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A Palermo sul set del tv movie Rai con Isabella Ragonese

La signora è sdraiata sul lettino. «Tanto lo so cosa pensa la gente di me: avevi un marito ricco, una bella casa, una buona posizione. Cosa vuoi di più? Ieri ho fatto il biglietto per Milano. Non penso che lo userò. Magari Patrizia e Angela mi seguirebbero, ma Cinzia è irremovibile… Pensa che si possa ricominciare anche a 35 anni?». «Si può ricominciare anche quando si pensa di essere fuori tempo massimo. Parta - la incoraggia lo psicanalista - solo se si realizza come donna e sul lavoro può essere un punto di riferimento per le sue figlie».

A Palermo, nello studio dello psicanalista Francesco Corrao (Roberto De Francesco), Isabella Ragonese interpreta la fotografa Letizia Battaglia nel film diretto da Roberto Andò. Restituisce i suoi dubbi quando decide di tagliare il cordone ombelicale con Palermo. Il set è la casa del dottor Corrao (scomparso nel 1994), Letizia è stata sua paziente. Andò si consulta col direttore della fotografia Maurizio Calvesi, mago della luce.

Letizia Battaglia, il film tv in due parti che gira per la Rai, prodotto da Angelo Barbagallo con RaiFiction, cerca la verità nei dettagli. È emozionante quando Ragonese dice: «Sta succedendo qualcosa di mostruoso in questa città, non provo più niente per le madri e le mogli che piangono i loro morti ammazzati… La mia vita fugge mentre inseguo i morti, mi sembra di essere diventata insensibile». A via della Libertà, un’ora dopo, Letizia Battaglia, che ha intrecciato la sua vita con la storia d’Italia, arriva nel giardino del ristorante scortata dalla nipote Marta. A «86 anni e mezzo» precisa, combatte con un tumore progettando il futuro: l’hanno invitata a Parma e a Tel Aviv. «La vecchiaia può essere bellissima» dice strizzando gli occhi curiosi di bambina, i capelli sfumati sul rosa. «Seguivo il cronista dell’Ora dopo gli omicidi di mafia. Arrivavo e scattavo. Ero la biondina con gli zoccoli, carina, avevo 40 anni ma ne dimostravo di meno. I colleghi non mi stimavano, devo ringraziare il direttore Vittorio Nisticò (interpretato da Fausto Russo Alei). Ero una donna che faceva qualcosa fatto sempre dagli uomini». È Boris Giuliano, capo della Squadra mobile di Palermo, a segnare la svolta: «La signora deve fotografare». La signora è in via della Libertà quando uccidono Piersanti Mattarella, il 6 gennaio 1980, ferma l’immagine del fratello Sergio, oggi capo dello Stato, che tira fuori dall’auto il corpo esanime. Nel film scritto da Andò con Monica Zapelli e Angelo Pasquini ci sono i tre uomini della vita di Letizia Battaglia («quelli che si sanno» sorride lei): Paolo Briguglia è Franco Stagnitta, il marito; Enrico Inserra ha il ruolo di Santi Caleca mentre Federico Brugnone dà il volto a Franco Zecchin. È felice del film ma allo stesso tempo «terrorizzata dalla sceneggiatura, può farmi dire parole che non dico. L’unico problema è mio marito, le figlie si oppongono a un racconto sincero e non me la sento di farle soffrire. Abbiamo trovato il modo». Con Andò si conoscono da quaranta anni, lui la guarda con tenerezza: «Letizia deve fidarsi, lo sa». «Quando mi sono sposata avevo 16 anni, io e Franco eravamo incompatibili, diversi», spiega la fotografa. «Letizia era una donna totalmente impensabile per i tempi» riflette Andò. «Mi ha detto tanto di lei: sarà un racconto forte perché la sua vita non lascia indifferenti. Si ribella al destino già segnato di figlia subordinata e di moglie oppressa, è una vera combattente». Dell’amore che suscita è consapevole. «Mi colpisce l’ammirazione delle ragazze, poi del successo me ne sbatto profondamente» dice Battaglia, «voglio cambiare il mondo e questo non è fattibile a quanto pare. Io che ho fotografato tanto le donne e le bambine, oggi ce l’ho con loro perché non si smuovono. Il mondo lo dobbiamo amministrare. Mi ha sempre guidato la passione per la giustizia». Si considera un esempio? «Un esempio mi sembra presuntuoso, ma vorrei dire alle donne vecchie, che si fanno imprigionare dalla vecchiaia e dai mariti, che dobbiamo goderci la vita. La vecchiaia può essere meravigliosa se sei attenta a quello che sei diventata. Quando sono stata ospedalizzata per una polmonite si stavano impadronendo di me, volevano mettermi l’infermiera. Voglio stare a casa, libera». Cos’ha detto a Isabella Ragonese? «Che deve essere resistente, non aggressiva. Ha una faccia vera, mi rappresenta».
Caschetto rosso, Ragonese racconta il primo di tanti incontri: «È una donna che osserva molto, questi occhi penetranti ti studiano, hai la sensazione di essere nuda davanti a lei. Le sue foto raccontano tanto del fotografo e non solo del fotografato. Ha una visione, parla sempre di futuro. Coltiva la progettualità, dice: "Devo fare", questo la rende una donna senza tempo». Ma com’è andata? «Mi ha osservato per un po’ poi mi ha detto: "Mi piaci. Devi essere volitiva, prendere quello che vuoi con grande forza ma essere educata. Io sono sempre stata educata". Abbiamo parlato di legami e corrispondenze. Io a 16 anni ho frequentato il Teatès col maestro Michele Perriera e lei ha fatto la stessa scuola. Perriera ha dato la definizione più bella di lei: "È una donna che cammina sulle ferite dei suoi sogni, riesce a tenere insieme il dolore profondo per quello che ha visto e al tempo stesso la luce"».

Tratto da: La Repubblica dell'8 Ottobre 2021

Foto © Franzo Zecchin

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