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Chi mette in dubbio la versione ufficiale sull’11 settembre 2001 è un complottista. Paragonabile a chi crede alle scie chimiche, all’inutilità dei vaccini, agli avvistamenti di Big Foot oppure alla finta morte di Elvis Presley. Un vero sostenitore della teoria del complotto. In realtà le cose sono ben diverse. Affermare che non ci è stato raccontato tutto sugli attentati che vent’anni fa hanno sconvolto il mondo significa mettere in luce alcuni fatti acclarati, comprovati su documenti del governo americano, ed interrogarsi sul perché non siano mai stati spiegati ufficialmente. E soprattutto perché siano stati smentiti più e più volte dall’amministrazione di George W. Bush.

I rapporti trascurati
Nel corso di tutta la prima parte del 2001, la Cia e l’FBI avevano ricevuto più di una soffiata sul fatto che Osama Bin Laden stava pianificando un attentato contro gli Stati Uniti. Quattro mesi prima dell’11 settembre, secondo la testimonianza della traduttrice dell’FBI Sibel Edmonds, un informatore iraniano dei federali (che si trovava a libro paga dell’agenzia dal 1991) aveva messo al corrente gli agenti sul fatto che Al Qaeda stesse preparando un attacco in cinque grandi città americane e che questo presunto attentato avrebbe previsto l’uso di aeroplani. Sempre in base a ciò che ha raccontato la Edmonds in numerose interviste, gli uomini dell’FBI che ricevettero quest’informazione la comunicarono subito ai loro superiori, ma non vennero presi provvedimenti e nemmeno contromisure. Anche l’ex agente dell’FBI, Colin Rowley si accorse che nell’estate del 2001 era accaduto qualcosa di anomalo. Il 15 agosto di quell’anno, le autorità americane intercettarono Zacarias Moussaoui, cittadino francese e membro di Al Qaeda che stava prendendo lezioni di volo in una scuola piloti in Minnesota. Ufficialmente venne arrestato poiché aveva il visto turistico scaduto, ma in realtà gli agenti sospettavano che si trattasse di un terrorista. Gli stessi istruttori della scuola di volo, interrogati dalla autorità, affermarono di non aver mai visto una persona più strana: voleva imparare a condurre un aeroplano, ma non era interessato ad apprendere a decollare o ad atterrare. Anche queste informazioni, ripassate ai superiori dalla Rowley, non comportarono un chiaro segnale di allarme nei centri del potere di Washington.


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Sappiamo però per certo, dal documento desecretato il 10 aprile 2004, che George W. Bush era stato informato che Bin Laden aveva intenzione di attaccare gli Stati Uniti. In quella missiva, datata 6 agosto 2001 con la dicitura ‘for the President only’ (solo per il Presidente, n.d.a.), si affermava che “le informazioni dell’FBI indicano segnali di attività sospetta in questo Paese, compatibile con la preparazione di dirottamenti o attentati d’altro tipo”. Il documento proseguiva facendo riferimento alla possibilità che ci fosse Al Qaeda dietro a questo presunto piano di attacco ed in particolare ad esponenti di quest’organizzazione che “risiedono e viaggiano da anni negli Stati Uniti”. Quest’informativa avrebbe fatto scattare sulla sedia chiunque, ma anche questa volta si preferì non prestarci molta attenzione. Un grave errore di valutazione che nessuno ha mai pagato.

I visti facili
Un altro punto rimasto ancora oggi oscuro riguarda il ruolo dell’ufficio visti del Consolato americano di Gedda in Arabia Saudita. L’ex capo di questa sezione tra il 1987 ed il 1989, Michael Springman ha affermato che in quel consolato venivano rilasciati visti molto sospetti ad alcuni cittadini arabi su presunta pressione - secondo Springman - proprio della CIA. In effetti, quattordici su diciannove dei responsabili dell’attacco dell’11 settembre avevano ricevuto il proprio visto d’ingresso negli Stati Uniti proprio da quel Consolato. I documenti sono molto dubbi perché fornivano informazioni abbastanza evasive in merito ai luoghi in cui avevano intenzione di recarsi queste persone: alcuni, alla voce indirizzo, scrissero genericamente Washington ed in un caso persino ‘any hotel’, cioè qualsiasi hotel. La parola Jeddah nel rapporto conclusivo della commissione d’inchiesta del Congresso sull’11 settembre compare appena sei volte, probabilmente i membri di quest’organo non hanno ritenuto interessante passare al setaccio le parole di Springman per verificare se in quel consolato era prassi comune rilasciare dei ‘visti facili’.


world trade center memorial pixabay


Gli Arabi nelle scuole di volo
Due mesi prima l’11 settembre 2001, un altro documento redatto da un’agente dell’FBI metteva in evidenza che vi erano molti arabi iscritti alle scuole di volo negli Stati Uniti. “Lo scopo di questa comunicazione è di informare il Bureau della possibilità di un piano da parte di Osama Bin Laden di inviare studenti alle accademie e scuole dell’aviazione civile” - si può leggere nelle prime righe di questo rapporto. L’uomo dell’FBI, stanziato a Phoenix, invitava i suoi colleghi a “discutere della questione con elementi dell’intelligence USA ed incaricarli di raccogliere ogni informazione che possa confermare questi sospetti”. Si sottolineava inoltre di tenere sotto controllo “le persone che hanno ricevuto un visto per frequentare questo tipo di scuole e darne notizia agli uffici locali preposti”. È infatti dato notorio che numerosi terroristi, partecipanti all’attacco, avessero imparato a volare (spesso con pessimi risultati, come affermarono alle autorità i rispettivi istruttori) proprio negli Stati Uniti.

Il finanziamento a Mohamed Atta
L’ultimo pista non seguita riguarda i 100 mila dollari che nei mesi precedenti l’11 settembre furono bonificati sui conti del leader dei dirottatori Mohamed Atta. La notizia venne pubblicata dalla CNN il primo ottobre 2001, ma la Commissione d’inchiesta non approfondì l’origine di quel finanziamento. La stampa britannica affermò che quel denaro fosse transitato dal Pakistan oppure dall’India, ma ad oggi non abbiamo certezze a riguardo.
Come scrisse il New York Times il 12 settembre 2002: “A distanza di un anno, siamo meno informati di come tremila cittadini americani siano stati uccisi a Manhattan, rispetto a quanto non lo fossimo dopo poche settimane a proposito del Titanic”.

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