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di Salvo Vitale
E’ una storia arcinota. Melesecche aveva un asino e pensò che se gli dimezzava la quantità di biada, l'asino sarebbe vissuto lo stesso. Dopo un certo tempo, visto che l’asino era sopravvissuto, pensò di dimezzarla ancora. E poi ancora. L'asino dimagriva paurosamente, ma resisteva, sino a quando, finito l’ultimo resto di razione morì di fame e Melesecche rimase senza asino.
La Fao da anni sostiene che la produzione agricola e di allevamento dovrà aumentare del 70%, se vorremo andare incontro ai problemi di alimentazione nei prossimi anni, in rapporto all’incremento della popolazione nel pianeta, per contro, in Italia assistiamo alla chiusura di migliaia di aziende, perché ormai da vari anni quello che viene pagato ai produttori ha un valore economico più basso dei costi da essi sostenuti e il problema non si risolve elemosinando sovvenzioni all’UE. Il fatto che nessun Governo intende analizzare o su cui non ci si azzarda ad intervenire, visto che ormai tutto è affidato al libero mercato, sta negli smisurati aumenti di costi che le merci subiscono nella filiera, dal produttore al consumatore, per cui a fronte di prezzi al consumo in costante aumento, i costi di partenza non fanno che abbassarsi, accrescendo smisuratamente i guadagni di chi controlla i passaggi intermedi. Soffrono i produttori, soffrono i consumatori, diminuisce la produzione, diminuiscono i consumi, l’economia del settore agricolo è in crisi perenne. Le eccedenze di prodotti spesso vanno al macero, meno spesso in beneficenza, e tutto finisce con l’arricchire una casta di parassiti mediatori che probabilmente non pagano nemmeno tutte le tasse e sono favoriti dal fiscalismo al contrario del Governo.
Intanto l'asino di Melesecche, cioè il povero e l’indigente è costretto a frugare nel bidone dei rifiuti, ad elemosinare qualche sussidio comunale, qualche piatto di minestra alla Caritas, sino a quando non muore. L’introduzione del reddito di cittadinanza ha finito con l’allontanare quei pochi lavoratori giornalieri, che preferiscono incassare il reddito, anziché andare a lavorare spesso per un salario equivalente o inferiore al reddito stesso.
L’agricoltura è un settore primario dell’economia, con il quale bisogna fare i conti e che è stato sistematicamente trascurato da ministri totalmente incompetenti e da provvedimenti improvvisati fatti di progetti, per preparare i quali è necessario ricorrere a un esperto che vuole essere pagato o che chiederà una percentuale sull’eventuale finanziamento erogato. Quello dei finanziamenti è un altro tasto dolente, dal momento che essi sono erogati secondo criteri studiati per dirottare i fondi alle grosse aziende, alle grandi proprietà e non certo al piccolo coltivatore che cercherebbe di produrre per sé e per la sua famiglia. Il tutto è infiocchettato da slogan accattivanti, tipo “io resto al Sud” per dare l’illusione di potercela fare a sopravvivere. Le domande dei piccoli coltivatori finiscono con il non avere i requisiti e il punteggio, a parte altre gare in cui bisogna sapere intervenire per primi attraverso il computer per essere ammessi al finanziamento. In realtà al piccolo coltivatore non si dà neanche la possibilità di acquistare un trattore o quanto gli è necessario per attrezzarsi nel suo lavoro. Non contributi per la nafta, che ultimamente sono ridotti al minimo, non finanziamenti a tassi agevolati o a fondo perduto per l’acquisto dei mezzi e dei prodotti necessari, dalle piantine in vivaio ai fertilizzanti, agli antiparassitari. Non esiste un piano dignitoso per la distribuzione delle acque irrigue: i consorzi che se ne occupano devono fare i conti con i partiti che mettono i loro uomini nei posto giusti, ma che sono incapaci di gestire anche l’ordinaria amministrazione, e che dispongono di finanziamenti sempre più striminziti con i quali non è possibile progettare un sistema d’irrigazione razionale e a basso costo.
Inutile dire che le recenti normative per combattere il virus hanno avuto i loro riscontri pesanti anche sull’agricoltura, non tanto perché non siano aumentati i consumi, ma perché è stato impedito l’accesso alle campagne proprio nel periodo in cui bisognava preparare i terreni per la stagione estiva. E così continueremo ad acquistare pomodori, melanzane e zucchine a tre euro il chilo, spinaci a un euro al mazzetto, stesso prezzo per una lattuga, mentre il prezzi della frutta sembrano quelli di una gioielleria e sono regolati da quanto deciso dai mercati esteri, dal momento che si ritiene più semplice e meno dispendioso acquistare prodotti all’estero, provenienti da paesi in cui la manodopera costa pochissimo, anziché stimolare la nostra produzione. Per non parlare di altri prodotti alimentari, dal grano all’uva, all’olio, i cui costi all’origine sono bassissimi e solo chi riesce a produrre grandi quantità ha una qualche speranza di un margine di guadagno. Anche qua la concorrenza straniera rende difficile un’equiparazione dei profitti, dal momento che il mercato è rifornito di pessima merce a prezzi più favorevoli, rispetto ai prodotti nostrani L’ultima “piaga”, se tale si può chiamare, è quella del lavoro “nero”, ovvero della difficoltà che il piccolo proprietario trova nel reperire mano d’opera, poiché, se bisogna seguire le regole, ci sono una serie di difficoltà, dal costo molto alto dei contributi da versare all’INPS, che comporta la “messa in regola”, anche del lavoratore occasionale, a tutta una serie di normative sulla sicurezza, patentini, corsi da frequentare per il rilascio di inutili attestati a pagamento, patentini, per non parlare delle incredibili certificazioni per chi avesse la bella idea di impiantare un’attività di trasformazione del prodotto e dei successivi fiscalissimi controlli, soprattutto per i produttori privi di adeguate protezioni. Inutile chiedersi cosa fare, dal momento che chi dovrebbe occuparsi del settore o non sa cosa fare, o non ha voglia di fare, o se fa qualcosa lo fa solo a vantaggio del proprio collegio elettorale, della propria regione, della propria clientela. Intanto continua a ritmo impressionante l’abbandono delle campagne, assieme alla desertificazione causata dai mutamenti climatici e dalla mancanza di un margine di sopravvivenza. Ma non c’è da farsi illusione né cercare dilazioni: prima o poi bisognerà fermarsi e guardare indietro: solo il ritorno alla terra può salvare l’uomo, oltre che alimentarlo.

Foto © Imagoeconomica

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