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“Questo paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se non sorgerà un nuovo senso del dovere”.
Così si esprimeva Aldo Moro, uno dei massimi esponenti della Dc, due anni prima del ritrovamento del suo corpo esanime il 9 maggio 1978 all’interno della Renault 4 rossa in via Caetani a Roma. Ben 55 giorni di prigionia avevano segnato quel tragico epilogo, aperto con la cattura avvenuta in via Fani il 16 marzo da parte delle brigate rosse che in quel frangente uccisero gli agenti di scorta: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.

Una vicenda che pone sotto accusa i massimi organi istituzionali del nostro paese e alza il velo su quel sistema di potere occulto che ha segnato uno sbarramento alle possibili iniziative politiche nel nostro paese.
La politica inclusiva di Moro nei confronti delle forze socialiste e comuniste destava infatti numerosi malumori a Washington.
Quando il 25 settembre 1974 in qualità di ministro degli esteri si presentò al segretario di Stato Henry Kissinger, da questi ricevette un avvertimento perentorio:
“onorevole … lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui o lei smette di fare queste cose o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere”.

Minacce per le quali gli Stati Uniti non concessero mai una rogatoria internazionale avanzata dalla commissione Moro e che non lo dissuasero dal perseguire i suoi ideali inclusivi per il bene del popolo italiano. Il partito comunista italiano copriva infatti oltre il 33% dell’elettorato e dunque una forza politica realmente rappresentativa della volontà popolare avrebbe dovuto tener conto di quelle istanze.
Un’eventualità irrealizzabile per un paese come l’Italia: “Tutta la storia che avete raccontato parte da Yalta. Non solo quella di tutte le stragi in Italia, ma anche di tutte quelle internazionali; non c’è un caso Moro o Ustica o Portella della Ginestra. C’è un disegno di un governo del mondo che vuole ridurci in schiavitù, anche dal punto di vista cerebrale.” Questo affermò il 7 maggio del 2019 la figlia del presidente Moro Maria Fida, intervenuta durante la presentazione del libro “La Bestia”, scritto dall’ex magistrato e sopravvissuto alla strage di Pizzolungo Carlo Palermo

Un potere occulto dunque si celerebbe dietro questo delitto eccellente: un quadro che emergerebbe chiaro negli atti delle commissioni Moro e P2.
“I Fratelli americani ci chiedono di interrompere il circuito politico voluto da Aldo Moro, perché se i comunisti italiani vanno al governo conosceranno i segreti della Nato... Anche i sovietici ci chiedono che i comunisti italiani non vadano al governo, perché sennò loro avranno difficoltà a dispiegare i carri armati di Budapest e di Praga”.
Questo avrebbe affermato il capo della loggia massonica P2, Licio Gelli a “villa Wanda” il 17 gennaio 1978 secondo il maggiore dell’Aeronautica Militare Umberto Nobili. Un incontro a cui erano presenti anche i generali comandanti dell’esercito, marina, carabinieri, finanza e polizia; tutti iscritti alla P2.

Stando agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 inoltre, durante un incontro con Gelli, questi gli disse che vi era un infiltrato dei carabinieri in un gruppo delle BR e che “tramite l'infiltrato si sarebbe venuti a sapere che il materiale scoperto dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa nel covo milanese di Via Montenevoso riguardante l'uccisione ed il sequestro di Moro, era stato asportato e coperto col segreto di Stato in quanto contenente cose assai imbarazzanti per uomini di partito e di governo”.
Inchieste che dai vertici della massoneria ci portano a strutture paramilitari Stay Behind come Gladio, nate ufficialmente allo scopo di rispondere ad una possibile invasione nell'Europa occidentale da parte dell'Unione Sovietica, ma che all’effettivo sono risultate coinvolte in quelle stragi e delitti eccellenti che hanno cambiato il volto del nostro paese.

Un interessante anello di congiunzione può essere ricavato dalla tragica vicenda della scomparsa avvenuta a Beirut dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, avvenuta il 2 settembre 1980, mentre effettuavano indagini sull’organizzazione terroristica palestinese Olp e stavano andando a visitare un loro campo di addestramento. Avevano denunciato il ruolo dei Servizi segreti italiani nella copertura del traffico internazionale clandestino di armi e che alcuni brigatisti si trovavano nei campi dell’OLP, addestrati da alcuni Gladiatori.
I due ragazzi sono stati assassinati per volontà dell’agente del Sismi (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare) Stefano Giovannone e sono stati fatti uccidere da “Mahmūd Abbās”, il capo dell’Olp; per l’omicidio venne anche incriminato il direttore del Sismi Giuseppe Santovito, ma tutto però venne coperto dal segreto di Stato, invocato dal colonnello Giovannone, che, durante il procedimento, smise di rispondere al Pubblico Ministero Giancarlo Armati.

“Ma voi davvero credete che io non sappia che farò la fine di Kennedy?”. Così Aldo Moro aveva salutato gli studenti dell'aula di Scienze Politiche all'Università La Sapienza di Roma nell’autunno del 1977, esprimendo già consapevolezza su quale sarebbe stato il suo destino. Una consapevolezza che non lo ha fermato dai suoi propositi di costruire una vera forza democratica inclusiva che cambiasse le sorti del nostro paese. In quel 16 marzo 1978, giorno della cattura, Aldo Moro era pronto a recarsi alla camera, per dare il voto di fiducia al primo governo con il sostegno dei comunisti.
Sarebbe stato poi lo stesso Steve Pieczenik, consigliere di Stato USA chiamato al fianco del ministro degli interni Francesco Cossiga per rispondere alla crisi, che in un’intervista ammise: “con la sua morte (di Moro, ndr) impedimmo a Berlinguer di arrivare al potere e di evitare così la destabilizzazione dell’Italia e dell’Europa”.

Foto © Imagoeconomica

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