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A sette anni dall’omicidio del giornalista di Antimafia Dos Mil non cessano le domande sui mandanti esterni di quel delitto

L’omicidio di Pablo Medina è la storia di un delitto imperfetto. Conosciamo la dinamica, il possibile movente ed i nomi dei killer. Resta solo un mistero da chiarire: chi sono stati i mandanti di quell’assassinio? In questi ultimi sette anni, in molti hanno cercato di dare una risposta ma ad oggi nessun’ipotesi ha trovato riscontro nelle indagini della magistratura.

I fatti, ricostruiti dagli investigatori, sono abbastanza accurati.

Pablo Medina era un giornalista d’inchiesta. Si è sempre occupato di narcotraffico e corruzione in Paraguay. Ha raccontato in presa diretta come intere regioni del Paese si erano trasformate nella Colombia di Pablo Escobar. Ha denunciato le connivenze tra l’allora Presidente Horacio Cartes e i cartelli della cocaina paraguaiani, sottolineando come gli ultimi cinquant’anni di storia del Paraguay sono sempre stati fortemente condizionati dai solidi rapporti stretti tra gli emissari del Palacio Presidencial di Asuncion e i narcos. Proprio per questo il 16 ottobre 2014, Medina e Antonia Almada, la sua assistente, sono stati uccisi a colpi di pistola dopo aver finito un servizio sulla colonia Crescencio Gonzalez, situata tra il dipartimento San Pedro e quello di Canindeyù.

Già dopo i primi giorni fu chiaro che dietro a quel delitto si nascondevano i sicari del clan Acosta, nota famiglia di politici del Partido Colorado che in passato era stata accusata dallo stesso Medina di essere al servizio dei narcos. I principali sospetti ricaddero su Wilson Acosta Marques e Flavio Acosta Riveros, il primo era il fratello dell’ex Sindaco di Ypehù, Vilmar Neneco Acosta, mentre il secondo era suo nipote. I tre sono stati prima indagati per omicidio e associazione a delinquere ed in seguito condannati per l’omicidio di Pablo Medina con pene esemplari. Neneco è stato considerato dai giudici la mente di quel delitto, i Wilson e Flavio invece sarebbero stati gli esecutori materiali dell’assassinio.

Il caso è chiuso, almeno dal punto di vista giudiziario. Ciò che ancora oggi è rimasto in chiaroscuro è lo sfondo di questo delitto. Chi aveva interesse a silenziare Pablo Medina? Cosa poteva avere scoperto di così compromettente?

È importante contestualizzare che l’omicidio di Pablo Medina si è consumato pochi mesi dopo la presa del potere da parte di Horacio Cartes, imprenditore multimiliardario (proprietario della principale azienda di tabacchi del Paraguay) che nel 2013 vinse le elezioni riportando il Partido Colorado nella stanza dei bottoni dopo il golpe bianco attuato ai danni del Presidente liberale Fernando Lugo. Da documenti resi pubblici da WikiLeaks sappiamo che Cartes è stato sospettato dalle autorità americane di aver riciclato negli Stati Uniti parte del suo patrimonio, una fetta del quale dicono le male lingue ad Asuncion proverrebbe proprio dal traffico di droga. Ed è stato proprio durante il periodo in cui Cartes rimase alla Presidenza che in Paraguay si è registrato il più alto numero di omicidi di giornalisti. Il 16 maggio 2014 è stato ucciso da due sicari Fausto Alcaraz, conduttore di un programma di notizie su Radio Amambay, emittente impegnata in prima linea a denunciare il narcotraffico nella frontiera tra Brasile e Paraguay. Il 9 luglio, sempre a colpi di pistola, è stato ucciso Fernandez Pantaleon, conduttore di punta di Radio Belén Comunicaciones, dove si occupava di crimine organizzato e corruzione. In seguito è stato il turno di Pablo Medina e nel 2015 di Servian Gerardo, che perse la vita per aver fortemente criticato il lavoro dell’amministrazione pubblica di Zanja Pyta, città del dipartimento dell’Amambay. Sono omicidi di giornalisti che in prima fila denunciavano lo strapotere dei narcos in Paraguay e le loro relazioni con i partiti che supportavano il lavoro di Horacio Cartes, in particolare il Partido Colorado. Questa forza politica ha espresso i due Presidenti che più di tutti gli altri hanno stretto accordi con i narcotrafficanti presenti sulla frontiera brasiliana, cioè Alfredo Stroessner e Andres Rodriguez. Il ritorno al governo di questa Cupola politica-imprenditoriale ha creato il clima ideale per colpire impunemente i più noti giornalisti d’inchiesta del Paese. Basti pensare che nelle settimane precedenti il delitto, a Pablo venne persino revocata la scorta privata concessagli da ABC Color, il giornale dove lavorava. Un elemento che rafforzò l’ipotesi di una possibile ampia convergenza di diversi ambienti dietro l’omicidio di Pablo, dato che addirittura Aldo ‘Acero’ Zuccolillo, storico direttore di ABC, conosceva lo stesso Stroessner. Questo non vuol dire che sia implicato nell’assassinio di Medina, così come l’ex Presidente Horacio Cartes, ma permette di capire l’universo di relazioni che ha stretto la mafia del narcotraffico in Paraguay. Ormai non è più solo manovalanza, ma ha un braccio nell’esercito, uno nella politica e uno nell’informazione. Spesso abbiamo definito il Paraguay come un narco-Stato. Lo scrisse anche Pablo Medina, ma non ebbe il tempo di combatterlo.

La sua morte ha consegnato a noi questo testimone.

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