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di Enrico De Angelis
"A change is gonna come" sussurrava (e al tempo stesso gridava) Sam Cooke nell'ormai lontano 1963 in una struggente opera soul, divenuta nel corso dei decenni un'icona dell'emancipazione razziale ed in generale una bandiera simbolo di tutti quei popoli oppressi dall'arroganza e dalla barbarie dell'uomo bianco. "Verrà un cambiamento". Ma quel cambiamento, a distanza di quasi 50 anni, fatica ancora a manifestarsi. E' indubbio che siano stati fatti enormi passi avanti per quanto riguarda la sensibilizzazione delle masse sui grandi temi etici quali razzismo e libera convivenza fra popoli di diversa origine, ma se é vero che l'occidentale medio sta evolvendo, anche se molto lentamente, verso una coscienza virtuosa legata alla condivisione di beni e territori con i propri simili, la classe dirigente mondiale si sta incattivendo e sta dimostrando in maniera sempre più evidente il disprezzo e la noncuranza rispetto a tutto ciò che non sia profitto e potere. E lo fa in maniera perversa, patologica, senza neanche più preoccuparsi di non tradire un sottile piacere nell'assistere alla disperazione di donne e uomini stremati dalla violenza dei suoi provvedimenti repressivi. Come accade in questi mesi, in cui il presidente brasiliano Jail Bolsonaro dimostra spudoratamente, in maniera anche piuttosto maldestra, di essere strumento compiacente di una politica finanziaria assassina. Quello che sta succedendo nella foresta amazzonica ne è un esempio ferocemente lampante. "È un peccato che la cavalleria brasiliana non sia stata efficiente quanto quella americana nello sterminare i suoi Indiani". Sembra assurdo anche solo pensare che un'affermazione del genere possa uscire dalla bocca di un rappresentante delle istituzioni nel 21esimo secolo. Ancora più assurdo accettare che quella bocca appartenga al Presidente in carica di una delle nazioni più ricche al mondo, se non altro dal punto di vista antropologico e naturalistico. Eppure è così. L'ha detto davvero. La sua politica, se di politica si può parlare, è perlopiù rivolta all'annientamento delle tribù autoctone della foresta amazzonica in base al principio, tutto da interpretare, che queste popolazioni ostacolino lo sfruttamento delle risorse naturali che la foresta fornisce e rallentino la libera crescita del business agroalimentare. Le argomentazioni di questo "genio" della strategia politica si avvalgono di altre nobili dichiarazioni come "gli Indiani puzzano, non sono istruiti e non parlano la nostra lingua".

Aumentano gli incendi in Amazzonia
Dall'inizio della sua carica (gennaio 2019) ad oggi, gli incendi in Amazzonia sono aumentati precisamente del 91,9%, un dato spaventoso se si considera che già quando gli incendi erano quasi la metà, ad agosto 2018, ammontavano a 3336 in tutto il territorio dell'Amazzonia brasiliana. Ancor più spaventoso il solo fatto che esistano statistiche di questo tipo, al netto di eventi incendiari più o meno frequenti in tutto il mondo. Come se non ci si potesse fare niente. Come se gli incendi fossero un male endemico di queste zone e non dipendessero solo ed esclusivamente dalla mano dell'uomo. E invece purtroppo è proprio così. Nonostante si riconosca a livello planetario la definizione di 'polmone della terra' quando si parla di foresta amazzonica, a quanto pare la sua salvaguardia non interessa la totalità del genere umano, ma, come avviene in molti altri ambiti della società umana, pochi piccoli gruppi finanziari hanno in mano la gestione di un enorme potere economico col quale spostano l'ago della bilancia politica a proprio uso e consumo. Come la BlackRock inc. di Larry Fync, una società finanziaria privata che concentra i propri investimenti principalmente verso progetti gestiti da multinazionali dell'industria agroalimentare e del legno. In un articolo a firma Tyler Durden pubblicato su Comedonchisciotte.org si legge: "la BlackRock è tra le prime tre società tra le maggiori 25 al mondo che più guadagnano in borsa grazie alla deforestazione, investendo in aziende che producono soia, carne di manzo, olio di palma, pasta di legno, carta, gomma e legname, ma che hanno anche una lunga tradizione nel bruciare foreste e nel bonificare i terreni bruciati a fini agricoli". Ecco... si può pensare ingenuamente che il "presidente" non abbia nulla a che vedere con società del genere, che la coincidenza di tempi e l'azione sterminatrice di queste ultime rispecchino le dichiarazioni di Bolsonaro solo per puro caso. Lo si può pensare se vogliamo perpetrare quell'orrenda abitudine a prenderci in giro e far finta di niente su quanto sia profondamente radicata la natura criminale nel cuore di questi uomini piccoli. Uomini che dovrebbero inginocchiarsi di fronte alla sapienza, alla grandezza e alla sconfinata conoscenza dei popoli che stanno sterminando e affamando. Uomini che hanno talmente poca ragione in testa da non capire che prima o poi queste disgustose azioni le pagheranno, fosse anche in punto di morte, quando la paura di ciò che li aspetta sarà talmente forte da proiettarli in un inferno peggiore di quello che hanno causato coi loro incendi scientificamente programmati. Ma non ci sono solo i colossi agroalimentari a contendersi i succulenti territori amazzonici, ci sono anche i cercatori d'oro, i trafficanti di legno e i petrolieri. Questi ultimi hanno subìto recentemente una doccia fredda grazie a una sentenza storica che rassicura gli indios sullo sfruttamento dei propri territori. Le tribù di etnia Waorani e Puyo, che negli anni hanno portato avanti una strenua e logorante battaglia contro i giganti del petrolio, alla fine hanno visto le loro ragioni trionfare nelle aule dei tribunali ecuadoriani. 200mila ettari di foresta amazzonica sono salvi grazie alla resistenza di un popolo che non ha mai ceduto negli anni alle lusinghe dei colossi petroliferi che offrivano loro denaro in cambio della loro stessa dignità e delle loro terre. Del denaro queste popolazioni non sanno davvero che farsene, poiché sanno benissimo cos'ha davvero valore nell'esistenza di un sistema integrato come il pianeta terra.

Indios uccisi in nome degli affari

Eppure i loro capi tribù vengono ucciso così come gli attivisti che si oppongono allo sfruttamento delle terre. Solo negli ultimi giorni due attivisti che si occupavano della salvaguardia dei popoli indigeni in Amazzonia sono stati uccisi a sangue freddo mentre svolgevano le loro attività. Maxciel Pereira dos Santos, volontario del Funai, la fondazione nazionale dell'indigeno, è stato crivellato da una raffica di mitra mentre percorreva in moto l'Avenida Amizade, al confine fra Brasile e Colombia. Già "avvertito" da un attentato avvenuto il 19 luglio quando sconosciuti hanno sparato sulla sua postazione nella base itui itacoai, posizionata su un'imbarcazione. In quell'occasione nessun ferito. Due giorni dopo Diana Isabel Hernandez Juárez, docente e coordinatrice della pastorale del Creato della parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe, è stata barbaramente uccisa mentre assisteva a una processione. In sole 48 ore la lancetta dell'orrore ha compiuto il suo giro. Questi sono solo due delle decine di casi di omicidio sommario legati alla salvaguardia dei territori amazzonici. La lista è lunghissima. Ma gli omicidi che devastano, quelli che fanno più male e che fanno venire voglia di stracciarsi la pelle e gridare giustizia finché si ha il fiato in gola, sono quelli in cima a questa lista. E' successo a Emyra Wajapi, capo tribù dell'omonima comunità, il quale è stato accoltellato a morte da parte dei cosiddetti "garimpeiros" i cercatori d'oro, a cui il presidente Bolsonaro tende la mano assicurandoli sulla revisione delle delimitazioni nei territori indigeni. Forti delle rassicurazioni di questo criminale, i contrabbandieri non si fanno più scrupoli nell'invadere i villaggi a mitra spianati e terrorizzare le popolazioni native. Le comunità più a rischio sono quelle ancora in fase di riconoscimento da parte delle autorità. Ma le nuove direttive del governo Bolsonaro ritardano e scoraggiano la definizione e la delimitazione di ulteriori territori da sottoporre a tutela. Sono proprio le tribù che vivono in questi territori ad essere più vulnerabili agli attacchi dei commandos. Francisco de Souza Pereira, 53 anni, capo indigeno della comunità dei Tukano, é stato ucciso a colpi di arma da fuoco davanti alla moglie e alla figlia di 11 anni durante un blitz notturno. Come già detto la lista é lunga, come é lunga la lista di denunce già presentate da associazioni e privati cittadini negli ultimi due anni. Si parla di circa 2500 cause in corso, corrispondenti a circa 2900 imputati che, a partire da novembre 2017 hanno visto invadere le aule dei tribunali federali brasiliani. Cause che contemplano indennizzi pari a circa 11 miliardi di euro, cifre vertiginose, ma solo come misura dello spaventoso danno ambientale e umano prodotto, non certo perché bastino a ripristinare un disequilibrio ormai tragicamente oltre il limite. Non è quantificabile il danno in termini di alterazione dei sistemi ambientali sinergici, tantomeno lo è in termini umani, psicologici e fisici. Non sarà certo il denaro a compensare il vuoto che personaggi ostili all'evoluzione umana producono alla propria stessa specie e al pianeta che misericordiosamente li ospita e li nutre.
Evidentemente uomini come Bolsonaro non si pongono mai la domanda di quanto, e in che modo, le proprie azioni producano conseguenze nel mondo.
Il cambiamento del clima, la desertificazione, lo scioglimento dei ghiacciai sono sotto gli occhi di tutti ma in concreto nessuno fa nulla mentre servirebbe un cambiamento radicale. Politici ed imprenditori senza scrupoli però non pensano mai al conto che, prima o poi, la natura stessa presenterà all'uomo. Un conto che potrebbe costar caro. E allora si avrebbe il seguito di quella meravigliosa canzone ma con un titolo nuovo: "A change has come".

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