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di Flavio Barattieri
E poi arriva quel mercoledì, sembra una mattina come tutte le altre. Un’altra giornata di quelle che, quando ti alzi dal letto, fai le stesse cose dei giorni appena trascorsi poi, prima di avviarti al lavoro, saluti chi ti sta vicino e pensi a programmare la serata o magari il week end lungo alle porte. Quella però non è una giornata come tutte le altre è il mercoledì della Settimana Santa e tra alcuni giorni sarà Pasqua. Nella testa non vedi l’ora di rivedere tua figlia. Verrà a casa tua per trascorrere la Pasqua con te, con la tua nuova compagna con tuo fratello e il resto della famiglia.
La tua ex moglie fa l’educatrice carceraria, la tua attuale compagna è direttore carcerario, a lei piaceva la definizione al maschile e noi ci atteniamo, e la bambina ha bisogno di tutti intorno per poter percepire il clima di festa e stare bene.
E tu, tu cosa fai? L’educatore carcerario. Prima eri una guardia carceraria, hai studiato legge e, successivamente, hai superato un concorso per educatore carcerario. Professionalmente, sei un personaggio completo: fai l’educatore dopo aver vissuto il carcere da altri punti di vista, sai leggere fatti e dinamiche in maniera completa, sai offrire occasioni di crescita a persone con alle spalle un passato complicato. Non puoi fare a meno di osservare, di segnalare e denunciare fatti ambigui, e nemmeno puoi contribuire a concedere permessi premio a quei detenuti che non lo meritano.
Questa completezza professionale per alcuni tuoi superiori diventa un valore aggiunto, per altri diventa una complessità troppo onerosa da gestire. Difficile corrompere un educatore onesto e sognatore, che mentre “mette in piedi” un’opera teatrale di Shakespeare osserva alcuni boss della ‘ndrangheta milanese fare incontri ambigui con alcuni esponenti dei servizi segreti, ottenendo, in cambio, permessi premio per tornare in quei paesi, come Buccinasco, dove, nonostante il carcere, quegli stessi boss continuano a comandare commettendo ogni genere di reato. Ecco la prima grande contraddizione: esiste una legge che controlla, una legge giusta, capace di valorizzare le persone impegnate in percorsi di cambiamento, esiste però anche una legge ambigua, collusa, che concede permessi a chi non li merita, che mette in condizioni i grandi capi malavitosi di muoversi in regime di semilibertà.
Umberto in questa situazione comincia a rimanere solo. La solitudine è fatta di tante componenti, in questo caso, se fai l’educatore carcerario, due aspetti diventano rilevanti: capire quali sono gli amici e i nemici. Da un boss ti aspetti minacce, atteggiamento ostile, poca collaborazione, semplificando, ti aspetti che possa far parte della categoria dei nemici. Poi ci sono gli amici, inutile fare l’elenco di chi potrebbero essere gli amici, lo sappiamo. Certo se parliamo di un carcere gli amici sono, tra gli altri, le guardie, il direttore, i compagni di lavoro in generale.
Però, esistono situazioni al limite dell’ammissibile, situazioni confuse, dalle quali bisognerebbe tenersi alla larga. I servizi segreti cosa fanno in carcere a parlare con i boss, perché possono entrare sotto copertura, eludendo ogni regola e controllo. Per quale motivo Umberto non ne sapeva nulla, perché le sue denunce sono diventate uno tra i moventi della sua uccisione. E più in generale, cosa c’è di così importante per mettere fine, in maniera violenta, alla vita di un uomo, senza che quest’ultimo abbia commesso nulla di illegale.
Al mondo degli adulti, quello degli educatori, degli insegnanti, ma in particolare al mondo dell’informazione, spetterebbe il compito di denunciare, non solo di riflettere, magari fermandosi a una riflessione tanto elegante nella forma quanto poco penetrante nella sostanza, nella realtà. Così facendo ci uniformiamo a un modello comunicativo talmente omogeneo e generico al tempo stesso che l’estetica, talvolta aulica e talaltra scontata, prende il sopravvento rispetto ai contenuti da indagare precludendone l’approfondimento.
Per ammirazione di Armida e Umberto e per rispetto di Stefano, di sua sorella e della nipote, ai tempi una bambina di dieci anni, bisogna essere “nudi e crudi”, far emergere i fatti e circoscriverli almeno negli “spazi” umani che li hanno originati.
Quello non è un mercoledì come tutti gli altri, qualcuno ha messo a punto un piano per uccidere Umberto, questo qualcuno risponde al nome di Antonio Papalia, fratello dell’altro boss Domenico, confidente dei servizi segreti. Strani questi mafiosi che chiamano cani o sbirri i carabinieri, infami i pentiti, e diventano a loro volta confidenti dei servizi segreti. Cosa hanno in comune queste due entità apparentemente così lontane.
Dobbiamo aggiungere che ci troviamo negli anni 90, anzi nel 1990, non è ancora finita la stagione dei sequestri ed è già cominciata quella dello spaccio su scala nazionale e internazionale. I padroni di questo colossale affare di distruzione umana ed economica sono i calabresi, ma questo colossale affare vede spesso protagonista la gente comune e in particolare i giovani. Una parte della popolazione giovanile, quella che usa le sostanze stupefacenti è vittima, più o meno consapevole di questa situazione, mentre l’altra parte di giovani che ammira, che prende parte allo smercio, che entra in affari con questi boss diviene tale e quale ai carnefici. Ripulisce il denaro sporco, diffonde un clima di ammirazione per uomini subdoli, che tutto dovrebbero avere fuorché un riconoscimento sociale.
Questo concetto ce lo spiegano i nomi e i fatti di questi ultimi 50 anni della storia criminale milanese e lombarda, i reati come i sequestri di persona, i loro esecutori e i loro mandanti.
La storia, compresa quella di Umberto, insegna soprattutto una cosa sulla ‘ndrangheta, i boss di questa associazione criminale non guardano in faccia le loro vittime, le ammazzano con la stessa facilità con cui un atleta salta l’ostacolo.
Umberto era diventato un ostacolo che non si poteva saltare, bisognava abbatterlo perché si era accorto di troppe cose. Di una cosa in particolare si era accorto: che il capo di quei boss otteneva permessi nonostante fosse un sequestratore, un ricettatore, un pluriomicida, un trafficante di droga e un impresario sporco.
Perché il signor Papalia godeva di questi permessi? Perché era talmente potente da poter garantire allo Stato informazioni così importanti, non solo sulle faccende legate alla ‘ndrangheta, ma anche sui legami tra le varie mafie e sulle strategie eversive che in quegli anni destabilizzeranno l’Italia?
Umberto aveva visto tutto e le persone che avrebbero dovuto apprezzare il suo lavoro sono quelle che lo hanno tradito, lo hanno dato in pasto ai Papalia, ai Barbaro, ai Sergi, ai Trimboli, ai Morabito.
Tutti i capi di queste famiglie stanno finendo i loro giorni in galera, alcuni sono morti, altri hanno già scontato le loro condanne, gran parte di loro ha figliato in abbondanza, dando vita alle nuove leve. Le seconde e le terze generazioni, della ‘ndrangheta hanno un modo di fare per nulla differente rispetto a quello delle persone normali. Sono ben inseriti nel tessuto sociale, svolgono ruoli importanti a livello manageriale, spesso nelle aziende costruite a suo tempo con denaro di dubbia provenienza, a volte fanno eleggere loro affiliati prestanome o vengono direttamente eletti come rappresentanti politici e ricoprono cariche pubbliche. In altre parole, ottengono consenso, ma le domande sono: come fanno a ottenere consenso? Perché la gente è così passiva di fronte a nefandezze oscene? Perché accettiamo che degli smaltitori irregolari di rifiuti tossici possano entrare nelle nostre vite, come se fossero brava gente o nostri parenti? Perché riponiamo in loro le nostre speranze? Quando interromperemo questa catena?
Cosa c’entra tutto questo con Umberto? C’entra eccome, perché quando Antonio Papalia organizzò l’omicidio Mormile, per vendicare il rifiuto dell’educatore carcerario a fare relazioni compiacenti a favore del fratello Domenico, si avvalse di numerosi consulenti: il grande boss Coco Trovato, il sicario Schettini, il motociclista Cuzzola. Sapete chi erano gli altri amici di Papalia in quegli anni, quelli con cui faceva i sequestri, con cui ricattava i commercianti, con cui apriva ditte di movimento terra, erano gli stessi a cui abbiamo fatto riferimento prima.
Lo scorso anno a Buccinasco, nella tarda primavera, per traffico di droga, vennero indagati i figli di tutte quelle persone di cui abbiamo fatto i nomi prima: sono proprietari, magari attraverso prestanome, di Palestre, ristoranti, aziende edili e di trasporto terra, usurai, aziende di smaltimento tossico di rifiuti tossici, e l’elenco potrebbe continuare.
Ecco la domanda: cosa è cambiato in oltre 40 anni? Sono stati sequestrati uomini e donne oneste, alcuni tornati a casa vivi e altri no, sono stati uccisi poliziotti e giudici, sono finite in fallimento molte aziende oneste che si sono dovute piegare alla concorrenza sleale e all’usura, c’è la processione al Santuario della Madonna dei Polsi, ci sono macchine lussuose che sfrecciano nei nostri paesi impunemente, quasi facessero paura anche alle forze dell’ordine, abbiamo concesso la possibilità di ripulire denaro troppo sporco per poter rientrare nel mercato. Stiamo lasciando solo Gratteri. Non diamo spazio nelle trasmissioni televisive, nemmeno in quelle locali, al Dottor Nobili che diresse l’operazione Nord Sud proprio qui a Milano, imperniata sulle confessioni di Saverio Morabito. Pochi di noi conosceranno l’operazione Infinito. Ci siamo già dimenticati degli sforzi della Boccassini. A Milano, però, abbiamo avuto la sensazione che, in tutte le operazioni importanti, si sia spesso percorsa una lunga strada senza, tuttavia, mai giungere al traguardo. Sarà a causa dei depistaggi messi in atto nel corso degli anni però, nell’operazione Nord Sud, si è arrivati alla condanna di molti criminali, ma due fattori importanti sono mancati. Il primo è un fattore di continuità giudiziaria e di controllo del territorio da parte delle forze competenti. La domanda che esprime sinteticamente questa riflessione è questa: perché non siamo riusciti a creare uno stacco generazionale nelle famiglie ‘ndranghetane che, oggi ancora, comandano e fanno affari, certamente in modo diverso ma continuano a farlo. L’altro fattore, solo in parte giuridico, si sviluppa soprattutto sul versante culturale e informativo. Potremmo sintetizzarlo in questo modo: oltre a condannare gli imputati colpevoli, bisogna assolvere, non solo giudiziariamente ma anche mediaticamente, gli onesti, i giusti, i non collusi. La storia giudiziaria e quella informativa non possono scrivere due trame differenti. Perché questo aspetto non viene affrontato in maniera sistematica? A tal riguardo occorre domandarsi: perché solo oggi, dopo 30 anni, al mondo dei non addetti ai lavori, Umberto ne esce completamente pulito? Perché per troppo tempo ci si è serviti di pentiti istruiti tramite copioni dei servizi segreti? Perché, su alcuni fatti, si continuano a omettere aspetti fondamentali?
Soprattutto non dobbiamo dimenticarci di Umberto, di quell’educatore che ha iniziato la sua giornata come se nulla fosse. Qualcuno si è già appostato lungo la strada Binasco Melegnano, lo ha fatto per diversi giorni, tutti i cari amici del mafioso Papalia. Dimenticavo c’erano anche i Musitano a fare quell’attività di spionaggio nei confronti di Umberto, a seguire la strada che il nostro educatore faceva tutti i giorni. I Musitano imperversano da decenni nella zona del bareggese, e imperversano ancora. Se andate a chiedere conto a un abitante di quel luogo, cosa ne pensa di questa famiglia, sicuramente, non vi risponde in pubblico e qualche dettaglio potrebbe raccontarlo solo in privato. Insomma, tutte le famiglie che hanno partecipato all’omicidio Mormile dettano ancora legge, non quella dello Stato ma quella della ‘ndrangheta.
Addirittura, durante gli appostamenti, i malavitosi prendevano in giro Umberto perché faceva la stessa strada tutti i giorni, e si domandavano come mai un educatore carcerario, che lavora nei reparti di massima sicurezza, potesse essere così superficiale da non pensare a potenziali atti di ritorsione.
Mi sono permesso di fare questa riflessione: è potente chi uccide vittime inermi? È potente chi si scaglia contro uomini giusti, forti solo della propria onestà? È potente chi sottovaluta la sensibilità e l’intelligenza altrui? Per me costoro non sono potenti sono solo prepotenti che non meritano alcun consenso. Per me è potente colui che pur sapendo di essere in pericolo, continua a fare il proprio lavoro e decide di non cambiare strada perché, se il bersaglio scelto è lui, non vuole mettere in pericolo la vita altrui. Ecco perché Umberto non cambiava strada, perché era intelligente e sensibile, era così forte e potente da mettersi in pericolo senza dover costringere i malavitosi a cambiare bersaglio, a mettere in atto una vendetta trasversale nei confronti di qualcun altro.
Qui mi fermo e sottolineo che dovremmo sostituire al concetto di prepotenza quello di forza e potenza, perché solo in questo modo potremmo cambiare la visione rispetto a fatti come questo. È forte colui che si assume i propri rischi, colui che è capace di andare incontro al proprio destino, colui che crede in un sogno anche se molto pericoloso.

In foto: Umberto Mormile insieme alla figlia, Daniela

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