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Quello dello scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose è un dispositivo al quale si ricorre, da parte del governo, spesso con motivazioni irrilevanti e pretestuose o con relazioni a seguito di una lettura delle quali è legittimo chiedersi dove stia la mafia. Spesso i prefetti agiscono su sollecitazioni di amministratori, quasi sempre sindaci, messi magari nell’impossibilità di governare, poiché hanno perso la maggioranza in consiglio Comunale e si ritrovano pressati da interessi e spinte alle quali non hanno il coraggio di opporre un netto rifiuto. Le motivazioni individuate dalle forze dell’ordine incaricate delle indagini e dagli ispettori ministeriali hanno un margine di interpretazione e di opinabilità, essendo finalizzate a una chiave di lettura predeterminata. E’ successo al comune di Scicli, con una decisione che ha fatto persino intervenire il presidente della Commissione Antimafia Regionale Claudio Fava, il quale denuncia il nascondersi spesso dietro l’etichetta dell’antimafia, senza precise motivazioni. Ma è anche successo con il Comune di Mezzoiuso, sciolto essenzialmente per la bagarre mediatica sollevata dal presentatore televisivo Giletti, a seguito di una vicenda protrattasi del tempo e di una motivazione come quella della presenza del sindaco ai funerali di un mafioso, mentre il sindaco era invece impegnato in altri compiti personali. Si potrebbe continuare, ma ci fermiamo a Partinico, perché anche nel nostro caso le zone d’ombra individuabili nella relazione sono tante e le motivazioni dello scioglimento sembrano a prima lettura deboli e discutibili. Tuttavia c’è un fatto che lascia perplessi: come si sa i consiglieri comunali “sciolti” potrebbero fare ricorso al TAR per impugnare il decreto, ma al 30 settembre, cioè nel giorno in cui scadeva tale termine, nessun consigliere comunale ha fatto ricorso. Perché? Difficile dare una spiegazione, anche perché il ricorso avrebbe potuto essere un segnale di un “non ci sto”, utile a tutta la cittadinanza che si ritrova bollata da un’etichetta in cui la maggioranza non si riconosce. Viene normale pensare che potrebbero esserci scheletri nell’armadio delle persone interessate, per cui si è preferito evitare e non correre rischi. Magari anche in considerazione della paura di essere sottoposti a ritorsioni di tipo istituzionale.

E così il “non ci sto” si è limitato a mugugni, alle solite lamentele da corridoio, ad osservazioni fondate, ma non rese note al pubblico. Proviamo a un mese di distanza e dopo la lettura integrale della relazione, che abbiamo fatto “a puntate”,nei nostri telegiornali, a tirare le somme e ad esprimere alcune valutazioni.

Alcuni passaggi della relazione del ministro hanno suscitato una sdegnata reazione tra personaggi, coperti da “Omissis”, ma molto facili da individuare. Sembra che, a prima lettura, mettendo assieme alcuni passaggi di vita comune e interpretandoli con una preordinata chiave di lettura sia stata artificiosamente e scorrettamente creata o comunque presupposta una “contiguità mafiosa” inesistente. La prima reazione è stata quella dell’ex consigliera comunale Angela Landa, la quale, pochi giorni prima della sua nomina ad assessore, nel giugno 2018, avrebbe detto al mafioso Nania Antonino di essere “a disposizione”: costui avrebbe riferito tale “disponibilità”, interpretata, nella relazione, come disponibilità “ad assentire ai desiderata del sodalizio mafioso”, a tal Tola Giuseppe, pregiudicato ritenuto continuo a Cosa Nostra. Tale arbitraria chiave di lettura viene ripresa allorché la stessa consigliera, nominata assessora, va a sedersi, com’era normale, accanto alla sua compagna di partito, Maria Grazia Motisi, vicesindaca, in occasione di una conferenza stampa nella quale la stessa vice-sindaca prende le distanze dal primo cittadino De Luca, che aveva deciso di revocare il contratto con la ditta COGESI per la raccolta dei rifiuti. Anche qua si crea una relazione con il fatto che questa ditta sarà in un tempo successivo, destinataria di una interdittiva antimafia, che farà ricorso al TAR, il quale annullerà tale interdittiva, poi riproposta. E così il sindaco De Luca, che azzererà poco dopo la Giunta, sembra uscirne con un’aureola antimafia e i due assessori Landa e Motisi sembrano invece essere collusi o disponibili con una ditta della quale si ignoravano le contiguità mafiose, poiché l’interdittiva sarà decisa solo successivamente. L’ex consigliera Angela Landa, da noi interpellata, ha dichiarato che la frase “a disposizione” non significava minimamente la disponibilità del proprio incarico politico, ma una singola circostanza e un favore personale di assistenza fatto alla richiesta di un vicino di casa, mentre l’altra consigliera Maria Grazia Motisi ha detto che la sua non condivisione con le scelte del sindaco era motivata dalla necessità di non lasciare il paese allo sbando, sommerso dai rifiuti. Pertanto essa ritiene offensiva e mortificante l’insinuazione che si legge tra le righe di avere mostrato una qualche attenzione con una ditta della quale, in quel momento, non erano note le presunte collusioni mafiose.

Altra persona a dire “Non ci sto” è il consigliere Vito Giuliano, accusato di avere rapporti con il pregiudicato mafioso Antonino Primavera, il quale lo avrebbe “richiamato all’ordine”, o più semplicemente gli avrebbe tirato l’orecchio, poiché Giuliano non si era detto favorevole alla nomina del Presidente del Consiglio poi eletto: tale informazione gli sarebbe stata data dal, marito della consigliera Nadia Di Liberto. Giuliano, del quale nella relazione sono state pescate lontane vertenze giudiziarie estinte, sostiene di conoscere Cassarà sin dall’infanzia, di incontrarlo abitualmente presso un panificio, del quale sono entrambi clienti e il fatto di non essere stato d’accordo con il Primavera ne dimostra e ne conferma l’estraneità, non la contiguità al sodalizio mafioso.

Ancora un “non ci sto” viene dall’ex mafioso Nunzio Cassarà: Cassarà ha da tempo chiuso i suoi conti con la giustizia e si è trovato ad “elemosinare” un posto di lavoro, anche precario, per potere vivere: si è rivolto al consigliere Gioacchino Albiolo che gli ha trovato una provvisoria sistemazione con l’incarico di fare il guardiano a una comunità di ragazzi di colore, incarico che adesso gli è stato revocato. Ma se un mafioso è costretto ad elemosinare un lavoro per sopravvivere, è normale chiedersi che mafioso è.

Come si può vedere il “fumus persecutionis”, allorché si vuole sostenere e dimostrare una tesi, può allargarsi ad una lettura univoca e prestabilita della quale ogni particolare diventa un elemento che conferma l’insieme, anche se non c’entra niente.Tutto questo naturalmente non assolve l’intero apparato comunale da una serie di motivati sospetti, meglio documentati in una sezione della relazione nella quale vengono radiografati e passati a setaccio i rapporti parentali di consiglieri e impiegati.

La minuziosa ricostruzione delle parentele da parte di alcuni dipendenti comunali, delle loro parentele con mafiosi, lascia un alone di sospetto, ma non dimostra come tra le parti in causa ci siano stati contatti tali da influire sugli atti amministrativi a favore dei presunti parenti mafiosi. Anche perché è logico e normale che in un paese di 30 mila abitanti, con una corposa passata storia di presenze mafiose, le parentele sono all’ordine del giorno e non è corretto imputare ad esse la teoria della transitività. Teoria che la relazione invece ribadisce anche nella considerazione che, essendoci dipendenti e amministratori che non hanno pagato le tasse, poiché tale mancato pagamento caratterizza anche alcuni mafiosi, chi non paga le tasse agisce da mafioso. Come dire che se i mafiosi mangiano pane, chi mangia pane è un mafioso.

In ultima analisi il fatto più eclatante sembra essere l’imputazione per associazione a delinquere, ma non per associazione mafiosa, al consigliere Alessio Di Trapani, coinvolto nell’operazione Game Over, ma non ancora condannato penalmente.

Diverso invece il discorso sulle varie omissioni, manipolazioni, sugli errori e le inadempienze di alcuni dipendenti comunali, soprattutto dirigenti: ma anche in tal caso la mafia c’entra poco, o se c’entra non è cosa dimostrabile. A parte il fatto che molte di queste discrasie sono riscontrabili in quasi tutti i comuni siciliani, si tratta di una cattiva gestione amministrativa che ha portato alla dichiarazione di dissesto e quindi al taglio di alcuni servizi comunali non ritenuti indispensabili, primo fra tutti quello della Casa di Riposo per anziani. Anche in questo caso abbiamo alcuni servizi, con cifre minime, come quello della fornitura di pane affidato a una ditta di Corleone in odor di mafia per tremila euro. Troppo poco per individuare ciò come una prova. E tuttavia il voto del Consiglio comunale per non esternalizzare la casa di Riposo, nella relazione è letto come un voto per favorire alcuni “presunti” amici presenti all’interno del Comune. Una domanda è d’obbligo: come mai nei confronti dei dipendenti che hanno sbagliato non è stato adottato nessun provvedimento penale e non è stata fatta nessuna denuncia?

Buona parte delle altre cose, dalla storia della mafia nel territorio di Partinico, alla irregolarità di alcune delibere, sono cose lontane nella storia e ripescate dagli investigatori per creare nessi non sempre giustificati. Idem dicasi di circolari e disposizioni ministeriali o regionali, citate per intero e buone solo ad aumentare il numero di pagine, ma in realtà suscettibili di perplessità.

Rimane in tutto questo una domanda: perché si è voluto sciogliere il comune? E altre domande collegate: che ruolo ha avuto il sindaco De Luca, dimessosi dopo poco più di un anno, ma visitatore abituale dell’allora prefetto di Palermo De Miro? E ancora; che ruolo ha avuto il Commissario Arena? Le sue minacce, le sue aspettative di presunta giustizia nei confronti di coloro che egli aveva indicato come nemici hanno avuto un ruolo, oppure egli stesso si è trovato commissariato ed è stato costretto a tornarsene a casa per non essersi “accorto” di quello che scorreva sotto i suoi occhi?

Altra domanda senza risposta è quella dell’appalto per il servizio elettrico, per dieci anni alla ditta milanese OPTIMA, riconosciuto regolare dall’UREGA, organo di controllo, ma rimasto bloccato a seguito di richieste di aggiustamenti e revisioni avanzate dai politici della zona, forse per favorire alcuni amici. Anche qua è difficile dimostrare presenza di interessi mafiosi, ma nella relazione non si fa cenno all’argomento.

La conclusione di tutta questa vicenda chiama in causa la legge sullo scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose, dal momento che, sia in questa legge, come in quella sull’applicazione delle misure di prevenzione e sui sequestri dei beni in primo luogo, vige la legge del “sospetto”, ovvero che un semplice sospetto può essere sufficiente per determinare scioglimenti dei comuni e sequestri dei beni. Con la differenza che i sequestri dei “preposti” che dispongono di buoni avvocati e di buone dimostrazioni d’innocenza, possono essere revocati, mentre nel nostro caso lo scioglimento, in mancanza di ricorsi rimane e durerà per quasi due anni.

L’ultimo sospetto è quello che, vista la crisi delle organizzazioni politiche e dei partiti della zona, vista la loro difficoltà ad affrontare un’imminente tornata elettorale, anche loro non abbiano preferito prendersi una pausa in attesa di riorganizzarsi. Con la considerazione che fra due anni non tutto sarà come prima oppure trovandoci a Partinico, per citare il solito Tomasi di Lampedusa si tenterà di far credere di cambiare tutto per non cambiare nulla.

Foto © Imagoeconomica

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