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di Mattia Fossati
Ecco perché il leader del PSI non è né uno statista e neanche un martire

Poniamo pure sia stato un perseguitato. Facciamo finta, come pensano in molti, che sia stato vittima di un complotto giudiziario ordito dalle toghe rosse milanesi. Al netto quindi delle ruberie e delle tangenti, la politica di Bettino Craxi ha rispecchiato la sua fama da ‘statista’?

Mettiamo in ordine i fatti.

Il 15 luglio 1976, Craxi viene eletto segretario del Partito Socialista (PSI) e da qui inizia la sua folgorante scalata alla Presidenza del Consiglio. Nel 1978, nel bel mezzo del sequestro di Aldo Moro, Bettino si fa notare per la sua politica di apertura al dialogo con le Brigate Rosse, opponendosi quindi alla linea della fermezza portata avanti dai segretari della Dc e PCI, Zaccagnini e Berlinguer. “Ciò che si può fare ai fini della liberazione di Moro deve essere fatto o agevolato” – esterna in un proclamo televisivo. In pratica, secondo il leader socialista, lo Stato si sarebbe dovuto inginocchiare alle richieste delle Brigate Rosse riconoscendole come interlocutore. Come mettersi attorno ad un tavolo con gli attentatori dell’11 settembre. Approfittando della mancanza di competitors diretti, Craxi a metà anni Ottanta riesce a farsi affidare l’incarico di premier dal Presidente Sandro Pertini (fortemente inviso dal leader del PSI per la strizzatina d’occhio fatta ai comunisti). Resta in sella a Palazzo Chigi per 1093 giorni. All’epoca è il governo più longevo della storia repubblicana ma anche uno dei più catastrofici. I dati macroeconomici lo confermano. Il rapporto debito/pil schizza dal 68,38 al 88,60% in quattro anni a causa dell’incremento insostenibile della spesa dello Stato. La crescita spasmodica di questo indicatore è imputabile in buona parte alla lievitazione dei costi delle opere pubbliche in Italia. Gli esempi sono infiniti, come la linea 3 della metropolitana di Milano costata 192 miliardi di lire a kilometro contro i 45 di quella di Amburgo. Oppure il passante ferroviario di Milano pagato 100 miliardi a kilometro in 12 anni di lavoro, quello di Zurigo invece la metà impiegando poco più di 6 anni. L’aumento dei costi è imputabile al sistema delle mazzette, pagate dagli imprenditori alla politica per potersi aggiudicare gli appalti e ricaricate poi sul costo finale dell’opera. In questo modo, la realizzazione delle infrastrutture veniva affidata non alle migliori aziende sul mercato ma a quelle che pagavano i politici, i quali a loro volta con il maltolto finanziavano la propria carriera all’interno dei rispettivi partiti. Una sorta di democrazia drogata che, secondo l’economista De Aglio del centro studi di Torino, costava ogni anno quasi 10 mila miliardi di lire. In pratica, il valore di una legge finanziaria.

Per rientrare da questa gigantesca mangiatoia, nel 1984 il Governo Craxi vara una manovra da 43 mila miliardi abbassando di tre punti la scala mobile che adeguava i salari al costo della vita. Siccome il buco era diventato sempre più incolmabile Craxi apre la strada al primo condono edilizio della nostra storia. Un’eccezione che assumerà la forma di consuetudine negli anni seguenti. Sempre sotto l’ombra del garofano di Bettino vengono emanati i tre decreti Berlusconi (per arginare l’ordinanza dei pretori che avevano oscurato le reti del Biscione), la legge Jervolino-Vassallo (che introduce per la prima volta la carcerazione per l’uso personale di stupefacente) e il blocco della privatizzazione della Sme (l’azienda pubblica dell’alimentare che Prodi voleva mettere sul mercato per disfarsi dei grossi passivi che produceva).

In politica estera, il Cinghialone stringe rapporti con Siad Barre, sanguinario dittatore somalo aiutato da un finanziamento italiano da 550 miliardi di lire spacciato come aiuto umanitario. Durante la guerra delle Falkland, Craxi – a differenza di tutti i leader europei – si schiera con i generali argentini (quelli dei desaparecidos per intenderci) contro l’Inghilterra della Thatcher. Persino Arafat viene accolto in grande stile dal governo di Bettino, benché nascondesse il cinturone e la pistola sotto la blusa militare. Pietra miliare della storia dello statista di Milano è il caso di Sigonella, la notte in cui i terroristi del FLP che avevano sequestrato la nave da crociera Achille Lauro (giustiziando anche uno statunitense paralitico) non vennero consegnati agli americani (che volevano estradarli in America). I pesci piccoli del commando furono processati in Italia mentre il loro capo Abu Abbas venne caricato su un aereo militare italiano e spedito in Iraq via Belgrado. A distanza di anni è rimasto nell’ombra il motivo di questa scelta.

Alla luce di tutto ciò, cosa è rimasto dell’eredità del grande “statista e innovatore” Craxi considerato da molti il “padre della moderna Europa”?

A conti fatti, solo uno scontrino chilometrico che stiamo ancora pagando (e pagheremo chissà ancora per quanto) sotto forma di interessi sul debito pubblico. Oltre ad una certa intolleranza della classe politica nei confronti delle inchieste della magistratura. Uno scontro che si può risolvere in un unico modo: i politici smettano di rubare così i magistrati la pianteranno di indagare sui politici che rubano.

Oppure basterebbe molto meno. Ad esempio smetterla di beatificare Craxi come statista. E tanto meno come martire.

Foto © Imagoeconomica

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