nei confronti delle Istituzioni per far cessare le stragi. Nel febbraio del 1993, dopo l’arresto di Riina, una lettera firmata da “familiari dei detenuti di Pianosa e Asinara” viene inviata al presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, e ad altri destinatari istituzionali. In quella missiva si usava un tono minaccioso, chiedendo l’intervento del capo dello Stato per mettere fine a violenze in carcere contro detenuti. La lettera conteneva accuse all’allora direttore del Dap, Nicolò Amato, definito”dittatore spietato“: quattro mesi dopo sarà sostituito da Adalberto Capriotti. “Ma al di là del carcere duro, quello che i mafiosi non tolleravano era la distanza dal loro mondo. Una condizione per loro assolutamente insopportabile era il dover stare sulle isole. Le isole erano il loro problema principale. Non c’era giorno che un vecchio funzionario o qualcuno del Gom – il Gruppo operativo mobile, il reparto speciale di polizia addetto alla vigilanza dei 41 bis – non mi suggerisse di proporre di riportare i mafiosi sulle isole. Ma questo argomento era un vero tabù. Non se ne poteva neppure parlare, perché la politica aveva alzato un muro”, scrive Ardita nel suo libro, ricordando i suoi anni al Dap.

L’indagine di Ardita – L’attuale consigliere del Csm racconta allora di aver svolto una sorta d’indagine interna sulla chiusura delle due isole carcere. “Ho cercato di capire cosa fosse avvenuto in quegli anni – tra il 1992 e il 1997 –, dopo che il ministro Martelli aveva fatto riaprire Pianosa e l’Asinara. E perché a un certo momento, in modo precipitoso, dall’oggi al domani, il governo alla fine del 1997 – quando il ministro non era più Martelli – aveva deciso di chiuderle e di trasferire tutti i detenuti sulla terraferma. Questa decisione precipitosa mi incuriosì, e così provai a cercare una spiegazione altrettanto interessante”. E’ a quel punto che Ardita racconta di aver portato avanti una vera e propria indagine documentale. “Per prima cosa andai a indagare quale fosse stata la effettiva permanenza dei più importanti capimafia a Pianosa e all’Asinara tra il 1992 e il 1997. Scoprii subito che, a causa della necessità di celebrare i processi in corso, avendo essi il diritto a presenziare ai dibattimenti, in realtà sulle isole i boss rimasero ben poco”. Quello che scopre Ardita è un fatto poco noto: anche se i capi di Cosa nostra, sulla carta, rappresentavano detenuti nelle Alcatraz italiane, nei fatti ci trascorrevano pochissimi giorni. “Stavano molto tempo nelle carceri delle loro città, dove si celebravano i processi. Trascorrevano lunghe giornate nelle aule di udienza, dove avevano modo di parlare – fuori dalle occasioni previste dal regime – con altri detenuti, avvocati e familiari. E in qualche caso mandavano messaggi agli affiliati anche attraverso interviste rilasciate dalle gabbie”. Il magistrato fornisce dati precisi: il capo dei capi Totò Riina in teoria ha trascorso quattro anni all’Asinara: tra una trasferta per motivi processuali e un’altra, però, ci passò alla fine solo 185 giorni. Suo cognato Leoluca Bagarella si fermò a 157 giorni, cento in meno di quelli trascorsi sulle isola dal capo di Cosa nostra a Catania, Nitto Santapaola.

Il dibattito politico – Ardita prosegue il suo racconto: “Questo privilegio di poter eludere la permanenza sull’isola con la scusa dei processi sarebbe dovuto cessare nel gennaio 1998, quando una legge stabilì che i mafiosi dovevano partecipare ai processi in videoconferenza. Con quella legge la permanenza dei boss nelle isole sarebbe diventata stabile e duratura. Ma, con un colpo di scena, un decreto-legge fissò al 31 dicembre 1997 il termine ultimo per l’utilizzo delle isole a fini penitenziari, disponendo la chiusura definitiva degli stabilimenti penali. Con una singolare coincidenza rispetto alla conclusione dell’iter parlamentare della legge sui processi a distanza, le carceri sulle isole da un giorno all’altro furono evacuate. E così si evitò che i boss vi rimanessero stabilmente“. E’ il 1997 quando il governo di centrosinistra, guidato da Romano Prodi con Giovanni Maria Flick alla Giustizia, chiude le “Alcatraz italiane”. L’ex guardasigilli ha sostenuto più volte come quella scelta fosse dovuta alla legge sulle aree protette, in vigore già nel 1992, che prevedeva l’istituzione dei Parchi naturali sulle due isole e la chiusura dei penitenziari. Ancora nel settembre scorso Flick ha inviato una lettera di replica al Fatto Quotidiano per dire che la vicenda della chiusura delle supercarceri era stata “in realtà già definita nelle due precedenti legislature”, rispetto a quella in cui lui era ministro della Giustizia, “per unanime volontà del Parlamento e delle Regioni interessate” e dal governo Prodi fu "soltanto adempiuta e anzi differita nel tempo".
“I mafiosi sarebbero stati murati vivi nelle isole” – Ardita, però, fa notare come la decisione di confermare la chiusura dei penitenziari s’incrocia con un’altra legge: quella che obbliga i mafiosi a presentarsi in videoconferenza alle udienze dei processi. “Per capire meglio tutto bisogna sapere che anche la previsione del regime 41 bis era a termine. Fino a un certo punto i due strumenti, 41 bis e utilizzo delle isole, vennero prorogati insieme di due anni in due anni. Poi la permanenza dei mafiosi sulle isole venne prorogata per periodi più brevi e in ultimo finì per non essere più prorogata: giusto quando stava per diventare stabile ed effettiva, grazie all’introduzione dei processi in videoconferenza. È chiaro che non può essersi trattato di una coincidenza”. scrive il magistrato. Che poi prosegue: “Tutti sapevano che quella legge avrebbe murato vivi i boss nei penitenziari che si trovavano lontani dalla terraferma, come si può apprendere dai lavori parlamentari del 1996 per la conversione in legge dell’ultimo decreto di proroga dell’utilizzo delle isole. Nel dibattito si diceva che: Totò Riina, in regime di 41 bis, è detenuto nel carcere dell’Asinara: su trecentosessantacinque giorni di un anno è rimasto ospite solo cinquantasette giorni“. Nel suo libro, il magistrato, cita direttamente la vicenda della cosiddetta Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra:secondo la procura di Palermo avrebbe avuto tra i suoi oggetti anche l’attenuazione del carcere duro per i mafiosi. Il processo d’Appello sulla Trattativa, però, si è concluso nel settembre scorso con le assoluzioni di quasi tutti gli imputati. “Visto che oggi pare vi sia la certezza giuridica del fatto che non è reato negoziare con la mafia su aspetti che incidono negativamente su di essa, sarebbe forse più facile cercare di capire chi assunse l’iniziativa di quella scelta e perché. Al di là dei giudizi, dei processi, delle responsabilità penali e istituzionali, esiste un bisogno di verità”.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

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