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Il 10 marzo del 1946 non è una data come un’altra. Il processo vissuto dalle donne per l’ottenimento del diritto di voto è stato lungo, discontinuo e scandito in piccole tappe. E proprio 75 anni venne raggiunto un grande risultato.
Fin dall’inizio il diritto di voto ha sempre rappresentato uno dei pilastri delle lotte femministe. Oggi ci sembra irragionevole ed inconcepibile che un tale diritto, così basilare, potesse essere concesso a seconda della “fortuna” di nascere maschio e della “sfortuna” di nascere femmina. Le donne infatti non erano considerate cittadine e per certi versi nemmeno esseri umani, o almeno non tanto quanto lo erano gli uomini. Quando finalmente le suffragette ottennero questa vittoria, erano già anni in cui c’era uguaglianza nel pagamento delle tasse e nella soggezione alle leggi dello Stato.
La storia del suffragio femminile nel nostro Paese
In Italia, la storia del suffragio femminile fu particolarmente contorta e colma di ostacoli. Prima dell’Unità d’Italia, alcune donne benestanti avevano la possibilità di esprimere una preferenza elettorale a livello locale, attraverso un tutore, e in alcuni comuni potevano essere elette. Con l'avvento dell'Unità i diritti di voto garantiti localmente vennero meno e si diede per scontata l'esclusione delle donne dalla vita politica dettata dalle tradizioni. La formula “i cittadini dello Stato”, che si può leggere nei decreti e nelle leggi dell'Italia Unita, si riferiva per tacito accordo ai soli uomini. Le donne lombarde presentarono una petizione alla Camera, in cui rivendicavano i loro precedenti diritti, seppure ristretti, e si definirono per la prima volta “cittadine italiane”. In questo periodo, furono numerosi i tentativi di concedere il diritto di voto amministrativo alle donne, ma tutti senza successo.
Nel 1925, il governo fascista fece entrare in vigore una legge che dava alle donne il diritto di voto, ma solo in ambito amministrativo. Questo passo in avanti divenne però presto inutile, quando la riforma podestarile annullò ogni elettorato amministrativo e sostituì al sindaco il podestà. La battaglia delle donne per l'ottenimento del voto politico fu molto più lunga di quella che riguardò l'elettorato amministrativo. In effetti la partecipazione del genere femminile alla vita politica era considerata incompatibile con la stessa natura di quel mondo. Una vera e propria negazione di una libertà fondamentale: quella di scegliere per la propria vita e per la condizione del proprio Paese.
Durante la Prima guerra mondiale, le donne italiane, diedero prova di essere in grado di sostituire gli uomini, nel lavoro e nella vita della città. Ma il disegno di legge, che prevedeva l'ammissione delle donne al voto sia amministrativo sia politico, non arrivò mai in Senato, a causa della chiusura anticipata della legislatura, dovuta alla questione fiumana.
Successivamente, durante il secondo conflitto globale le donne, non solo si dimostrarono all’altezza di poter occupare gli stessi posti e ruoli nella società degli uomini, ma parteciparono anche direttamente nella Resistenza, dando grandi contributi nella sconfitta del fascismo.
In questo clima, Democrazia Cristiana e Partito Comunista si dimostrarono favorevoli all'estensione del suffragio alle donne. Nei mesi successivi, vennero pubblicati documenti di diverse organizzazioni femministe, nate verso la fine della guerra e molto forti a quel tempo, che incitavano il governo a fare questo passo.
Il 30 gennaio 1945 nella riunione del consiglio dei ministri, come ultimo argomento, si discusse della questione, seppure con poca attenzione. La maggioranza dei partiti (a esclusione di liberali, azionisti e repubblicani) si dimostrò favorevole all’estensione.
Poi, il 1 febbraio 1945 venne emanato il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 che conferiva il diritto di voto alle italiane che avessero almeno 21 anni, ma non menzionava l’elettorato passivo (quindi la possibilità di essere elette). Le uniche donne ad essere escluse erano le prostitute schedate che lavoravano al di fuori delle case dove era loro concesso di esercitare la professione. Un anno dopo, con il decreto n. 74 datato 10 marzo 1946, le donne vennero finalmente considerate cittadine italiane a tutti gli effetti: venne infatti concesso loro anche il diritto di eleggibilità. Le prime elezioni amministrative alle quali le donne furono chiamate a votare si svolsero a partire dal 10 marzo 1946 in 5 turni.
Il nuovo decreto dimostrò subito la sua efficacia. Furono elette nelle amministrazioni locali diverse donne, come Gigliola Valandro (Democrazia Cristiana) e Vittoria Marzolo Scimeni (Democrazia Cristiana) a Padova o Jolanda Baldassari (Democrazia Cristiana) e Liliana Vasumini Flamigni (Partito Comunista Italiano) a Forlì. Nello stesso anno furono elette le prime due donne sindaco: Ada Natali a Massa Fermana e Ninetta Bartoli a Borutta.
Le prime elezioni politiche a cui le donne poterono votare si svolsero il 2 giugno 1946, insieme al Referendum istituzionale monarchia-repubblica. A confermare e a coronare questi successi sarà in ultimo la Costituzione Italiana del 1948, che garantirà alle donne pari diritti e pari dignità sociale in ogni campo.
Oggi tuttavia, nonostante i numerosi risultati raggiunti, il solo fatto di essere donna comporta molte difficoltà sostanziali e soprattutto espone a numerosi rischi e pericoli. Come abbiamo visto in tutto il mondo nella giornata di lunedì scorso (8 marzo), c’è ancora tanto da lottare, da pretendere e da conquistare. Perché i diritti basilari, fondamentali ed imprescindibili della donna vivono ogni giorno anche e soprattutto nella sua quotidianità, nei luoghi dove si trova sola e non protetta: nelle strade, nella propria casa, al lavoro. Il diritto non si tramuta in realtà, ma è la realtà che si fa diritto. E purtroppo ancora non è completamente così.

Foto © Imagoeconomica

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