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La difficile condizione della comunità LGBTQ+ in Afghanistan trova le sue radici, ancora prima dell’arrivo dei Talebani, nella mentalità estremista troppo legata alla dottrina morale islamica. Tutto ciò trova origine innanzi tutto in una scarsissima informazione, in quanto omosessualità e transessualità vengono spesso associate a prostituzione e pedofilia. In secondo luogo a questo argomento -considerato un tabù- è quasi sempre associata una scarsa virilità per gli uomini, intrappolati in costumi troppo rigidi in materia di ruoli di genere.
Con l'arrivo dei Talebani, la situazione per la comunità LGBTQ+ non è certo migliorata, infatti ora l'Afghanistan sarà comandato unicamente dalla legge della Sharia, dove l’omosessualità è severamente proibita e punibile con la morte. Le pene sono a dir poco agghiaccianti: "Gli omosessuali? Lapidati o schiacciati sotto un muro lungo tre metri" ha dichiarato qualche settimana fa il giudice talebano Gul Rahim.
Le testimonianze di diversi ragazzi fanno subito intendere la loro paura e la drammaticità della loro condizione attuale: "Ci ammazzeranno a colpi di pietre. In questo momento ci sono cinque talebani in cerchio con i fucili puntati verso il basso. Siamo cadaveri che si nascondono". Queste le parole di Basir, un ragazzo gay ventenne obbligato a vivere nascosto in un rifugio a Kabul. Il suo amico Alawi è stato adescato da un ragazzo a casa sua, lì però si è trovato difronte tre uomini talebani, che lo hanno prima picchiato e poi stuprato. Abdul afferma invece: "Sono gay e afgano, se lo scoprono i talebani mi uccideranno sul posto", "Voglio un futuro in cui io possa vivere liberamente". 
A tal proposito si è espressa anche l'organizzazione Afghan LGBT, con un post su Instagram scrivendo: "Rischiamo lo sterminio solo per il fatto di essere ciò che siamo”.
Diversi attivisti hanno fatto appello affinché si dia, alle fasce attualmente più esposte, asilo: tra questi Nemat Sadat, attivista LGBT e professore di scienze politiche e Pietro Turano, attivista e portavoce di Gay Centre. 
Fortunatamente diverse organizzazioni si stanno muovendo affinché si risolva questo grave problema, che pare essere lasciato in disparte. La raccolta fondi lanciata da Bobuq Sayed, scrittore australiano, è solo una delle tante iniziative.
La verità è che non possiamo voltare nuovamente le spalle a questo paese e soprattutto non si può rischiare di lasciare indietro determinate fasce di popolazione ancora più usurpate dei propri diritti.

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